«Lupo solitario» è l’espressione in codice che Bibi Khudeja — un’adolescente pakistana, trasferitasi da bambina con la famiglia a Novellara, in Emilia Romagna, e poi ritornata nel Paese di origine — usa per comunicare con la sua rete di amici in Italia: sta progettando il suo ritorno in Occidente e la sua fuga da una cultura in cui «la bellezza [femminile] è un tesoro rapidamente dilapidato, sparito sotto chili accumulati di […] doverose gravidanze», all’interno di matrimoni combinati e contratti spesso tra consanguinei, per evitare la dispersione del patrimonio.
«Lupo solitario» (Edizione Cronache Ribelli 2025) è il titolo del libro-confessione in cui Bibi Khudeja racconta i dolori, le sofferenze e le incertezze che ha affrontato per darsi alla luce, per diventare una donna adulta, matura, indipendente, un po’ meno “pakistana” e un po’ più “occidentale”. In quanto pakistana di nascita, infatti, alla giovane protagonista e voce narrante della storia è riservato un futuro da «Lupo in branco» — espressione che Bibi utilizza quando non può comunicare con i suoi contatti europei perché in presenza dei suoi familiari — una vita da donna “vittima”, inesorabilmente soggiogata alla completa volontà degli uomini, ma che non esita a trasformarsi in “carnefice” nei confronti di altre donne pur di sottrarsi a ogni responsabilità e conflitto. Costituiscono un valido esempio di queste “donne in branco”: sua madre che, fuori da ogni decisione rispetto al matrimonio combinato della figlia con un cugino, non esita a spingerla alle nozze in modo subdolo, rimarcando lo stato di cattiva di salute del marito e il dolore che questi proverebbe nel caso in cui Bibi opponesse rifiuto ai disegni matrimoniali di suo padre; la suocera, il «segugio di un’intimità costretta» che, la mattina dopo la prima notte di nozze, si sincera che il matrimonio sia stato consumato; la sorella di Amir, suo secondo marito, di origini afghane, la quale le consiglia di non enfatizzare troppo la mancanza di autenticità nei momenti di intimità con l’uomo e che le dice: «Ma che ti frega? Lo lasci fare, è questione di minuti».
Bibi fa fatica a stare in «questa storia»; spesso sente «di morire ai suoi occhi», di essere un «errore» rispetto a un ingranaggio perfetto in un Paese, il Pakistan, che sottopone chi vi nasce a continue verifiche sulla sua condotta morale anche quando ci si allontana con il corpo per emigrare. In questa consapevolezza risiede uno dei punti di maggiore forza, profondità e complessità della protagonista-narratrice: il suo racconto non è una banale requisitoria contro il maschilismo imperante in certi Paesi del mondo. Bibi, talvolta, riflette, invece, su come siano gli uomini stessi a subire le conseguenze di una morale schiacciante e degradante; non esclude che il suo primo marito sia stato anch’egli «prigioniero di una tradizione atroce e [che] quella [sua] tristezza era data dalla sua consapevolezza». Ma ciò che è ancor più interessante, e che induce a una stimolante riflessione, è la distinzione ben chiara che Bibi Khudeja opera tra le verità del Corano e «le parole del Corano [che] sono cadute a terra e [che] gli uomini […] hanno raccolto» senza rimetterle in ordine: non sono l’Islam e la scrittura del Libro sacro a essere messi in discussione, ma l’interpretazione che si è data loro. Gli uomini, difatti, hanno tradito la “verità” e hanno sottomesso le donne «a una volontà ingiusta e feroce», rendendole complici di tale volontà. Bibi è e resta convintamente musulmana fino alla fine. Gli anni che ha trascorso fra i banchi di scuola a Occidente, dunque, non hanno significato una conversione al Cristianesimo o una sconfessione di sapori e odori della propria tradizione — quegli odori e quei sapori attraverso i quali Amir è riuscita a conquistarla — ma si sono tradotti semplicemente in efficace strumento di liberazione dalla percezione di sé stessa come «una incubatrice di sensi di colpa».
Studiare, pensare, ripensare, riflettere — questa l’eredità più grande del contatto con l’Occidente — le hanno consentito, prima di tutto, di leggere e interpretare il Corano oltre la tradizionale e strumentale versione imperante; in secondo luogo, la capacità di indugiare sulle cose che accadono, in modo analitico e non emotivo, le ha assicurato la possibilità di superare, ogni volta, l’incertezza e «la trappola della pietà».
Quando sembra vacillare nei suoi propositi di libertà, Bibi, infatti, si fa tornare alla mente tutti gli uomini della sua vita e i loro soprusi: il padre, il quale, giurando falsamente sul Corano che mai avrebbe combinato un matrimonio per la figlia a sua insaputa, ha profanato proprio la Sacra Scrittura islamica; suo fratello, che avrebbe avuto una figlia da una donna italiana e avrebbe abbandonate entrambe le donne; il suo primo marito, che avrebbe imparato, col passare del tempo, a comandarla e suo suocero, che le ha imposto il burqua.
L’Occidente cristiano bianco è stato discreto nei confronti di Bibi. Quella conoscenza, a cui le ha garantito l’accesso, senza violarne identità e cultura, si rivela, col procedere del racconto, l’unico strumento di potere che Bibi può opporre agli uomini della sua vita. La ragazza ha ancora una cittadinanza pakistana quando prova a raggiungere nuovamente l’Italia col marito, ma solo lei conosce le lingue europee, solo lei possiede il mezzo per comunicare, solo lei ha la chiave passepartout che apre, al primo marito e alla suocera del suo secondo matrimonio, le porte dell’Italia.
