Un mondo diverso 

Ero molto piccola la prima volta che andai con mia madre a trovare la nonna Nuccia a Ginevra. Avevo forse terminato il mio primo o secondo anno di scuola elementare, e probabilmente quello fu il mio primo viaggio in treno: mi colpì molto, alla dogana, che i controllori svizzeri ci facessero aprire le valigie, e mi stupì che mia madre nemmeno si arrabbiasse, ma anzi fosse gentile e disponibile con loro.
Ma Ginevra mi piacque moltissimo, prima di tutto perché sulle rive del lago viveva una nutrita comunità di cigni, e sarei stata a guardarli per ore, poi perché la casa della nonna aveva un giardino-orto dove crescevano i pomodori più buoni del mondo e anche le piante di framboise che poi sarebbero i lamponi, ma io li conobbi con quel nome e così ancora li chiamo, ma soprattutto mi piacque perché girare in centro città mi permetteva di intravedere realtà nuove, diverse, lontane, una festa per gli occhi. C’erano persone vestite in fogge esotiche — ed erano tante, perché Ginevra è sempre stata sede di organismi internazionali —, le donne avvolte da sete drappeggiate dai colori bellissimi, gli uomini con lunghe tuniche e turbanti. Alcune avevano la pelle scura, un’andatura regale, un’eleganza affascinante nei gesti e nei movimenti. Visioni che mi lasciavano incantata. 
Ma qui voglio ricordare un’altra cosa che mi colpì parecchio, e positivamente, e non riguardava chi giungeva a Ginevra da tutto il mondo per rappresentare il proprio Paese — la mamma mi spiegò chi erano quelle persone che mi interessavano tanto — ma le consuetudini delle donne che, in quella città, ci vivevano da sempre. Nei numerosi café di Carouge, il quartiere dove abitava nonna Nuccia (ma lì la chiamavano Joséphine) non era infrequente incontrare tavolate di sole donne che bevevano Pernod, sembravano divertirsi moltissimo e ridevano forte. A Torino capitava, al massimo, che due amiche si dessero appuntamento in un bar del centro, che vi si fermassero per un caffè e una chiacchierata fitta fitta in un tavolino d’angolo, per dirsi magari qualcosa di importante, ma non avevo mai visto in un locale pubblico gruppi così numerosi di donne senza uomini al seguito, e nemmeno donne che ridessero tanto a raccontarsi fra loro delle cose. Gruppi di uomini sì, di donne mai. Non saprei dire come incamerai l’esperienza, allora, che cosa ne dedussi. Sicuramente nulla di strutturato, ma il ricordo che ne conservo è nitido come solo può essere quello dei fatti fondanti della nostra vita e so che per certo quelle scene insolite mi piacevano. In quelle donne capaci di divertirsi anche in assenza di uomini ci sentivo un che di autentico, di sano, di libero che nelle più contegnose madamin torinesi non avevo mai conosciuto. 
Credo che la nonna Nuccia si sentisse a suo agio a Ginevra: al contrario di mia madre, nonna sosteneva che la patria, per lei, era il posto dove poteva vivere bene e per parecchi anni, quando già era tornata in Italia, mantenne un buon rapporto con le sue amiche ginevrine. Ogni tanto il suo piccolo appartamento torinese si riempiva di grosse signore svizzere che venivano a trovarla, e lei riusciva sempre ad accoglierle, aprendo brande ovunque e cucinando indimenticabili cassoeule. Penso avesse apprezzato, nel loro Paese, un’aria di libertà che le si confaceva, e che qui non aveva potuto respirare. Solo dal ’68 in poi ci accorgemmo che potevamo farlo. Lei però non ne ebbe il tempo. 

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Articolo di Loretta Junk

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Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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