La geotermia è un racconto che nasce nel profondo e riaffiora in superficie con linguaggi diversi: i soffioni toscani, i campi islandesi, le fessure vulcaniche della Rift Valley kenyota e le reti di teleriscaldamento europee raccontano la stessa storia di energia pulita. Geologia, tecnica e comunità, si uniscono per trasformare il calore terrestre in elettricità e riscaldamento.
Ma da dove viene questo calore?
Il calore interno della Terra deriva dal residuo della sua formazione e dal decadimento degli isotopi radioattivi, atomi con nucleo instabile che decade spontaneamente emettendo radiazioni. Gli isotopi costituiscono un motore con temperature che variano nello spazio e nel tempo.
Dove i magmi risalgono, o bacini profondi incanalano fluidi caldi, si formano serbatoi pronti a essere intercettati per la produzione di calore e corrente.
Pensiamo a un sistema geotermico come a un circuito: sorgente di calore, roccia serbatoio, fluido circolante e “cap-rock” impermeabile, che intrappola i fluidi in pressione, consentendo estrazione di vapore o acqua surriscaldata per usi elettrici e termici.
A seconda della temperatura, si distinguono i sistemi ad alta entalpia, tipici di aree vulcaniche con fluidi a oltre 180 °C, i preferiti per produzione elettrica; i sistemi a media entalpia, che sfruttano fluidi 100–180 °C; e la bassa entalpia, adatta alla climatizzazione tramite pompe di calore e sonde verticali, sistema utile soprattutto al riscaldamento urbano.
In Islanda, un contesto tettonicamente attivo e ricco di fluidi caldi ha reso la geotermia fonte termica ed elettrica. La governance energetica islandese ha anche promosso una partecipazione femminile superiore alla media del settore globale, come documentato da analisi su società pubbliche e private.

Nella Rift Valley del Kenya, campi come Olkaria e Menengai hanno accelerato l’adozione di geotermia come opzione a basso costo nel piano elettrico nazionale, con espansioni sostenute da investimenti internazionali.

Questi progetti hanno aperto un confronto inevitabile su diritti territoriali, consultazione delle comunità indigene e benefici locali, aspetti oggi al centro del dibattito.
In Europa continentale, l’attenzione cresce su riscaldamento e raffrescamento distrettuale di media/bassa temperatura e sull’integrazione con reti termiche ed energie rinnovabili elettriche.
L’Italia sfrutta l’energia termica dall’inizio del Novecento, con i famosi soffioni boraciferi, che hanno allietato le nostre lezioni di geografia nella prima infanzia. I soffioni sono getti naturali di vapore acqueo caldo, ricchi di acido borico e altri gas, che fuoriescono con forte pressione da terreni legati al vulcanismo secondario. A Larderello nel 1904 furono accese cinque lampadine con il vapore del sottosuolo e nel 1913 partì la prima centrale geotermoelettrica al mondo.




L’esplorazione moderna integra geofisica, modellazione dei serbatoi e simulazioni di pozzo per ridurre rischio e ottimizzare perforazioni, le manifestazioni di superficie vengono mappate e si studia il sottosuolo interpretandone i segnali termici e chimici.
Anche lo sfruttamento dell’energia geotermica, per quanto rinnovabile e meno inquinante delle fonti fossili, solleva problemi di impatto ambientale. Ad esempio, la fase finale della produzione energetica prevede la reiniezione nel sottosuolo dei fluidi, per chiudere i bilanci idrici e di pressione, riducendo la possibilità di subsidenza ed emissioni incontrollate di liquidi e gas. Operazioni delicate che vanno seguite con pratiche di monitoraggio ambientale continuo.
Molto studiati sono anche i fluidi supercritici, quei fluidi che vengono portati oltre il proprio punto critico di temperatura e pressione: in questo stato liquido e gas diventano indistinguibili e il fluido ha alta densità come un liquido e bassa viscosità e alta diffusività come un gas. Queste caratteristiche fisiche li rendono particolarmente efficienti nel trasferire calore e potrebbero moltiplicare l’energia estraibile nei pozzi. Invece, le reti termiche a bassa temperatura promettono città più efficienti e meno dipendenti dai combustibili fossili. Una rete geotermica a bassa temperatura fa circolare acqua tiepida proveniente dal sottosuolo attraverso pompe di calore e scambiatori, distribuendo calore in inverno e assorbendolo in estate per climatizzare gli edifici.

La crescita globale richiede una gestione politica attenta a diritti, equità di genere, benefici locali e trasparenza, evitando che grandi cantieri energetici lascino indietro i territori che li ospitano.
In questo senso, le politiche inclusive islandesi mostrano che diversità e partecipazione migliorano qualità delle decisioni e accettabilità sociale.
In Italia, Adele Manzella, geofisica del Cnr‑Igg e presidente Unione geotermica italiana (Ugi), esplora da anni il sottosuolo con metodi elettromagnetici per trovare nuovi serbatoi. Manzella coordina progetti nazionali ed europei su alta, media e bassa entalpia, dalla cartografia dell’Atlante geotermico ai programmi Vigor e Image; un lavoro che ha unito laboratori, industrie e territori, portandole riconoscimenti come l’Hohmann Award e ruoli di leadership in organismi come Eera‑Jpge, Egec e l’International Geothermal Association.

Fuori dall’Italia, Juliet Newson, geologa e ingegnera dei serbatoi cresciuta tra Nuova Zelanda e Islanda, già Presidente della International Geothermal Association (Iga) e oggi legata all’Iceland School of Energy, insiste su formazione e diversità come leve per far maturare una geotermia più competente e inclusiva.
Shilla Chepkemoi, in Kenya, geochimica sul campo a Menengai, sostiene la crescita della presenza femminile nelle Stem e la diffusione della geotermia come risorsa pulita per sviluppo e resilienza locale.
L’uso dell’energia geotermica dovrebbe prevedere un patto: ascoltare il sottosuolo, rispettare i territori, formare nuove competenze.
Il calore della Terra diventa progetto contemporaneo, connesso e, si spera, inclusivo, capace di illuminare e riscaldare senza consumare ciò che non si può restituire.
In copertina: schema funzionamento impianto geotermico a Bassa entalpia.
***
Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.
