Il 23 settembre, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Il giorno prima, lo stesso gesto è stato fatto da vari Paesi occidentali, primo fra tutti il Regno Unito.

Al centro: Parigi, place de la République, ottobre 2023. Se gli israeliani smettono di combattere ci sarà la pace; se i palestinesi smettono di combattere non ci saranno più palestinesi.
A destra: Perpignan, place du Castillet, 6 settembre 2025
Tale decisione arriva con 78 anni di ritardo, dato che la creazione di uno Stato palestinese era stata voluta dall’Onu nel 1947. Meglio tardi che mai. Anzi, viene quasi da pensare che l’azione di Hamas di due anni fa abbia finalmente costretto l’Occidente a prendere in considerazione l’esistenza del problema palestinese.
Ma non è così semplice.
La prima domanda che viene da porsi è: che cosa sta riconoscendo l’Europa? Lo Stato legittimo con i confini stabiliti dall’Onu e che Israele viola dal 1967? O nient’altro che le briciole della Cisgiordania, tappezzata di insediamenti coloniali, illegali anche secondo la stessa legge israeliana, e le macerie della Striscia di Gaza, ridotta a un colossale cimitero e campo di concentramento?

10 settembre 2025
Chi parla di soluzione a due Stati dimentica che è stato Israele, con l’appoggio occidentale, a impedire la nascita dello Stato di Palestina e che nulla sembra ora fargli cambiare intenzione.
E tale situazione non è certo iniziata di recente. Già nel 1936, molto prima della Nakba (la “catastrofe”, come è chiamata in arabo la nascita di Israele), che costrinse circa 750mila palestinesi a fuggire e a lasciare le proprie terre e le loro case, David Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele, aveva dichiarato di voler usare insediamenti illeciti per espellere gli arabi da tutta la Palestina. Dunque non ci sarà nessuna “soluzione a due Stati”, per il semplice fatto che è Israele a non volerla.
Perché mai uno Stato guerrafondaio che da decenni viola apertamente il diritto internazionale e la sovranità altrui dovrebbe rispettare il popolo vicino nel momento in cui questo diventa uno Stato riconosciuto? Di recente Israele ha attaccato la Siria, il Libano, l’Iran, lo Yemen e il Qatar, tutti Stati riconosciuti; potrà mai farsi scrupoli nell’attaccare il futuro Stato di Palestina, peraltro già riconosciuto da 157 Paesi?
Inoltre, oggi un così misero riconoscimento non renderebbe giustizia alle vittime della storia. Il primo diritto delle famiglie palestinesi dovrebbe essere quello di tornare nelle terre da cui furono cacciate nel 1948, il che metterebbe in discussione l’esistenza stessa di Israele.
Israele è di fatto uno Stato teocratico basato sulla pulizia etnica: una sua Legge fondamentale lo definisce «lo Stato-nazione del popolo ebraico» e il suo obiettivo, più o meno apertamente dichiarato, è sempre stato quello di eliminare la presenza araba in Palestina. Lo storico israeliano Shlomo Sand dimostra che nonostante gli sforzi compiuti dal governo israeliano non è stato possibile accertare l’esistenza di «geni dell’ebraismo»: come afferma il titolo di un suo famoso e discusso libro, il “popolo ebraico” sarebbe un’invenzione.
Per dare parità di diritti è invece necessario un Paese laico e pluralista, senza simboli religiosi sulla bandiera, in cui popoli e culture diverse possano convivere e in cui chiunque possa spostarsi liberamente, qualunque sia la propria etnia o religione. Ma tale realtà esisteva già: era la Palestina prima della Nakba.
Tornare in futuro a una soluzione simile, per spegnere l’odio reciproco creato da decenni di occupazione, richiederebbe anche processi per i numerosi crimini di guerra commessi nei decenni dall’IDF (le Forze di difesa israeliane, ovvero l’esercito di Israele) e, seppure in parte minore, per gli eccessi da parte della resistenza palestinese.
Nel corso della sua storia, la società israeliana ha sempre premiato alle urne i personaggi più razzisti e violenti (da Ariel Sharon a Benjamin Netanyahu) e punito con le armi gli esponenti pacifisti (si pensi all’uccisione di Rabin, il primo ministro israeliano firmatario degli Accordi di Oslo). Dunque, tali processi non potrebbero limitarsi all’apparato militare: come dimostra il processo contro Adolf Eichmann, funzionario delle ferrovie tedesche, rapito, condannato e giustiziato in Israele nel 1961 in quanto corresponsabile dell’olocausto, la responsabilità di un genocidio ricade non solo sui militari ma sull’intera società, fatta eccezione per i pochi disertori. Un processo di pace prevederebbe dunque una “desionistizzazione”, e con ciò la totale smilitarizzazione e laicizzazione di Israele e dei suoi alleati.

