La democrazia, di per sé, è un concetto magnifico. Perché è la più inclusiva di tutte le forme di governo. Quella che fa rima con ascolto, confronto, libertà, spazio alla dignità, al riconoscimento, ai diritti, alla partecipazione. Non a caso si ritiene che il livello di eccellenza di uno Stato democratico si misuri sulla qualità delle tutele delle minoranze. Perché in una democrazia che si rispetti, il potere non è solo della maggioranza (liberamente eletta da tutti i cittadini e le cittadine), ma di chi ha la lungimiranza e la capacità di governare in nome dell’intero popolo e di difendere i diritti di tutte e di tutti.
L’impresa, bisogna ammetterlo, non si presenta affatto semplice. Lo registriamo con assoluta evidenza da ormai qualche decennio, mentre osserviamo malinconici la crisi sempre più profonda delle democrazie occidentali. La politica italiana non si può più sentire: la Destra che inveisce contro la Sinistra («Siete più estremisti di Hamas»), che, a sua volta, se la prende con la Destra («Con voi al governo è a rischio la libertà di espressione») e col Centro che, accidenti, non c’è più («Ma i moderati difendono solo gli interessi delle Banche»), porcaccia al bipolarismo, e allora io contro di te, tu contro di me, che sembra una canzone di Sanremo… Lei che bacia lui, che bacia lei che bacia me… e si finisce a mettersi il cuscino sulla testa mentre Alfa ci ricorda come siamo passati — noi e la democrazia — «da sconosciuti a innamorati, poi da innamorati a sconosciuti, tipo passi e manco mi saluti, ma dai!».
Dall’altra parte dell’oceano, negli Usa si è usata la democrazia per eleggere un signore che, come primissima cosa, appena insediato, ha dichiarato di voler costruire l’esercito più forte al mondo, ha cambiato il nome del Ministero della difesa in Ministero della guerra e ha detto ai palestinesi che se non avessero accettato le condizioni di pace proposte da lui e da Netanyahu, avrebbe scatenato l’inferno. Presupposti eccellenti per chiedere il Nobel per la pace, direi! E poi avanti coi dazi, che sono diventati lo strumento di ricatto per mezzo mondo, in barba a tutti gli equilibri e le diplomazie faticosamente costruite fino ad oggi.
Ecco, non so voi, ma io non ce la faccio più. La verità è che di dirsi Paesi democratici alcuni non sono più all’altezza da tempo. Italia inclusa. Per quali ragioni? Io penso che le colpevoli siano essenzialmente due: la cultura del benessere senza limiti (che è la forma più estrema e negativa del capitalismo) e il disinvestimento sull’educazione. La democrazia funziona solo se si ha a cuore il bene comune, se ci si sente parte di qualcosa di più grande del nostro solo vivere quotidiano, se si guarda oltre il proprio interesse. Funziona se ciascuna/o non riesce a essere pienamente felice della propria vita, quando vede che l’altra/o accanto a sé non lo è. Se tu e io pensiamo che la nostra parte, fatta bene, non sia indispensabile al benessere generale. Se non ci sentiamo responsabili per quel che è di tutte e tutti. Se non mi prendo cura della mia città, del mio quartiere, della strada in cui abito. Se non mi preoccupo di insegnare ai miei figli e figlie che non esistono solo loro e i loro bisogni, ma una collettività che ne ha altrettanti e che deve trovare il modo di stare insieme non solo serenamente, ma anche arricchendosi delle reciproche differenze. La democrazia può funzionare solo sui piedi di roccia dell’etica collettiva e della morale personale. Se manca quella, cade il presupposto più importante, quello con il quale ho aperto l’articolo: l’attenzione alle minoranze.
