Proseguiamo la pubblicazione dei racconti finalisti della XII edizione del Concorso di Toponomastica femminile, Sulle vie della parità, dal tema quest’anno Le donne e le arti, presentandoli nell’ordine alfabetico dei cognomi delle autrici.
Dana Moda, studentessa di Lettere alla Sapienza di Roma, già vincitrice ex aequo lo scorso anno con un suo racconto presentato nella sezione C — Narrazioni, in questa edizione si colloca in finale con il bel titolo L’amore, l’arte, la lotta, che continua l’incipit di Antonio G. Bortoluzzi (in corsivo nel testo) per raccontare la storia di una nota pittrice afroamericana.
Questo il giudizio della giuria: «Il racconto è pienamente aderente al tema e coerente con l’incipit. La storia, ben contestualizzata e raccontata con garbo, rivela che l’autrice ha condotto una ricerca attenta cogliendo, del personaggio di Emma Amos, le caratteristiche essenziali, sintetizzate efficacemente dal titolo. Buona la qualità della prosa, sciolta e scorrevole, che si legge volentieri».
L’amore, l’arte, la lotta
di Dana Moda
Aveva pensato per anni a come fare, e aveva osservato, provato e riprovato. Anche buttato via. Poi un giorno, che non era né bello né brutto, accadde qualcosa. E non era più lei da sola, ma lei con le sue mani, e a ben guardare erano le stesse mani di quando era bambina…
Quelle stesse mani che fin dai suoi primi anni aveva guardato e riguardato, chiudendole e stendendole, girandone i palmi all’insù e all’ingiù. C’era stato un tempo, molto lontano, in cui l’avevano fatta vergognare. Tutto intorno a lei sembrava testimoniare quanto fossero sbagliate le sue mani, e per estensione lei e tutte le persone come lei. Ma la sua famiglia le aveva dimostrato il contrario, le aveva insegnato la giusta prospettiva, le aveva fatto cambiare idea tanto velocemente che — sorrise nel ripensarci — la vergogna aveva lasciato spazio all’orgoglio, un sentimento che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita, e che avrebbe cercato di comunicare al mondo intero attraverso la sua arte. Ricordava di aver iniziato a dipingere all’età di sei anni. Le piaceva sperimentare con i colori, ritagliare forme sgangherate, ricopiare figure dalle riviste trovate in casa. In casa Amos libri e riviste non mancavano mai, e i suoi genitori erano felici di sacrificare qualche numero di Esquire per la passione della figlia. Non tutti ad Atlanta avevano quella fortuna nel 1943. A Sweet Auburn, il suo quartiere, aveva frequentato la scuola pubblica, una scuola che né lei né i suoi genitori avevano potuto scegliere. In quegli anni le era apparso chiaro che lei, come suo fratello Larry, avrebbe dovuto sempre puntare all’eccellenza: se suo nonno Moses era stato il primo afroamericano a diventare farmacista nello Stato di Georgia, lui che era stato il primo della sua famiglia a nascere libero, allora lei avrebbe dovuto distinguersi in ogni ambito, brillare tanto nello studio quanto nel lavoro. Credeva di essere stata enormemente fortunata, lei che era nata nell’epoca del segregazionismo, rispetto ai suoi antenati, alla sua famiglia. Li aveva amati moltissimo, e continuava a farlo. Erano stati loro a incoraggiarla a studiare, a sostenerla nel perseguimento del suo sogno, da Atlanta all’Ohio prima, da Londra a New York poi.
Guardò fuori dalla finestra, prendendosi una piccola pausa dal lavoro. I trent’anni che la dividevano da quella bambina di sei anni e dalla vita che faceva ad Atlanta si sentivano tutti, soprattutto da lì, il suo appartamento a due passi da Soho, al 32 di Kings Street. Eppure, l’orgoglio, l’affetto per la sua famiglia e la sua passione per l’arte non ne erano rimasti intaccati. Non sapeva cosa fosse successo quel giorno, forse l’emozione per l’inaugurazione della nuova galleria di May, ma dopo anni e anni a pensarci, sapeva esattamente cosa fare. Si riavvicinò con passo lento verso la tela, che piano piano si era andata riempiendo: una coppia di amanti si stringeva, ballando lentamente su una canzone che solo loro potevano sentire — non avrebbe dipinto alcun giradischi — nell’intimità del loro salotto. Lui era un uomo bianco con capelli lunghi e pantaloni a zampa, lei una donna nera con i capelli corti e un lungo abito viola. Sandy e suo marito, questo il titolo che avrebbe dato all’opera, altri non erano che lei e Robert. La tenerezza quasi insostenibile che riempiva i loro volti si fece strada anche sul viso di Emma, mentre ripensava a come aveva conosciuto Bobby.