A sinistra: Israele genocidario, fallimento morale dell’Occidente.
Al centro: Il conflitto israelo-palestinese non inizia il 7 ottobre 2023. È cominciato nel 1948 con l’espulsione di più di 750.000 palestinesi dalle loro case e il furto delle loro terre.
A destra: Genocidio a Gaza: il vile abbandono dell’Europa e il tradimento delle monarchie arabe.
È bene ricordare che il massacro in corso è compiuto con armi italiane, francesi, inglesi, tedesche e statunitensi: nonostante i numerosi atti di solidarietà da parte delle popolazioni di questi Stati, come i recenti scioperi portuali di Genova e Marsiglia e le navi cariche di viveri partite da Barcellona, Marsiglia, Genova e dalla Sicilia, questo genocidio è il nostro, le economie e le aziende europee ne sono protagoniste quanto l’IDF. Oggi l’Unione Europea continua a commerciare con Israele e si rifiuta di imporre un embargo e sanzioni e di interrompere il traffico di armi anche quando è noto che queste colpiranno civili inermi.

Se oggi l’equivalente del processo di Norimberga condannerebbe buona parte dei vertici israeliani e occidentali, l’equivalente del processo Eichmann vedrebbe imputate aziende come l’italiana Leonardo (che fabbrica elicotteri F-35 e fornisce anche addestratori) e la francese Carrefour (che nutre i soldati che compiono il genocidio), per citare solo le più in vista.
La Gran Bretagna è il Paese con più responsabilità storiche rispetto a Israele: fu il governo inglese, nel 1917, a decidere la creazione di un “focolare nazionale sionista in Terra Santa”. La scelta aveva motivi evidentemente coloniali: la Gran Bretagna deteneva Gibilterra e l’Egitto (quindi tutti gli ingressi del Mediterraneo), l’Arabia Saudita e l’Eritrea (quindi tutto il Mar Rosso) e l’India e l’Australia (quindi quasi tutto l’oceano Indiano, tranne il Madagascar e l’Indocina che erano francesi e il Mozambico portoghese): un alleato indipendente in Medio Oriente era indispensabile per garantirsi l’accesso al petrolio in vista dell’inevitabile fine, almeno formale, del colonialismo.
La Francia ha una responsabilità minore nella nascita di Israele, ma ha sempre appoggiato il sionismo, anche davanti alle ripetute violazioni del diritto internazionale. Solo sotto la presidenza di François Hollande si è parlato di riconoscere la Palestina, ma ad opporsi fu un consigliere dell’Eliseo, un certo Emmanuel Macron, lo stesso che, nel 2017, appena eletto Presidente della Repubblica, avrebbe dichiarato al suo amico Benjamin Netanyahu, chiamandolo “cher Bibi”, che «l’antisionismo è la nuova forma dell’antisemitismo».

La Germania si guarda bene dal partecipare al riconoscimento della Palestina: costretta dalla memoria dell’olocausto, è il primo Paese europeo a finanziare Israele. Eppure le potenze liberaldemocratiche europee che vollero la nascita di Israele nel 1947 sono le stesse che lasciarono agire Hitler fino al 1938, che ora riconoscono tardivamente lo Stato palestinese dopo aver sostenuto il massacro del suo popolo per decenni, e che, in sede di eventuali futuri processi per i crimini di guerra israeliani, dovrebbero essere trattate da complici, se non da dirette responsabili.
Chi critica il militarismo israeliano viene tacciato di antisemitismo, inteso come odio verso il popolo ebraico: questa menzogna costituisce il principale cavallo di battaglia della propaganda militare sionista.
La responsabilità del genocidio non è dell’intera comunità ebraica internazionale perché esistono ebrei non sionisti. Ma è l’accusa di antisemitismo, per quanto falsa, che porta (a volte erroneamente) a fondere ebraismo e sionismo.
A tal proposito è necessaria una riflessione.
Il popolo palestinese ha origini semitiche, mentre non tutte le comunità ebraiche lo sono. Parlare di antisemitismo palestinese è quindi non solo un’enorme bugia ma soprattutto un paradosso: è come dire che i semiti sono antisemiti verso i non semiti.

