«Questa notte ho fatto un sogno stranissimo, mamma. Erano già passate le vacanze e io correvo per non perdere il pullman scolastico, ma la strada si allungava sempre di più e io avevo un sonno assurdo, non ce la facevo proprio ad andare veloce». «Tesoro mio, devo darti una notizia tragica: le vacanze sono finite per davvero e tra una settimana dovrai correre inesorabilmente tutte le mattine per non perdere l’autobus». «No. Voglio morire».
Non so descrivere lo smarrimento nello sguardo di mia figlia, dopo questo scambio di battute, alle nove del mattino, a due giorni dalla ripresa delle lezioni dello scorso anno. È un classico intramontabile: l’inizio della scuola arriva sempre troppo presto e né lei né la sorella sembrano rendersi conto che sono trascorsi tre lunghi mesi dal suono dell’ultima campanella. Una scena che, sono certa, si ripete simile in tutte le case popolate da bambine e ragazzi in età scolare… ma fino a quando, mi chiedo, con un po’ di apprensione? Chi pensa a farne ancora, di figli e figlie, in Italia? Con gli stipendi che non si adeguano al costo della vita, i servizi per le famiglie che non ci sono, la parità di genere (che passa anche attraverso politiche di conciliazione) ancora ben lontana dall’essere raggiunta, le difficoltà di crescere una generazione esposta a ogni tipo di pericolo mediatico, immersa in un relativismo etico sempre più marcato da una parte e una omologazione consumistica dall’altro, fare il genitore diventa un atto di puro eroismo. E infatti il numero di bambine/i e, di conseguenza, di studenti del nostro Paese cala inesorabilmente da un anno all’altro, a causa di una cronica denatalità, che dal 2008 si è fatta particolarmente allarmante.
Quest’anno l’avvio della scuola vede un bilancio in negativo di 134 mila unità in linea con i dati Istat, che in dieci anni, dal 2013 al 2023, hanno registrato una crescita dei banchi vuoti di quasi 700 mila individui. Che si fa? Ovviamente dall’alto si parla già di tagli per il corpo docenti, nonostante a oggi ben 6.200 classi siano oltre il limite fissato per legge (26 alunne/i per infanzia e primaria; 27 per la secondaria di primo grado e 30 per le superiori). Solo nella mia scuola, un Istituto professionale di secondo grado, delle cosiddette classi-pollaio ne abbiamo due e non vi dico come si lavora. La personalizzazione dell’offerta formativa, la centratura sul singolo studente e sui bisogni della singola alunna vanno bellamente a farsi benedire. E non per cattiva volontà dei/delle docenti, ma per oggettiva impossibilità a star dietro a tutti/e in maniera decente. Vero è che qui siamo in territorio montano e dire di no a studenti che chiedono di frequentare i nostri corsi, significa condannarli/e a seguire un indirizzo che non hanno scelto o ad andare dall’altra parte del lago, facendo una vita d’inferno in cui, se va bene, la sveglia suona alle 5 e mezza del mattino e il viaggio dura almeno un’ora abbondante, ma la soluzione non può e non deve essere stipare ragazzi e ragazze in una stessa classe in cui si lavora per forza male.
Ora, è stato calcolato che il costo per lo Stato a studente è di circa 7.000 euro annue, tra strutture, attrezzature e personale. Ciò significa che, solo quest’anno, i ragazzi e le ragazze che non hanno superato l’esame di maturità (1.500 circa) comporteranno una spesa di 10.500.000 euro allo Stato che poteva tranquillamente essere evitata, se avessero conseguito il diploma. Come? Investendo sulla qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. La riduzione del numero di studenti, a mio avviso, rappresenta una grandissima opportunità di miglioramento del sistema scolastico, ma solo a condizione che lo sguardo sia socio-educativo e non puramente economico. Le scienze sociali mostrano inequivocabilmente che, a livello collettivo, l’innalzamento dell’istruzione e della cultura di una popolazione ne migliora le dinamiche sociali e civili e offre maggiori opportunità di progresso e miglioramento economico. Non bisogna essere dei geni per capire i vantaggi di ambienti numericamente più ridotti. Va da sé che classi piccole migliorano l’apprendimento attraverso una maggiore attenzione che si può dedicare ai singoli, alla facilità con cui è possibile stimolare il coinvolgimento di ciascuno/a, alla personalizzazione che diventa possibile con numeri limitati. Per non parlare dell’interazione, che diventa inevitabilmente più frequente e profonda con gli/le insegnanti e tra coetanei/e.