Aveva incontrato quello che sarebbe diventato suo marito e il padre dei suoi figli un pomeriggio della primavera del 1960. Era appena uscita dall’edificio della New York University, dove studiava e lavorava come assistente. Si era diretta nel vicino Washington Square Park per fare una pausa, sperando che quel primo sole primaverile avrebbe sciolto un po’ le sue ossa intirizzite. Non si sarebbe mai accorta di lui se non le avesse toccato una spalla. Lei si era voltata e si era vista allungare una polaroid da un ragazzo. «Scusa — aveva detto lui — ma ti ho fotografata. Spero ti faccia piacere.» e se n’era andato, così, senza nemmeno chiederle il nome. Le aveva fatto una foto davvero bella ed era stato gentile a dargliela. Se l’era infilata nel cappotto e l’aveva tirata fuori solo una volta tornata a casa, quando per la prima volta l’aveva voltata, e ci aveva letto “Robert” e un numero di telefono.
Si girò verso la parete alla sua destra. La foto era ancora lì, incorniciata alla parete a ricordare il loro amore. Si chiese se non fosse il caso di aggiungerla all’opera.
Ricordava di avergli telefonato da una cabina. A quella prima conversazione era seguito un appuntamento — il primo di una lunga serie — in un caffè. Avevano parlato per ore. Lui era nato lì, a New York, si era laureato in ingegneria, ma aveva trovato lavoro come scrittore. La sua passione più grande era la fotografia, così fu immensamente felice che la foto le fosse piaciuta. Lei gli aveva raccontato di Atlanta, del suo anno a Londra, dei suoi studi e, soprattutto, delle sue opere. Un giorno lo aveva invitato a casa sua e gliele aveva mostrate. Lui le disse di amarle. Cinque anni dopo si sarebbero sposati.
Il quadro sembrava ultimato. Sembrava. A quella scena di vita intima, sul caldo sfondo di un salotto arredato alla moda del periodo — colori accesi, forme morbide — mancava qualcosa. Uno dei due muri era troppo spoglio, e rendeva, così, poco equilibrata l’intera composizione. Andava aggiunto qualcosa. Aveva scartato l’idea della polaroid, sarebbe stata ridondante. A rappresentare lei in coppia c’era già, appunto, la coppia, e certo non avrebbe aggiunto Nicholas e India, visto che aveva dedicato loro un gran numero di ritratti. E poi non voleva rappresentare una semplice scena famigliare: aveva bisogno di qualcosa che rappresentasse lei, e lei soltanto. Decise di posare i suoi strumenti e iniziò a passeggiare per la stanza, pensosa. Non sapeva come risolvere la faccenda, e, camminando su e giù, faceva scorrere lo sguardo sulle pareti in maniera distratta, come se la risposta non potesse trovarsi lì. E invece, fu proprio in quella stanza che qualcosa catturò la sua attenzione, e subito seppe di aver risolto il problema: tra i tanti lavori appesi o appoggiati alle pareti dello studio, da dietro un paio di quadri faceva capolino un angolo di colore blu. Era parte di una sua tela di ormai sette anni prima, dipinta in un momento particolarmente significativo della sua vita.
Aveva dipinto l’autoritratto L’annusatrice di fiori nel 1966, un anno che aveva significato per lei un inizio e la fine di un’era. Era arrivata a New York sei anni prima e ci si era immediatamente sentita a casa. La città l’aveva sicuramente ammaliata, ma trovare un proprio spazio nelle gallerie sembrava impossibile. Nonostante avesse studiato e continuasse a farlo, migliorando la sua tecnica e imparandone di nuove, le sue opere — vive, colorate, strutturate — venivano continuamente respinte. I galleristi, con puntualità e sincerità sconcertanti, si affrettavano a spiegarle che era ancora troppo giovane, «sei ancora acerba» dicevano. Ma lei sapeva che il motivo era un altro: i proseliti che il più famoso tra i suoi concittadini stava facendo al Sud non avevano ancora ispirato tutti. Così, quando nel 1964 fu invitata a unirsi al collettivo d’arte Spiral, tra i primi a dare il via al Black arts movement, fu entusiasta e lusingata. Tra i quindici componenti, Emma non era solo la più giovane, ma anche l’unica donna, e se all’inizio questo fu fonte di orgoglio, più tardi in lei maturò l’idea che, in fondo, se l’avevano accettata era solo perché non la percepivano come una minaccia. Il 1966, l’anno in cui dipinse L’annusatrice di fiori, era stato anche l’anno dello scioglimento del collettivo. Un anno-ponte, tra il matrimonio e il primo figlio, tra la lotta per i diritti civili e un nuovo tipo di lotta, che prima non aveva pensato l’avrebbe mai potuta riguardare. Il giorno in cui aveva completato quell’autoritratto aveva capito qualcosa di fondamentale: da donna nera, essere un’artista era, in sé, un atto politico. E lo era che le piacesse o meno. E ricordava ancora l’intensità con cui ne aveva abbracciato le conseguenze, anche nei momenti in cui era sembrato impossibile.