Inoltre i più ferventi sostenitori del sionismo, almeno in Europa, sono i partiti storicamente antiebraici, primo fra tutti l’ex Front national francese, il cui fondatore Jean-Marie Le Pen fu più volte condannato per aver affermato che «le camere a gas sono un dettaglio della Storia». Tra la popolazione francese residente in Israele si raccoglie il maggior numero di consensi per il misogino e xenofobo (in particolare antiarabo) Éric Zemmour, che nel 2022 ha ottenuto il 7% dei voti in Francia ma il 54% dei voti della popolazione francese residente in Israele. Tra le varie dichiarazioni scandalose, il noto opinionista razzista, che accusa di antisemitismo le manifestazioni filopalestinesi, ha negato l’innocenza di Alfred Dreyfus, la più conosciuta vittima di antiebraismo della storia francese.
Perché i governi europei, che hanno sempre sostenuto Israele, sono ora pronti a fare questo passo, seppur irrilevante? Che valore ha un gesto simbolico da parte di Paesi che non solo non ostacolano il genocidio in corso ma, anzi, continuano a finanziarlo? Per non ritrovarsi un giorno accusati di complicità in crimini contro l’umanità?
Sicuramente serve a pulire l’immagine e la coscienza dell’Europa colonialista (la repressione francese in Algeria, ad esempio, è stata di grande insegnamento per le forze armate israeliane, anche se l’obiettivo era il possesso di un territorio e non lo sterminio di un popolo). Le stragi di civili a Gaza e Rafah, in coda per il cibo, distribuito dall’unico ente autorizzato in Israele che ha espulso le ONG internazionali, mostrano la natura coloniale dell’intera vicenda palestinese: il saccheggio delle risorse è accompagnato dall’umiliazione e dalla disumanizzazione del popolo sottomesso. Lo stesso si può dire dei check-point che da decenni chiudono la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, costringendo chi vi abita a estenuanti attese e richieste di permessi, spesso arbitrariamente negati.

Coloniale è anche il coro di condanna verso la resistenza di Hamas, gruppo armato islamista di per sé più che discutibile, ma che è maggioritario a Gaza, in quanto frutto di decenni di occupazione e apartheid e della relativa esasperazione, che oggi riveste lo stesso ruolo che aveva il Front de libération nationale (FLN) durante la guerra che portò all’indipendenza algerina. L’Occidente bianco e ricco, che ha sempre praticato la violenza coloniale, senza mai subirla, è pronto a salire in cattedra e indignarsi quando è il terzo mondo a usare una parte della violenza subita per cacciare l’invasore. Pretendiamo ancora di dare lezioni di comportamento e di civilizzare i popoli che abbiamo soggiogato secoli fa; vogliamo insegnare come ribellarsi (contro i nostri eserciti e aziende) ai popoli il cui sottosuolo nutre la ricchezza europea, forse per evitare che la loro indipendenza danneggi i nostri interessi. Di recente Emmanuel Macron ha affermato che i Paesi africani «si sono dimenticati di ringraziare la Francia» per ciò che il colonialismo ha lasciato. Ancora una volta, anziché risarcire i danni, le potenze coloniali cercano, con un riconoscimento formale, la riconoscenza da parte delle loro stesse vittime.

Ed è in quest’ottica che si colloca il riconoscimento della Palestina, che di per sé sarebbe un’ottima scelta. C’è il rischio che riconoscere la Palestina (o meglio, ciò che ne resta) senza sanzionare drasticamente Israele non sia altro che un modo per mettere a tacere le future rivendicazioni arabe e del terzo mondo in generale.

Fonte: Mediapart
Solo una volta chiuso ogni rapporto con i responsabili del genocidio (come hanno già fatto la Spagna e il Cile) e drasticamente smilitarizzata tutta la società israeliana (a danno dell’economia europea), potremo pensare a uno Stato laico per il Medio Oriente.

In copertina: Parigi, place de la République, novembre 2023. State facendo ciò che Hitler ha fatto a voi.
Servizio fotografico di Andrea Zennaro.
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
