Nel nuovo romanzo di Salvatore Niffoi, L’amica delle lucertole (La nave di Teseo, 2025), si intrecciano le vicende di più donne, vissute in un passato piuttosto recente e in un passato sfumato e vago in tempi misteriosi e ancestrali. L’ambientazione è come sempre la Barbagia, terra di fascino ineguagliabile, popolata da figure strane e contraddittorie, che fondono realtà e fantasia. Niffoi, nato e residente a Orani (Nuoro), ex insegnante che prima di tutto si definisce «babbu ‘e familia», non si smentisce e riprende il filo delle sue narrazioni al femminile iniziate con i successi sorprendenti di La leggenda di Redenta Tiria, La vedova scalza, e proseguite con tanti romanzi, fra cui La quinta stagione è l’inferno, Le donne di Orolé, Nate sotto una cattiva luna, di cui ci siamo occupate su questa rivista (Vv. n. 136, n. 243).

Storia di passioni, di segreti inconfessabili, di cupa violenza e tenero amore, di morte e vita, si svolge in paesi dai nomi fantasiosi che pure riecheggiano quelli di località esistenti: Corunas, Noroddile, Crastulò, Kalaris; anche i personaggi rientrano nella stessa logica degli atteggiamenti e dei nomi modellati sul vero, secondo la tradizione barbaricina. Remedia e Milzino sono i due protagonisti, ma accanto a loro troviamo i genitori di lui Teresa e Menelau, fuggiti dalla Spagna franchista, Celestina e Martine i genitori di lei, paesani e paesane dai caratteri più vari e stravaganti, in cui non mancano vene di autentica follia. L’intreccio muove, dopo un prologo anticipatore, dal ritorno di Remedia nel 1970 alla località d’origine, Corunas, per fare chiarezza dopo la rivelazione in punto di morte fatta dal padre: lei sarebbe figlia dello spagnolo, sincero amico di famiglia. Il fatto ha una sua rilevanza perché fra la giovane, «bella come una statua di marmo rosa appena levigata» e dai grandi occhi simili «a due prugne acerbe», e Milzino c’è sempre stato un legame speciale, che potrebbe diventare altro, se i due dessero voce ai loro sentimenti. «Fin da piccoli il loro era stato un sentimento strano, una corsa continua a chi si mostrava più affetto. […] “Noi saremo sempre due spighe unite da un unico stelo, vero Milzino?” “Certo!” disse lui commosso. “A noi nessun vento ci potrà mai separare!”» (pag. 54).
Lei se ne era andata dopo la nevicata del 1956, «quella che aveva costretto uomini e bestie a starsene rinchiusi dentro casa sotto una coperta di neve alta quasi due metri», quando il padre, che le faceva anche da mamma perché Celestina era morta di parto (così le avevano raccontato), si era trasferito per impiegarsi al catasto a Noroddile. Di fronte alla morte improvvisa che sta per colpirlo l’uomo, appena cinquantenne e dai costumi morigerati, non vuole mantenere il segreto e chiede a Remedia di indagare sulle sue origini, ritornando nella vecchia casa in abbandono e cercando prove risalenti alle dicerie che si erano diffuse fra la gente locale. Ma le cose sono assai più complesse e lunghe digressioni ci porteranno a scavare in segreti oscuri, crudeli e celati da persone violente e omertose.
Il capitolo quarto ci offre la descrizione dell'”amica delle lucertole“, Celestina Bonosia, che «aveva negli occhi e nelle movenze qualcosa che la faceva somigliare veramente a una lucertola. Il suo corpo esile, ma non appiattito, partiva da una testa con un profilo triangolare e finiva con due piedi allungati precisi in tutto ad una coda sconcata». Anche la sua pelle «delicatamente squamosa», le sue abitudini, le sue voglie azzurre sui fianchi richiamavano proprio quell’animaletto a lei tanto caro, che ritorna molte volte nel romanzo sotto forma di presenza reale, ma anche in metafore e paragoni. I suoi genitori erano altrettanto originali visto che la signora Ignazia si credeva una capretta, il padre Battista un gatto selvatico, ma queste personalità alternative cambiavano nel tempo e si adeguavano alle usanze del paese: «non erano né pazzi né posseduti dal demonio», ma vivevano fra gente strana. Purtroppo quando decisero di diventare anguilla e merlo di monte fecero entrambi una brutta fine. Era il 1947 e la figlia orfana in seguito si sposò con un brav’uomo, Martine Urriache, «tutto chiesa e lavoro», giusto per sistemarsi.
Una seconda importante digressione si ha al capitolo ottavo quando Celestina racconta alla coppia spagnola la storia di Erricu Ventuleri, il barroso di Coronas, «coglione era nato e da coglione è morto», rimasto invalido finché non decise di darsi la morte. La terza digressione avviene al capitolo undicesimo, visto che Remedia decide di andare a trovare una sventurata parente, di cui si erano perse le tracce perché finita in manicomio; qui si apre una parentesi che riguarda non solo le disgrazie della povera Pauledda, ma anche si verifica in concreto quali erano le condizioni dei luoghi di vera e propria segregazione, ben prima della riforma Basaglia.
Mentre le ricerche della giovane procedono, con l’aiuto premuroso di Milzino, altri personaggi acquistano spazio, uno in particolare sarà determinante per lo scioglimento della vicenda: il sindaco e farmacista Costantinu Malupasu, e finalmente si farà luce sulla terribile sorte di Celestina, che pagò a caro prezzo le proprie scelte, ma ora è bene interrompere la narrazione per lasciare la sorpresa a lettrici e lettori, ammaliati dalla prosa di Niffoi.