Finito. Il quadro era ultimato. La ragazza che era stata sette anni prima osservava con sguardo vispo il ballo dei due amanti. Un monito. L’arte, la lotta. L’amore, la famiglia, ma anche l’arte e la lotta. Quello era senza dubbio il giorno perfetto per concludere così la sua tela: la SOHO20 avrebbe finalmente aperto. A breve sarebbe arrivata Eva, la babysitter, così lei sarebbe potuta andare all’inaugurazione. Senza di lei non avrebbe saputo come fare: prendersi cura di due bambini così piccoli era un lavoro, e da quando era diventata madre il suo tempo per dipingere era drammaticamente diminuito. Certo, Bobby era felice di passare il tempo con Nicholas e India, ma stava pur sempre tutto il giorno fuori casa per lavoro. Decise che Eva si sarebbe meritata un ritratto.
Una volta arrivata la babysitter, Emma si preparò e schizzò fuori casa. Era davvero felice, e le strade di Soho la mettevano ancor più di buonumore. Il quartiere non era ricco, anzi. Negli anni Sessanta era ancora un’area industriale di New York. Gli affitti dei palazzi fatiscenti avevano attirato un gran numero di artisti e, soprattutto, di artiste, che avevano lentamente costituito una comunità. Era stata felice di potersi trasferire a due passi da lì. Avrebbe voluto trovarci uno studio tutto per sé, in cui lavorare in pacifica solitudine. Prima o poi l’avrebbe fatto. La camminata che la aspettava era piuttosto breve — mezzo miglio, una decina di minuti — così decise di prendersela comoda e godersi l’alternarsi di edifici alti e bassi, di filari alberati e botteghe, mentre pensava alla serata che aveva davanti. All’inaugurazione l’aveva invitata May Stevens, artista dal talento invidiabile, sua carissima amica e, soprattutto, attivista instancabile. Aveva fondato insieme ad altre diciannove artiste una nuova galleria cooperativa, SOHO20, per permettere alle donne di poter esporre, cosa che altrove era quasi impossibile. Infatti, le cose non erano cambiate affatto dal 1960: le stesse gallerie che avevano rifiutato i lavori di Emma all’epoca erano le stesse che rifiutavano i lavori delle sue amiche ora, nel 1973. Quello di SOHO20 non era il primo esperimento femminista del genere, ma portava con sé una grande novità, o almeno così le aveva raccontato con entusiasmo May: in quel mondo di collettivi, razza e genere non avevano mai avuto la possibilità di toccarsi. Non sembrava esserci spazio per il femminismo nella lotta per i diritti civili, così come le femministe non volevano interessarsi della questione del razzismo. SOHO20, invece, sarebbe stato uno spazio di aggregazione, esposizione, confronto non soltanto per sole donne, ma per le donne tutte. Questo era il progetto di May, la sua visione. Per Emma era una promessa. Di fronte al 99 di Spring Street l’aria sembrava vibrare. Si immaginò come sarebbe stato esporre lì le sue opere, Sandy e suo marito prima tra tutte. Non se n’era resa conto fino a quel giorno, ma di quel quadro aveva bisogno. Di riappropriarsi di sé stessa, di sentirsi tutta intera. Tutto l’amore che sentiva per Bobby, per Nicholas e India, per i suoi genitori, per le sue amiche, tutto quell’amore doveva tenerselo addosso, non lasciarlo mai, e avvilupparlo intorno al suo autoritratto: «L’arte e la lotta» pensò, mentre entrava nella galleria e il viso di May si voltava a sorriderle. «L’amore, l’arte e la lotta».
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Articolo di Loretta Junck

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).
