Gender gap e quote rosa. La politica alla prova dell’uguaglianza

Nel panorama contemporaneo delle scienze politiche e sociali, il tema del gender gap si configura come uno degli snodi cruciali per comprendere le dinamiche di potere che attraversano la società. La politica, in particolare, resta un terreno privilegiato per osservare tali disparità: qui la distanza tra uomini e donne continua a emergere in forme visibili e sottili, nonostante i progressi normativi e culturali degli ultimi decenni. Le cosiddette “quote rosa”, spesso proposte come soluzione immediata a un problema strutturale, hanno generato un dibattito intenso. Da un lato rappresentano uno strumento indispensabile per incrinare l’inerzia patriarcale delle istituzioni, dall’altro vengono percepite come un meccanismo artificiale che rischia di ridurre la parità a un obbligo imposto dall’alto, dove a essere valorizzato non è il merito individuale, ma il genere di appartenenza.
Il gender gap politico non è un fenomeno recente. Le sue radici affondano in secoli di esclusione delle donne dalla cittadinanza politica, dalla possibilità di essere elette e persino dal diritto di voto. Solo a partire dalla seconda metà del Novecento in molti Paesi occidentali si è assistito a un progressivo allargamento della partecipazione femminile. In Italia, il diritto di voto è stato riconosciuto soltanto nel 1946, mentre la Costituzione del 1948 ha sancito formalmente la parità di accesso alle cariche elettive. Ciononostante, per decenni la rappresentanza femminile è rimasta marginale, oscillando tra percentuali irrisorie e presenze sporadiche.

Negli anni Settanta e Ottanta, i movimenti femministi hanno portato con forza la questione della rappresentanza al centro del dibattito pubblico, sottolineando come la democrazia non potesse dirsi compiuta se metà della popolazione restava sottorappresentata. L’introduzione delle prime misure correttive negli anni Novanta ha segnato una svolta, ma non priva di resistenze: leggi e regolamenti sono stati spesso oggetto di contestazioni e talvolta aggirati. Ancora oggi, la presenza femminile nelle istituzioni italiane si colloca sotto la media europea, a conferma di un percorso ancora incompiuto.
Il confronto internazionale restituisce un quadro articolato. Nei Paesi nordici, grazie a un intreccio di politiche sociali, culturali e di welfare, la rappresentanza femminile ha raggiunto livelli elevati senza bisogno di quote vincolanti: in Norvegia e Svezia la presenza delle donne nei parlamenti supera stabilmente il 40%. In Francia, con la legge sulla parité del 2000, è stato introdotto un sistema rigido che obbliga i partiti a garantire un equilibrio nelle candidature, pena sanzioni economiche: i risultati sono stati immediati sul piano numerico, ma la trasformazione culturale procede più lentamente. In Spagna, la Ley de Igualdad del 2007 ha fissato una soglia minima del 40% di rappresentanza di genere nelle liste elettorali, contribuendo a un rapido incremento delle elette. In Germania, invece, il dibattito è ancora aperto e solo alcuni Länder hanno adottato misure di riequilibrio, mentre a livello federale la rappresentanza femminile rimane discontinua. In America Latina, infine, i sistemi di quota hanno prodotto un aumento significativo della presenza numerica, ma non sempre hanno scalfito le logiche patriarcali che condizionano l’accesso alle posizioni di vertice.

In questo scenario, le quote rosa assumono un ruolo ambivalente: consentono di spezzare l’inerzia dei partiti, di forzare aperture altrimenti improbabili e di offrire modelli di identificazione alle nuove generazioni. Allo stesso tempo, rischiano di consolidare l’idea che le donne siedano nelle assemblee non per merito, ma per imposizione normativa. Questo paradosso solleva questioni profonde di legittimazione politica e di percezione sociale, rendendo evidente come la mera presenza numerica non basti a modificare la sostanza dei rapporti di potere.