Proprio in questi giorni sto vivendo una situazione paradossale, che mi pare illustri bene quanto sto dicendo. Io insegno in una scuola superiore di montagna medio-grande, che conta un numero ragguardevole di alunne e alunni con fragilità. Quelli/e, per intenderci, che necessitano di un sostegno concreto, fatto di persone specializzate o, per lo meno, con qualche buona propensione al lavoro di cura e accompagnamento all’apprendimento. Ora, tra posti accantonati per concorsi (di cui non è dato sapere i tempi dell’entrata in ruolo), le Gps (graduatorie provinciali per le supplenze) da scorrere tra prima e seconda fascia, le graduatorie di istituto (divise a loro volta in tre fasce e utili solo per supplenze brevi), le Gdm (graduatorie di merito, che si creano a seguito di concorsi) e le Gae (graduatorie ad esaurimento)… le segreterie scolastiche, ogni benedetto anno, impazziscono a cercare docenti, spesso precari/e, che possano riempire i buchi strutturali del sistema. Bene, nel delirio generale, ad oggi (sto scrivendo questo articolo il 29 di ottobre) al mio Istituto mancano ancora cinque docenti di sostegno. Significa che ben nove tra alunni e alunne con disabilità stanno facendo scuola da quasi due mesi senza i supporti di cui hanno diritto. Colpa del sistema, direte voi neofite/i della burocrazia scolastica, che ancora vi state riprendendo dal trauma dell’elenco delle graduatorie che ho riportato prima. Certamente. In Italia abbiamo senza ombra di dubbio il peggior sistema di reclutamento di insegnanti d’Europa. Ma questo è solo uno dei problemi. L’amara realtà è che i/le docenti ci sarebbero anche e alle chiamate rispondono. Solo che una volta chiedono di avere “casi facili” (che cosa significa? Adesso mercanteggiamo gli alunni e le alunne come fossero bestie da vendere? Gli alunni/e, di per sé, non sono mai facili o difficili: sei tu, adulto o adulta, tu che sei all’altezza oppure non lo sei!). «Perché, sa, ho chiesto un po’ in giro e dicono che da voi i ragazzi sono gravi, anche pericolosi, si dice»; un’altra volta accettano la cattedra — così fanno punteggio — ma il giorno dopo sono in malattia per mesi (ma quanto può durare un’influenza?); la terza volta firmano il contratto e contemporaneamente il modulo per il congedo; la quarta si appellano alla legge 104 e se ne stanno a casa ad interim a curare i propri familiari (congedo 104 che però si interrompe una settimana a Natale, perché mica consumo i giorni se la scuola è chiusa e di nuovo salta i due giorni di seggio, perché sono scrutatore e non spreco il congedo); poi c’è chi accetta, ma poi arriva la chiamata da un’altra scuola con la nomina più lunga e allora molla baracca e burattini (che in questo caso sono ragazzini/e incolpevoli e fragili che hanno appena iniziato a contare su di te) e se ne va altrove. Questo è quello che vedo accadere nella mia scuola da un mese a questa parte. E giuro che non sto esagerando. La segretaria ha una faccia da matta. Non ci crede più nemmeno lei. Perché chi ha diritti se li vede negare da quelli degli altri. Peccato che gli altri in questione siano adulti sani e consapevoli delle proprie scelte (quanto lungo può essere il pelo sullo stomaco di questa gente?) e le nostre alunne e alunni, invece, adolescenti in crescita che chiedono solo di avere una guida.
Come se ne esce? Una democrazia che si rispetti, i diritti li garantisce per tutti e tutte. Ma non legittima l’arrivismo e la disonestà. Non tutela solo chi lavora, perché dovrebbe preoccuparsi di chi, a causa di chi latita, paga il conto dell’assenteismo degli adulti. Benissimo, tuteliamoli tutti questi modelli eccellenti di deontologia professionale! Saranno certamente ottimi/e docenti, una volta entrati in ruolo, capaci di insegnare una solida etica del vivere a chi è studente. Mi spiace, ma le mele marce si buttano nel cestino. Fuori. Fuori dalla scuola, fuori dalle graduatorie. Fuori! Perché la democrazia si fonda sull’I Care di recente memoria (I Care, ci tengo, mi interessa/tu mi interessi, era il motto di don Lorenzo Milani, fondatore della scuola di Barbiana, la scuola degli ultimi), non sul “Siccome posso e mi conviene, lo faccio”.
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
