Il sessismo da cui proveniamo. “Le proletarie del Tavoliere”

È necessario partire dal passato per comprendere gli squilibri tra uomini e donne, per capire perché sia stato necessario lottare per le pari opportunità, per acquisire consapevolezza sulle radici del sessismo, per aiutare a capire perché è stato necessario lottare per i diritti delle donne e perché tali diritti vengono ancora non riconosciuti e a volte ridicolizzati. Le nuove generazioni, soprattutto, non hanno consapevolezza di come fossero impari i ruoli degli uomini e delle donne 100 anni fa. Secoli e secoli di oppressione delle donne da tutti i punti di vista (impossibilità di studiare, di lavorare, di vivere libere al di fuori del dominio di padri, mariti, fratelli e ancor più esprimere la loro sessualità liberamente) hanno creato uno status quo che è stato ribaltato soltanto negli ultimi decenni attraverso la più grande rivoluzione della storia, l’unica incruenta, poiché è stata condotta solo con atti pacifici e simbolici di grande portata, la rivoluzione femminista. Per illustrare ciò ho pensato che sia molto utile commentare un trattatello scritto nel 1910 da un certo Antonio Lo Re, che, esperto in agraria, ha svolto l’attività di docente e ha ricoperto diverse cariche pubbliche, sempre nell’ambito agronomico.

La sua attività gli è valsa l’intitolazione di una strada nella mia città, Foggia, dove ha vissuto per molti anni fino alla morte. Ha scritto diversi libri in tema agronomico e si è cimentato, inoltre, nel trattatello sociologico intitolato Le proletarie del Tavoliere, una raccolta di affermazioni talmente misogine che fanno ridere, oltre che piangere.

Il Tavoliere

Il Tavoliere è il Tavoliere delle Puglie, la grande pianura della provincia di Foggia, la mia terra, dove per me la parola terra ha un significato sia figurato che non, visto che io appartengo a una famiglia che da alcune generazioni si occupa della terra e ho avuto modo, attraverso i racconti dei miei genitori, di conoscere l’evoluzione del modo di lavorarla. Quindi, anche se nessuno mi ha raccontato la realtà del 1910, conoscendo, attraverso racconti familiari, l’evoluzione dal Dopoguerra, non faccio fatica a immaginare quale fosse la realtà dei lavoratori e delle lavoratrici nel periodo raccontato da Lo Re. A parte lo spregio classista per le classi lavoratrici, emerge, nell’ambito di questo, quello decisamente più marcato verso la loro parte femminile, nell’evidenziarne i cosiddetti vizi, le cattive abitudini, il cattivo carattere. Già dall’introduzione, l’autore presenta il suo saggio in modo abbastanza chiaro: cercare di dare un qualche valore (dando per scontato che valore non abbiano) alle proletarie del Tavoliere, fino ad ora mai narrate perché, avendo rappresentato «il coefficiente minimo dell’economia domestica della famiglia contadine, le schiave dei mariti e le macchine involontarie di una figliuolanza anarchica e pericolosa», chi mai poteva interessarsi a loro, per trovarvi un qualche valore, se non il nostro Lo Re? Dunque è paradossale quest’approccio, che si immagina all’epoca fosse condiviso, di considerarle senza alcun valore ma voler provare, con benevolenza, a trovarne qualcuno.

Giovani terrazzane

Le proletarie del Tavoliere vengono divise dall’autore in caste: terrazzane, contadine, capraie, vignarole, vendemmiatrici (quelle che provocavano la Peronospera Muliebris… per quanta uva mangiavano durante la raccolta!). Eppure la loro paga era di 2 lire al giorno circa, più o meno l’equivalente di un chilo di pane, laddove un uomo poteva arrivare a 9 lire al giorno… sempre pochissimo per carità, ma molto di più delle donne, mogli di pastori (neanche degne di essere chiamate pastore, evidentemente perché ciò implicherebbe una qualche proprietà sugli animali), le castagnare e infine le donne che vanno a servizio in città. Per lo più, le donne di quasi tutte le caste vivevano tra campagna, borgate e città, il che permette all’autore di dire che erano loro propri i vizi delle cittadine (pigrizia, sdolcinature, pretese, prostituzione) così come quelli delle campagnole (malizia, rapacità, superstizione, sporcizia, ignoranza).

La vignarola

Per tutte le categorie, come dicevo, c’è una qualche propensione dell’autore a riconoscere la durezza della loro vita, ma in qualche modo pare che se la siano meritata o quasi che sia una loro colpa. Ad esempio, quando parla delle capraie, racconta quasi con disprezzo che la notte partoriscono e di giorno si lavano per occuparsi della vendita di latte e non si capisce se sia colpa maggiore il lavarsi o il non riposare dopo il parto. Eh sì che magari avrebbero voluto riposare! «Lavorano così da bambine, si sposano a 15 anni, a 30 paiono vecchie». Ma non prova pietà nel dirlo, piuttosto prova disprezzo!

