«Quante donne hanno studiato il cosmo e quali scoperte hanno fatto?»
A ispirare la domanda è la consapevolezza della cancellazione che la nostra cultura ha fatto del genio femminile, ossia di quel processo di rimozione che ha riguardato tutti i campi del sapere, incluso quello astronomico.
In questo specifico settore scientifico-disciplinare, il contributo delle donne è stato spesso misconosciuto e silenziato. L’oggetto stesso della materia porta i segni di questo occultamento: la negazione dell’apporto femminile alla ricerca si traduce in un’evidente disparità nella toponomastica siderale. Come si evince dall’Unione astronomica internazionale, l’ente preposto all’assegnazione dei nomi a partire dalle proposte presentate dalla comunità scientifica internazionale, ad oggi, infatti, i crateri lunari intitolati a donne rappresentano solo il 5% del totale.

Gli alunni e le alunne delle classi 5A e 5B della scuola primaria dell’Istituto comprensivo “Leonardo da Vinci” di Cavallino (LE), con l’intenzione di colmare questa inaccettabile omissione e con l’obiettivo di restituire pregio e visibilità a scienziate meritevoli, hanno dato vita al progetto AstroDonne: menti brillanti che hanno illuminato il cosmo, un’esplorazione del contributo femminile al campo astronomico.
Presentato nell’ambito della sezione A2-Toponomastica femminile astronomica del concorso Sulle vie delle parità, al lavoro è stato riconosciuto il primo premio ex aequo per il «percorso interdisciplinare che in maniera motivante ha coinvolto bambine e bambini nella ricerca (…), mettendo in luce le scoperte delle donne e il loro ruolo nella ricerca scientifica».

Realizzato seguendo le specifiche inclinazioni di ciascun/a studente, il progetto ha visto la creazione di due mostre: una virtuale e l’altra fisica. Così facendo, ogni alunno/a ha avuto la possibilità di dedicarsi attivamente e con entusiasmo al lavoro: a chi predilige la scienza è stato affidato il compito di approfondire le scoperte astronomiche; chi, invece, preferisce l’arte ha potuto dare spazio al proprio estro con disegni e rappresentazioni visive. I cartelloni realizzati sono stati poi esposti in una mostra fisica dalla scenografia particolarmente suggestiva. Attraverso luci soffuse e proiezioni di stelle e galassie sulle pareti, i bambini e le bambine hanno riprodotto lo spazio sconfinato dell’Universo all’interno della propria scuola.



Ad alcune delle donne ritratte nei cartelloni, appesi come stelle, è stata dedicata anche la mostra virtuale interattiva, armonica fusione di arte e scienza. Il museo digitale si compone di quattro sale, dedicate rispettivamente alle “pioniere dell’astronomia”, “alle donne che hanno classificato le stelle”, “alle astronome che hanno cambiato la nostra visione del cosmo” e “alle astrofisiche contemporanee”. Ogni figura femminile scelta rappresenta un diverso approccio allo studio dell’universo.
Nella prima sezione troviamo Caroline Herschel e Maria Mitchell.
Nata in Germania nel 1750, Caroline Lucretia Herschel è stata la prima donna a scoprire una cometa. L’opera Ricerca cosmica, dell’artista Ludovica Penna, è un omaggio alla donna che viene ritratta con lo sguardo verso la sua nebulosa mentre onde energetiche si sprigionano dal suo cuore. Oggi, portano il suo nome un cratere e diverse istituzioni culturali.
Maria Mitchell ha collezionato in vita numerosi primati: prima donna americana a lavorare come astronoma professionista, nel 1865 divenne anche la prima docente di Astronomia del Vassar College sito a Poughkeepsie, New York, e direttrice dell’Osservatorio. Il suo motto era: «Studia come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire domani».