A differenza della scuola che hanno frequentato le persone della mia generazione (sono degli anni Settanta, per intenderci), oggi dentro le mura delle aule la gioventù porta il proprio vissuto, i propri problemi, ma anche domande e risorse. Io, in classe, ero studente e basta. Oggi arrivano i vari Giulia, Matteo, Yousra, Letizia, Andrea, Mohamed e chiedono di essere guardate/i e accolti a tutto tondo, con le loro caratteristiche e le loro personalità. Oggi — da una parte per fortuna, dall’altra c’è da chiedersi le/i docenti sono stati preparati a gestire questo cambiamento epocale dell’atteggiamento e delle aspettative nei confronti della scuola — alunni e alunne si sentono legittimati a portare dentro l’ambiente scolastico i propri vissuti emotivi e psicologici, a metterli sul tavolo nel gioco dell’apprendimento e del diventare grandi, ci chiedono di aiutarli a elaborarli, domandano a noi insegnanti di farcene carico insieme a loro, di prenderli in mano e trasformarli in crescita felice. Un compito immenso e delicatissimo, al quale solo personalizzando l’offerta educativa e formativa potremo riuscire a rispondere. E l’offerta si personalizza, l’attenzione al singolo si fa reale solo in classi piccole, con numeri ridotti.
La soluzione non è tagliare la quantità di insegnanti, ma formare quelli che ci sono a fare meglio il proprio lavoro. Per creare un ambiente più sicuro e di supporto, favorire la partecipazione attiva, lo sviluppo di capacità personali e il raggiungimento di migliori risultati scolastici, maestre/i e prof. devono essere forniti di strumenti teorici e pratici che, sia ben chiaro, non sono la Lim o le classi immersive. Qui parliamo di psicopedagogia, di teoria della didattica e della valutazione, di capacità di lettura e gestione delle dinamiche di gruppo, di competenze comunicative e proattive. Da qualche tempo ho ribattezzato questo modo di pensare e fare scuola “Darwinismo pedagogico”, espressione con cui sto facendo una testa così agli sfortunati colleghi e colleghe che hanno la disgrazia di avermi in compresenza parecchie ore a settimana. Non esiste alcuna teoria scientifica a riguardo, è solo un neologismo che ho inventato per indicare la necessità che la scuola si adatti all’alunno/a, esattamente come, da sempre, gli/le chiede di fare verso la società (di cui l’istituzione scolastica è espressione).
Noi docenti abbiamo sempre preteso che le classi si adattassero al modello di scuola che le accoglie. A mio avviso i tempi sono maturi perché anche la scuola si adatti a chi ha di fronte. Esattamente come è stato con la teoria sulla disabilità (cammino lungo più di 50 anni, ancora non del tutto concluso), che è passata dal concetto di integrazione a quello di inclusione, così dobbiamo iniziare a muoverci verso una maggiore malleabilità ed elasticità del modello scolastico, in modo da renderlo capace di accogliere davvero tutte le intelligenze, tutti gli stili di apprendimento, tutte le identità. È un adattarsi reciproco tra docenti e studenti, tra istituzione e bisogni individuali. Questo, col calo demografico e classi meno numerose, ha finalmente la possibilità di realizzarsi concretamente.
La domanda è: avranno legislatori/trici e lavoratori/trici del mondo della scuola il coraggio, l’intelligenza e la creatività necessari per compiere questa rivoluzione?
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