La capraia

Dal saggio in realtà emerge la dura vita delle classi contadine nel Tavoliere all’inizio degli anni Venti, e in particolare delle donne che contribuivano lavorando come gli uomini, e spesso durante le gravidanze, fino al parto, e in più facevano numerosi figli, li allevavano e avevano il compito di mettere qualcosa in tavola. Ma emerge inconsapevolmente, sia per la durezza delle condizioni di vita che di lavoro, non perché lui desideri evidenziarla. Emerge ai nostri occhi. Ad esempio, già dall’introduzione, ci parla «dell’invidia sorda che ha portato alla lotta di classe». Biasima le condizioni di vita di queste persone e biasima pure il loro desiderio di migliorare. O meglio, biasima gli uomini, perché le donne le deride. Uomini e donne sono, a suo dire, colpevoli di aver partecipato all’urbanizzazione che, come dicevo, ha provocato la somma di difetti. Lo Re insomma è classista, ma essendo anche misogino, della classe lavoratrice detesta soprattutto le donne. Quando poi le donne del Tavoliere non sono sporche e trascurate nell’aspetto, come le donne che andavano a servizio delle Signore e le castagnare che andavano a vendere i prodotti nei banchetti in città, allora le accusa di essere frivole, leggere, compiacenti con gli uomini, quando sappiamo bene che dovevano invece subirne le molestie. Tra l’altro le domestiche prendevano 15 lire al mese che, secondo i calcoli di Lo Re, arrivavano a un valore di circa 50 considerando vitto, alloggio, e… i bicchieri che rompevano.

La castagnara

Dopo aver raccontato di insulti misogini, di derisione, di spregio, mi piace l’idea di rovesciare lo sguardo e parlare di una di queste donne, una lavandaia di Cerignola chiamata Rosa Errico, che rimase vedova nel 1902 con una bambina di dodici e un bambino di dieci, di nome Peppino. Quando il marito morì, per salvare da un’inondazione le bestie del padrone, ricevette una busta di favetta (di quella per gli animali) e il bambino dovette lasciare la scuola perché la paga di una lavandaia era troppo bassa e doveva aiutare la madre. Ma, questo bambino, con il sostegno della madre, studiava e leggeva di notte, consumando candele, e chiedendosi perché i poveri sono poveri e i ricchi sono ricchi. Peppino a vent’anni era dirigente del circolo giovanile socialista e poco dopo aderì all’Unione sindacale italiana. Dunque, mentre Lo Re insegnava agronomia e narrava i costumi e lo stile di vita delle lavoratrici, si cominciava a sentire la voce di un giovane che avrebbe dato, con la sua attività, una svolta determinante alla vita di lavoratori e lavoratrici. Peppino, anche lui del Tavoliere, è Giuseppe Di Vittorio. Quel bambino diventerà il più noto ed importante sindacalista italiano, deputato e padre costituente. Nella sua attività considererà sempre la partecipazione attiva, ma nello stesso tempo di pari dignità, delle donne lavoratrici come una condizione necessaria per il progresso democratico e sociale dell’Italia. Bisogna attendere però il dopoguerra, e la fine del fascismo, perché le condizioni delle donne lavoratrici possano cambiare, grazie all’attività di Di Vittorio (che intanto aveva subito carcere e confino) e della Cgil. Durante il Congresso della Cgil di Napoli nel 1945 pretese la nomina di una donna nel Direttivo, propose la creazione di una Commissione consultiva femminile (che nascerà nel 1947), denunciò la scarsa rappresentanza femminile nel sindacato e da sempre uno dei suoi slogan fu A uguale lavoro, uguale salario. Sotto la sua guida la Cgil sostenne la legge per la tutela della maternità, promosse asili nido e congedi maternità, lottò contro le discriminazioni salariali. Già nel 1948 la Cgil informava che il salario delle donne, che durante il fascismo era il 50% di quello degli uomini, era arrivato alla media del 75% di quello maschile (e in alcuni settori addirittura equiparato) e rivolgeva un appello a tutte le lavoratrici perché chiedessero pari dignità, pari diritti, pari salario e rivendicassero diritti in qualità di gestanti e madri. Sicuramente la vita della madre aveva contribuito al suo impegno, così come lo hanno fatto le due mogli: la prima, Carolina Morra, bracciante sindacalista morta precocemente e la seconda, Anita Contini, giornalista impegnata. La figlia Baldina Di Vittorio è stata pure lei deputata e senatrice, oltre che dirigente dell’Udi.

In risposta a Le proletarie del Tavoliere, nelle prossime settimane pubblicheremo i racconti di Irma Rosa, in cui si legge come fosse dura e piena di incombenze la vita di sua nonna, nata nel 1868, di poco più giovane di Lo Re. Non una proletaria ma una donna di buona famiglia in tempi in cui non si andava al centro commerciale a fare la spesa, ma a tutte le necessità si provvedeva in casa, dal fare il pane (cominciando dal grano!) a fare il sapone, dal procurare l’acqua alle provviste per l’inverno, fino alla tessitura e alla realizzazione di manufatti e indumenti!

Buona lettura.

Antonio Lo Re,
Le proletarie del Tavoliere
Trifiletti, 1910
pp. 66

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Articolo di Donatella Caione 

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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