L’Occidente bianco agisce in modo discreto nei confronti di Bibi Khudeja anche attraverso una serie di persone — prima fra tutte il sindaco di Novellara che si mobilita per aiutarla — di associazioni ed enti, che rispettano tutte le scelte della ragazza, anche quelle più contraddittorie e che spesso rappresentano un passo indietro, una regressione all’interno del suo cammino di libertà: una rete di relazioni che agisce su richiesta, senza invadere, senza cercare di convincere, senza la prepotente pretesa di assimilare esercitando un disonesto potere su chi chiede aiuto.
L’Occidente è per Bibi soltanto una categoria interpretativa del reale che le consente di avvicinarsi autenticamente alla propria cultura, al Corano, a un Libro sacro che lei rivendica di leggere girando in pantaloncini corti per casa; l’istruzione scolastica si configura come prospettiva che le permette di fare ciò che alle altre donne pakistane è proibito: operare un sano distacco tra sé stessa — prima persona e poi donna — e gli altri/e; stabilire quella distanza di sicurezza, quel limite inviolabile che, pur all’interno del branco, le garantisce di abitare la zona franca del «lupo solitario». È proprio questa sua unicità, che si muove fra due culture, a trasformarla in una esistenza che scompagina storie e rimescola carte: è un unicum nella sua famiglia e nella cultura italiana quanto in quella pakistana.
In tal senso, Bibi agisce come un “esplosivo sociale” per almeno due ragioni: è una donna che appartiene per nascita a una cultura che mortifica la donna, ma lei guarda a questa cultura dall’esterno in quanto ha studiato in Italia; è una migrante e, dunque, è una “esperienza terza”, una “esistenza multi situata”, un missaggio di almeno due culture che, in nessuna occasione, riescono a manifestarsi in modo limpido ed esclusivo. A Bibi sarà per sempre preclusa la possibilità di agire solo da pakistana o solo da italiana; sarà per sempre un’italo-pakistana. A tal proposito, il filosofo e sociologo algerino Abdelmalek Sayad, rimarcando il rischio spersonalizzante di tale esperienza, ha parlato di «doppia assenza» di chi migra, tanto nelle società di partenza quanto in quelle di accoglienza.
Bibi Khudeya, in queste pagine, pur rispondendo pienamente ai requisiti della letteratura migratoria, si caratterizza, però, più come “doppia presenza” che come “doppia assenza”. Attraversando con velocità le inevitabili crisi identitarie che la vita le pone di fronte, sembra che la giovane donna approdi, ogni volta, a un “pieno” e non a un “vuoto”. Bibi sfugge al “vuoto” e all’insidia di sentirsi «un errore», di essere risucchiata da crisi identitarie e sbarca sempre sulle coste della vita, la sua, quella delle donne che la circondano, quella di sua figlia Sofia, una «femmina» sulla quale nessuno «avrebbe potuto niente».
È la velocità, con la quale la protagonista attraversa l’esperienza, la sua ancora di salvezza, quella velocità che è la sua stessa età anagrafica — la storia comincia quando la ragazza si è appena diplomata in Italia — e che caratterizza il suo racconto: una confessione “urgente”, un’esigenza di procedere nella narrazione in accelerazione, finendo per lasciare messaggi Whatsapp, anche notturni, a Grazia Satta Ladu, coautrice del libro e scrittrice del fiume di parole in piena che Bibi libera.
Si assiste a uno sdoppiamento narratrice/scrittrice — Bibi Khudeja e Grazia Satta Ladu — che permette alla prima di procedere in velocità, alla seconda di meditare; alla prima di raccontare, alla seconda di scrivere; alla prima di realizzare ed elaborare cosa le è accaduto, alla seconda di storicizzare, rendere universale e trasferire a tutte le donne. Bibi “urla” la sua storia, Grazia abbassa il volume e fa diventare la storia denuncia. La narratrice si libera, parola dopo parola, dal dolore; la scrittrice lo raccoglie e lo trasferisce a chi legge in tutta la sua carica esplosiva.
Bibi e Grazia condividono il ritmo della storia: battente, martellante, “in volata”, un ritmo che si dipana sulla pagina attraverso frasi spezzate, brevi, periodi-racconto, capitoli di lunghezza minima, sintassi ridotta all’essenziale, aggettivazione scabra, lì dove presente (al massimo un aggettivo per sostantivo).
Bibi e Grazia condividono ormai la stessa storia: Wajat Abbas Kazmi, regista e attivista pakistano, nell’estate 2024, ha contattato la sua amica Grazia, in Italia, e le ha detto: «Carissima, ti ho pensato perché ho conosciuto una giovane donna che mi ha raccontato una storia che a te interesserebbe tanto»; le ha chiesto, implicitamente, di aiutare questa giovane donna a scrivere, l’ha tirata dentro alla storia di Bibi Khudeja senza possibilità di tornare più indietro.

Bibi Khudeja, Grazia Satta Ladu
Lupo solitario. Un matrimonio forzato, due figli da proteggere, una libertà conquistata
Cronache ribelli, 2025
pp. 154
***
Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.