Accanto al piano normativo, il lavoro ha analizzato il linguaggio come forma di potere simbolico. L’uso di termini come sindaca o ministra non è una semplice questione grammaticale, ma un atto politico che restituisce autorevolezza a chi ricopre un ruolo pubblico. Il rifiuto di declinare al femminile incarichi e titoli alimenta la convinzione che la leadership sia prerogativa maschile, relegando le donne a eccezione o anomalia. Le scelte linguistiche incidono anche sul modo in cui i media raccontano la politica: titoli, cronache e commenti contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo, influenzando la percezione delle figure femminili. Non sorprende, dunque, che le intervistate abbiano espresso opinioni divergenti su questo tema: alcune hanno rivendicato con decisione la necessità di un linguaggio inclusivo, altre hanno sottolineato il rischio che la questione linguistica venga utilizzata per distogliere l’attenzione da problemi più strutturali.
La parte empirica ha rappresentato il cuore dell’indagine. Le quaranta donne intervistate — amministratrici locali, consigliere regionali, deputate nazionali ed europarlamentari — hanno restituito un quadro complesso e plurale. Le loro testimonianze hanno evidenziato differenze legate alla provenienza geografica, all’appartenenza politica e all’età, ma anche tratti comuni che attraversano esperienze molto diverse. Numerose hanno riconosciuto il ruolo positivo delle quote come strumento di accesso, ma quasi tutte hanno denunciato il permanere di un contesto in cui il merito è ancora misurato sulla base del genere.
Le difficoltà principali non riguardano soltanto l’ingresso in politica, ma la possibilità di restarvi e crescere in un ambiente ancora dominato da logiche maschili, spesso competitive e poco inclini alla cooperazione. Le intervistate hanno raccontato episodi di mansplaining, commenti sessisti, marginalizzazione nelle dinamiche interne ai partiti. In molti casi hanno descritto la necessità di lavorare il doppio per ottenere la metà del riconoscimento. Le più giovani hanno sottolineato la fatica di conquistare credibilità in un sistema che tende a svalutare l’esperienza femminile, mentre le più esperte hanno evidenziato la difficoltà di raggiungere posizioni di vertice nonostante anni di impegno politico.
Accanto a queste criticità, è emersa però anche una forza trasformativa. Molte hanno espresso la convinzione che una maggiore presenza femminile possa cambiare la politica non solo nelle regole, ma anche nei linguaggi e nei modi di esercitare il potere. Alcune hanno sottolineato l’importanza della sororità e delle reti di sostegno tra donne, considerate strumenti indispensabili per resistere a un contesto ancora ostile. Altre hanno richiamato il ruolo delle nuove generazioni, più sensibili ai temi dell’uguaglianza e della diversità, come elemento decisivo per un cambiamento duraturo.

In conclusione, il lavoro dimostra che il superamento del gender gap richiede un approccio multilivello. Le quote rosa si confermano strumenti utili, ma non sufficienti. Senza una trasformazione culturale profonda, capace di scardinare stereotipi radicati e di promuovere un linguaggio più equo, la parità rimarrà incompiuta. Allo stesso modo, senza un impegno concreto delle istituzioni e dei partiti nel valorizzare realmente le competenze, ogni misura rischia di limitarsi a un correttivo formale.
Il percorso verso una democrazia paritaria resta dunque lungo e accidentato, ma le voci raccolte mostrano come resistenza, competenza e determinazione possano aprire nuove possibilità. La sfida consiste nell’immaginare una politica che non sia più un recinto maschile da conquistare, ma un luogo condiviso, inclusivo e realmente democratico: una politica, in definitiva, di un altro genere.

Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/345_Scarasciullo.pdf

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Articolo di Cristina Scarasciullo

Giornalista pubblicista, con laurea in Comunicazione politica all’Università di Torino, ha collaborato con l’associazione EquALL sull’empowerment femminile in politica e all’advocacy su questioni di genere e sostenibilità ambientale. Convinta che sport e politica siano due osservatori privilegiati delle dinamiche sociali, unisce la passione per il giornalismo con l’impegno per una comunicazione più inclusiva.

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