In prima persona

Amira ha gli occhi grandi e il sorriso sincero.
Quando ci siamo incontrare per la prima volta mi ha colpito per i suoi modi gentili e per la dolcezza del suo sguardo, specchio di un’anima che, col passare del tempo, ho scoperto essere di rara purezza.
Da subito sono rimasta affascinata da quella giovane donna dalla pelle ambrata e dal nome dalle chiare origini arabe.
Dal nostro primo incontro non è passato molto tempo dal momento in cui ci siamo definite amiche. Credo che entrambe apprezzassimo nell’altra alcuni aspetti opposti a quelli che ritenevamo di possedere: nel mio caso la compostezza, nel suo la sfacciataggine. Attinsi a quest’ultima per colmare la curiosità che nutrivo per lei. Le domandai quali fossero le sue origini e se il suo nome, per me così bello, avesse un significato particolare. Mi rispose che era nata in Egitto, a Ismailia, e che Amira significava principessa.
Alcune settimane dopo mi confidò di aver apprezzato il fatto che le avessi domandato delle sue origini e non di dove fosse. «Siccome ho la pelle scura mi domandano sempre di dove sono e quando rispondo che sono italiana vengo scherzosamente rimproverata perché, a loro dire, so bene quello che intendevano chiedermi… ma origine e residenza non sono proprio la stessa cosa». Mi raccontava lei con uno spiccato accento milanese.

Amira è arrivata in Italia a sei mesi, insieme a sua madre e a sua sorella maggiore. Era il 1996. Suo papà abitava nel nostro Paese già da tre anni e, tra un viaggio in Egitto e l’altro, aveva cercato un lavoro e una casa abbastanza grande per accogliere le donne della sua famiglia. Un Cud e una residenza stabile erano gli elementi imprescindibili per la riunificazione familiare.
Mi raccontò che nel paese d’origine suo padre era piuttosto benestante. Il nonno, morto prematuramente a causa di un male incurabile, era infatti quello che in egiziano viene definito un saeidi (صعيدي), ovvero un importante proprietario terriero e imprenditore. Dopo la sua scomparsa e quella di sua moglie, nessuno degli undici figli aveva voluto proseguire la sua attività e una parte di loro si era trasferita in Italia alla ricerca di migliori condizioni economiche e di vita per sé e per le proprie famiglie.
Nel 1998 nasce la terza figlia, Angie, l’unica che per diritto potrà ottenere la cittadinanza italiana una volta compiuta la maggiore età. E così avvenne: raggiunti i diciotto anni, Angie, venuta al mondo da grembo egiziano ma su suolo italiano, diventò l’unica cittadina in una famiglia di straniere e stranieri… stranieri che però parlavano perfettamente la nostra lingua — dialetto lombardo incluso — frequentavano le scuole nazionali e pagavano le tasse nel nostro Paese.
Durante i primi anni di Liceo Amira decise volontariamente di indossare il velo — sebbene i suoi genitori l’abbiamo cresciuta seguendo i dettami musulmani, non le è mai stato imposto di coprirsi il capo. Nella religione islamica, infatti, imporre qualcosa è haram (peccaminoso): poiché nasciamo tutti/e libere, costringere qualcuno a fare qualcosa sarebbe come andare contro la volontà di Dio. Infatti lo tolse poco dopo. «Spesso a scuola mi inveivano contro dicendomi frasi come: “Brucerai all’inferno!”, “sei una povera sottomessa, ribellati!”. Un giorno mi guardai allo specchio e l’immagine che vidi riflessa non mi piacque più. Mi tolsi l’hijab perché mi faceva sentire diversa e io non me lo potevo permettere: dovevo essere giusta come le “vere” italiane, dovevo passare inosservata».
Lei mi parla e, mentre l’ascolto, io penso che lei è la più giusta di tutte.

Amira ha fatto la prima richiesta di cittadinanza all’età di diciannove anni. Come previsto dalla procedura aveva inoltrato al Ministero dell’Interno tutti i documenti necessari, tra cui tre anni di certificazione unica da reddito da lavoro dipendente a tempo indeterminato, i certificati scolastici che la potessero esonerare dall’esame di conoscenza della lingua e della grammatica italiana, il certificato di nascita e penale.
La documentazione debitamente tradotta presso uno degli uffici affiliati e a carico della richiedente, così come il versamento del contributo per la domanda (all’epoca del valore di 200 euro più 16 di marca da bollo), passava poi attraverso la Prefettura o la Questura che si occupano di verificare la completezza e la regolarità della documentazione presentata.
Dopo più di tre anni di attesa, Amira inviò al Ministero una serie di raccomandate, ora di sollecito ora per essere aggiornata sullo stato della richiesta. Alcuni mesi dopo venne informata del rigetto della sua domanda a causa di un’irregolarità che lasciò tutta la sua famiglia di stucco: i contributi pagati da suo padre non risultavano versati.
Nel frattempo, a cinque anni dall’invio della domanda, sua sorella maggiore riuscì a ottenere la cittadinanza. Il fatto strano e diverso è che la documentazione da lei presentata fosse la stessa di Amira… lei però era rimasta pazientemente in attesa senza esortazioni.
Nel 2023 Amira ha proceduto a inviare una nuova richiesta di cittadinanza, questa volta presentando i cud di sua sorella, cittadina italiana dal 2016. Lo scorso anno le è stata comunicata «la proroga dell’istanza per la concessione della cittadinanza italiana con la causale di esigenze di istruttoria, al fine di consentire l’acquisizione di tutti i necessari pareri degli organismi coinvolti».
Rimane — rimaniamo — in attesa mentre, nel frattempo, Amira si sta per laureare in un’Università italiana e sta lavorando in questo Paese.

Tra poco dovrà andare via; ha alle spalle un turno di lavoro massacrante e non vede l’ora di andare a casa a riposare.
Mi dice che, sia in Egitto che in Italia, la gente la fa sentire una straniera: troppo italiana da una parte, troppo egiziana dall’altra. Allora le chiedo come si sente lei… che alla fine è questo che conta.
«Io sono italo-egiziana e la sequenza non è casuale. Sono prima italiana perché vivo in Italia da tutta la mia vita, l’italiano è la mia lingua madre e non potrei vivere in nessun altro posto. Ma sono anche egiziana perché non rinnego le mie origini che per me sono una ricchezza e che rivendico con onore».
Le chiedo cosa avrebbe votato al referendum sulla cittadinanza se solo avesse potuto e mi risponde che avrebbe optato per il sì!
«Che cosa significherebbe per te ottenere la cittadinanza italiana?», le chiedo allora. «A me non serve il permesso di un’autorità per sentirmi italiana, io sono italiana! Ma con la cittadinanza non avrei le seccature burocratiche che hai con solo il permesso di soggiorno e, soprattutto, avrei dei diritti che ora non ho, come andare nel mondo tranquillamente o votare a un referendum. Perché senza, la mia voce è silenziata e perché, sebbene le mie radici siano in questo Paese,
mi sembra che chiunque possa venire a sradicarle, a tagliarle…», mi risponde lei.

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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