«She never gives up and I like» (Non molla mai e mi piace) diceva di lei Ingmar Bergman, concentrando in poche parole la passione, il talento, l’indole creativa e la dedizione all’arte, che resero Marik Vos-Lundh un’artista ineguagliabile, capace di trasformare la realtà in pura magia.
Donna indipendente e tenace, seppe lottare per raggiungere i suoi obiettivi, senza mai rinunciare ai sogni e alle ambizioni e celando dietro l’inguaribile riservatezza una personalità complessa e sfaccettata, che custodiva e forse anche nascondeva gelosamente la sua vita privata.

Marie-Anne “Marik” Vos-Lundh, Ericsson da nubile, nacque a Leningrado nel 1923, da madre russa e padre svedese e fin da bambina fu attratta dal mondo del teatro, tanto che a soli dodici anni decise di dedicare la sua vita alla scenografia. A 16 anni si iscrisse alla Konstfack, Università di arti, artigianato e design a Stoccolma, dove studiò pittura decorativa, teoria della prospettiva e acquerello, laureandosi a soli 20 anni, nel 1943. Nel contempo, aveva affinato la sua formazione artistica presso la Scuola di pittura Otte Skölds, che frequentò tra il 1942 e il 1944. Proprio nel 1944 ebbe inizio la sua carriera professionale, in uno dei più prestigiosi teatri di Stoccolma, il Dramaten, Teatro Reale Drammatico, dove rimase per ben quarant’anni. Qui, nel 1946, firmò la sua prima scenografia, nel film Il giardino dei ciliegi, l’ultimo lavoro teatrale di Anton Čechov, dove seppe imporsi con uno stile e uno spessore realistico raramente eguagliati. Nei lunghi quarant’anni di permanenza al Dramaten, Vos-Lundh lavorò alla progettazione di scene e costumi per oltre 120 diverse produzioni teatrali, mostrando un talento e una dedizione che la portarono a ricoprire prestigiosi incarichi, tra cui quello di direttrice delle decorazioni nel 1963 e della produzione, l’anno successivo.
Alla carriera teatrale ben presto si aggiunge anche quella cinematografica e, nel 1952, Vos-Lundh inizia a lavorare con numerosi registi di fama, tra cui Alf Sjöberg, Mimi Pollak, Rune Carlsten, Bengt Ekerot, Per-Axel Branner. Il grande successo di pubblico a livello internazionale, però, arriva dopo la collaborazione con il regista e maestro Ingmar Bergman, iniziata nel 1960 per il film La fontana della vergine (Jungfrukällan). Da allora, la sinergia artistica tra i due si rivelò proficua e duratura, portandoli a realizzare insieme film di grande impatto, come l’austero dramma del 1963 Il silenzio (Tystnaden) e l’horror psicologico del 1968 L’ora del lupo, di cui Vos-Lundh curò la sceneggiatura oltre ai costumi.
L’intesa artistica tra i due, fatta di genialità e creatività, continua a esprimersi in nuove forme di sperimentazioni artistiche soprattutto nella scelta cromatica dei costumi e delle scenografie, che non fu mai un semplice dettaglio, ma un vero e proprio strumento narrativo, capace di influenzare la percezione del pubblico e di determinare i temi della pellicola. Fu questo il risultato ottenuto nel classico d’epoca di Bergman del 1972, Sussurri e grida.

Alla innovativa creatività della Vos-Lundh si deve la progettazione degli interni color cremisi, visivamente sorprendenti, nonché degli abiti di inizio secolo bianchi e neri meravigliosamente contrastanti, con i quali il colore diventa «racconto e trama stessa del film» — come scrisse Robert Zemignan in una sua recensione del film. Tale originale contributo all’estetica del film fu molto apprezzato, tanto da valere al film una nomination all’Oscar per i suoi straordinari costumi.
Nel 1982, Vos-Lundh e Bergman si ritrovarono per lavorare a Fanny e Alexander, un progetto ambizioso e profondamente personale per il regista, una sfida per lei che, per quest’opera monumentale, realizzò ben 250 costumi per gli attori principali e oltre 1000 per le comparse. Il risultato fu incredibile per Vos-Lundh: la sua capacità di immergersi nell’immaginario infantile e di tradurre la visione di Bergman in realtà diede vita a un lavoro eccezionale che le valse finalmente l’Oscar per i migliori costumi nel 1984, un premio che la consacrò come una delle più grandi costumiste del cinema mondiale. Quella geniale capacità nel coniugare scenografia e costumi, che contribuì a definire l’estetica di alcuni dei film più iconici di Ingmar Bergman, inoltre, la rese figura di riferimento nel panorama cinematografico internazionale.


Marik Vos-Lundh muore a 71 anni, a Gotland, in Svezia, quando avrebbe potuto ancora mettere al servizio del teatro e del cinema il suo genio e la sua esperienza, ma di certo ha lasciato un’eredità artistica immensa, che si estende ben oltre il tempo in cui visse.
La creatività, il perfezionismo e l’attenzione ai dettagli l’hanno resa una maestra nel suo campo, dove ha saputo elevare il ruolo e l’importanza dei costumi nel teatro e nel cinema, ispirando generazioni di artiste/i e professioniste/i. Ha ricevuto tre candidature all’Oscar: per i costumi semplici e austeri delle sorelle protagoniste del film Cries and Whispers (1972), per quelli medievali realistici dei cavalieri e delle dame del film Il silenzio (1963) e per le scelte miste tra l’horror e il gotico nel film The Virgin Spring (1960). E non si può certo non menzionare il bellissimo abbigliamento svedese tradizionale dei bambini nel film Le avventure di Nils Holgersson. Quasi tutti i costumi sono stati esposti in alcuni dei più importanti musei del mondo, tra cui il Victoria and Albert Museum di Londra e il Metropolitan Museum of Art di New York.

E che dire dell’anima poliedrica poco conosciuta che si nascondeva oltre le luci di quella ribalta. Vos-Lundh lavorò anche nella scenografia e nella produzione per la televisione; era fotografa e, da abile fotografa, immortalò i momenti salienti delle produzioni teatrali e cinematografiche a cui partecipava, creando un repertorio unico di immagini che oggi risiedono in diversi archivi svedesi.
Marik Vos-Lundh fu anche una donna dai mille interessi, che si estendevano ben oltre i confini del teatro e del cinema, abbracciando l’attivismo sociale e l’impegno femminista. Nel 1960, fu eletta membro della Nya Idun, un’influente associazione culturale femminile svedese nel campo scientifico, letterario, artistico, educativo e sociale, di cui fu presidente dal 1977 al 1980.
Fu una femminista convinta, ha aperto la strada alle donne nell’industria cinematografica, all’epoca dominata dagli uomini, usando il suo lavoro per promuoverne la consapevolezza sociale e politica, ed è stata una mentore per molte giovani costumiste, aiutandole a iniziare con forza e determinazione la loro carriera.
Ecco perché è diventata un modello di riferimento per molte donne. Per questo, oltre che per il talento, continua a essere un’ispirazione per le giovani generazioni.
Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
***
Articolo di Giuseppina Incorvaia

Laureata in Storia e Filosofia a Palermo, ha insegnato Lingua, Letteratura italiana e Storia presso l’ITS “I. Giganti Curella”, dove è stata responsabile del Piano dell’offerta formativa, referente contro il bullismo, responsabile del RAV (Rapporto di autovalutazione) e del curricolo di Ed. civica. È docente di Storia al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti). È referente per Licata e segretaria di Tf.