Uno scrittore sempre incinto di storie, come ama dichiarare nelle interviste, perché pieno di idee, di vicende e misteri da raccontare, di luoghi unici da descrivere, di ricordi da far rivivere, di miti e leggende ascoltate fin da bambino dalla viva voce delle donne barbaricine. La sua prosa è quantomai ricca, ogni periodo è cesellato, ricco di rimandi e di vocaboli sardi che creano un’armonia, una prosa lirica estremamente musicale, affollata di metafore e paragoni poetici che suonano esatti e convincenti. Bellissimi i riferimenti alla natura e agli animali: non solo le lucertole addomesticate Lillina e Luffo, portato a spasso con un minuscolo guinzaglio, ma anche gli uccelli, i pesci, i topi, le volpi, l’asino Benito, la cagna Galanedda, la gatta Rachele. «Sembrava una coccinella pronta a prendere il volo», «il cielo era un sudario di luce trasparente che ovattava il canto delle poiane», «come le ali di una farfalla morta», «giocano a saltare come locuste in un campo di grano», e potremmo continuare a lungo.


Per inquadrare l’ambiente anche dettagli tipicamente sardi come i nuraghi e gli antichissimi betili di pietra scolpita, e pure i cibi assumono un ruolo preciso: «vino nero a boccali, biscotti glassati e amaretti, gazzose “Merlini” e ghiaccioli fatti in casa. […] Sul tardi, per i pochi parenti rimasti a godersi lo spettacolo, uscì fuori anche una pezza di formaggio marcio, una cesta di pomodori cuore di bue appena raccolti, cipolle fresche, un boccione di nepente, una canistedda di pane crasau» (pag. 33).
Divertente, delineato con accenti ironici, il mutare delle vecchie usanze nel paese sia per l’arrivo del progresso, rappresentato dalle automobili, dalla televisione e da altri elettrodomestici, sia per l’introduzione delle opere liriche grazie a Teresa, insegnante di musica, evento che cambiò in modo radicale i nomi dei nuovi nati, maschi e femmine: non più Gavino, Bonaria, Gesuino, Tore, ma addirittura Farfalla, in omaggio a Puccini, Otello, Carmen, persino Cenerentola e Rusticone.
Una volta sciolto l’enigma e scoperta la verità, ai due giovani innamorati non rimane che andarsene per sempre, cercando altrove pace e fortuna, mentre Teresa si accomiata da lettori e lettrici cantando a finestre spalancate una romanza di Leonora da La forza del destino di Verdi i cui versi riecheggiano la sorte della sfortunata “amica delle lucertole”: «Una donna son io./Infelice, delusa, reietta,/dalla terra e dal ciel maledetta,/che nel pianto prostratavi al piede,/di sottrarla all’inferno vi chiede».

Salvatore Niffoi
L’amica delle lucertole
La nave di Teseo, 2025
pp. 144
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie negli Istituti superiori, pubblicista, dal 2012 collabora con l’associazione Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni, fornisce consulenze alle amministrazioni locali. Fra 2016 e 2017 ha realizzato come coautrice tre libri: Donne mal dette e nascoste nel territorio e nelle strade italiane, Le Mille e Pistoia.Tracce, storie e percorsi di donne. Nel 2018 ha scritto e curato la guida al femminile: La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne. Nel 2025 ha curato il volume Le Nobel per la letteratura.