Con un click sullo schermo giungiamo nella seconda sala; ad accoglierci troviamo Annie Jump Cannon e Cecilia Payne-Gaposchkin.
Con le sue scoperte rivoluzionarie, Cecilia Payne arrivò a confutare la teoria di un Universo “pesante”, composto prevalentemente da atomi quali ferro, silicio e alluminio, e dimostrò la composizione “leggera” e gassosa delle stelle, in cui predominano l’idrogeno e l’elio. Le sue ricerche furono l’esordio di una nuova rivoluzione copernicana di cui, per molto tempo, non le venne riconosciuta la maternità.
Ad Annie Cannon, artefice del sistema di classificazione stellare utilizzato tutt’ora e prima donna a cui venne conferito il Dottorato Onorario dell’Università di Oxford (1925), sono dedicati il Cratere Cannon, situato vicino al lembo nord-orientale del lato visibile della Luna, e 1120 Cannonia, un asteroide pietroso Floriano proveniente dalle regioni interne della fascia degli asteroidi, di circa 10 chilometri di diametro. Nel dipinto che l’artista Attilio Lauricella ha realizzato in suo onore, rappresentazioni astratte e dinamiche si uniscono in un’alchimia cromatica che evoca l’energia e la trasformazione della materia.


Nella sezione dedicata alle “donne che hanno cambiato la nostra visione del cosmo” sono collocate le figure di Vera Rubin e di Nancy Grace Roman, «brillante astronoma, prima donna dirigente della Nasa e icona per la carriera scientifica femminile». Lei, «che dell’astronomia voleva imparare tutto», non ha mai creduto a chi le diceva che le donne non potessero diventare delle scienziate e ha consacrato la propria vita all’esplorazione dell’Universo. Alla National Aeronautics and Space Administration, Nancy si impegna nella progettazione dei primi osservatori spaziali, dando un contributo fondamentale alla realizzazione di Hubble, il primo grande telescopio spaziale. Nel 2027, un telescopio a lei intitolato verrà lanciato nello spazio per lo studio dell’energia oscura, dell’accelerazione cosmica e degli esopianeti.
Nata a Filadelfia nel 1928, si deve a Vera Rubin — a cui ho dedicato la copertina di questo articolo — la «scoperta della materia oscura, ovvero della componente invisibile e misteriosa che occupa una parte dell’Universo». Fervente femminista, durante la sua vita Vera si impegnò contro la discriminazione di genere nel settore scientifico ed educativo e si adoperò per avvicinare le ragazze allo studio dell’astronomia.

Nella quarta e ultima sezione, dedicata alle astrofisiche contemporanee, incontriamo Margherita Hack e Beatrice Tinsley.
Tra le tante scoperte scientifiche di cui Margherita Hack è stata pioniera, si annoverano le stelle a emissione b — corpi celesti, con un’altissima velocità di rotazione — le Quasar — considerate radiostelle per via delle grandi emissioni di onde radio — e le Pulsar, stelle di neutroni che emettono rapidissime pulsazioni luminose. Non a caso, Hack è stata definita la “signora delle stelle” e mai epiteto fu più corretto.

Beatrice Tinsley è stata la prima astronoma a scoprire come le galassie evolvono nel tempo e l’influenza che su di esse viene esercitata dalle stelle al loro interno. In suo onore è stato istituito il premio Beatrice M. Tinsley, l’unico premio di rilievo di una società scientifica che prende il nome da una scienziata. A lei è dedicato anche un asteroide.

La mostra virtuale è visionabile attraverso il seguente link: https://www.artsteps.com/view/67af0dba7518a033d6f7cd9a.
Il progetto realizzato dagli alunni e dalle alunne dell’Istituto si è concluso con la proposta di intitolazione di uno spazio della scuola a Henrietta Swan Leavitt. La Sala delle stelle, oltre a rendere omaggio all’astronoma, servirà anche a ispirare le nuove generazioni.
Sapere che delle donne hanno puntato alle stelle e che le hanno raggiunte induce le bambine con gli occhi ritti verso il cielo a non porsi limiti e a continuare ad aspirare all’Universo… nuove menti brillanti continueranno a illuminare il cosmo e a saziare la terra.
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
