L’alternativa francese. Quinta parte 

In seguito alla sfiducia del governo presieduto da Michel Barnier, votata il 4 dicembre 2024 dal Nouveau Front Populaire (coalizione di sinistra che detiene la maggioranza relativa all’Assemblée Nationale) e dal Rassemblement National (Rn, partito di estrema destra nazionalista e razzista che fino a poco prima sosteneva tacitamente il governo), quasi l’intero arco politico francese ha espresso la necessità di dar vita a un nuovo esecutivo che non dipendesse dal consenso dell’estrema destra.

Lucie Castets

L’opzione più ovvia sarebbe stata che la coalizione presidenziale ammettesse la propria sconfitta e lasciasse governare la sinistra, arrivata in testa alle elezioni legislative, con Lucie Castets come prima ministra. Ma il presidente non ha voluto saperne.
L’alternativa, già tentata da Emmanuel Macron la scorsa estate, è quella di spaccare il Front Populaire e convincere il Partito Socialista (Ps) a partecipare a un governo centrista che coinvolga, oltre al Ps, Ensemble pour la République (la coalizione macronista) e Les Républicains (Lr, destra conservatrice), entrambi partiti sconfitti alle elezioni.
Olivier Faure, segretario del Partito Socialista, in un primo momento intenzionato a mantenere compatto il Front Populaire, ha poco dopo dichiarato di accettare questa offerta a tre condizioni: un primo ministro «di sinistra per rispetto della volontà degli elettori» (ovvero socialista, dato che il resto della coalizione di sinistra non avrebbe partecipato a tale governo), la promessa da parte del futuro primo ministro di non ricorrere più all’articolo 49.3 della Costituzione (secondo cui la legge è approvata senza votazione parlamentare a meno che l’Assemblée Nationale non sfiduci il governo nei due giorni successivi) e la sospensione della riforma delle pensioni fino ad arrivare a una votazione.
Dall’altro lato, l’ala destra dei Républicains, per bocca di Bruno Retailleau (ex presidente del gruppo Lr al Senato e ministro dell’interno sotto Barnier), ha dichiarato che non avrebbe mai appoggiato un governo in cui sedessero ministri di sinistra, Ps incluso; l’ala meno intransigente, rappresentata dal presidente della regione Haut-de-France Xavier Bertrand, si è espressa a favore di un «governo di unità nazionale» purché questo non goda dell’appoggio di Marine Le Pen. 
Dopo alcuni giorni di consultazioni, è stato nominato primo ministro il macronista François Bayrou (sindaco di Pau, un uomo di centro noto per poter andare d’accordo più o meno con chiunque) a capo di un governo che Macron ha definito «di interesse generale».
La prima domanda che viene da porsi è sul senso di questa definizione: se questo è un governo di «interesse generale», che cos’era il precedente? Un governo di interessi privati? Il comitato d’affari di un presidente-banchiere? 

François Bayrou

Dunque, niente primo ministro di sinistra né sospensione della pensione a 64 anni. Di fatto, in assenza dell’appoggio socialista, il governo Bayrou, costituito di nuovo da Ensemble e Les Républicains, non solo ha continuato a non rispettare i risultati elettorali, ma si è retto di nuovo sulle concessioni fatte al Rassemblement National: la prima di queste è stata proprio l’esclusione di Xavier Bertrand che si era dichiarato contrario a tale tacita alleanza.
Nell’esecutivo nato dopo la sfiducia, la maggioranza dei ministri ha mantenuto il proprio posto. Quindi non è cambiato sostanzialmente nulla rispetto al precedente. È degno di nota il commento del giornale Mediapart: «questo governo è la storia di un cuoco che, dopo una zuppa venuta male, torna ai fornelli con gli stessi ingredienti e gli stessi utensili». 

Nel governo Bayrou sono rientrate in scena alcune figure note della storia francese recente. 

Élisabeth Borne
Manuel Valls

Élisabeth Borne, prima ministra tra il 2022 e il 2023 soprannominata «Madame 49.3» per la frequenza con cui ha fatto ricorso a questo articolo (il cui caso più eclatante è stato quello della riforma delle pensioni, “approvata a forza” il 16 marzo 2023), è diventata ministra dell’istruzione.
Manuel Valls, primo ministro sotto Hollande tra il 2016 e il 2017, noto per aver proposto di eliminare dalla Costituzione il diritto di manifestare e fatto espliciti complimenti alla polizia spagnola “meritevole” di aver ferito oltre 900 persone che intendevano votare al referendum sull’indipendenza della Catalogna il 1° ottobre 2017, è stato ministro dell’Oltremare. Tale ministero è appena stato istituito — prima era una branca di quello dell’interno — in occasione della crisi in Nuova Caledonia — l’isola nell’oceano Pacifico in cui il popolo Kanaky lotta da secoli per l’indipendenza dalla Francia, causa che ha trovato l’appoggio di Louise Michel, deportata sull’isola in seguito alla repressione della Comune di Parigi — e a Mayotte — l’isola nell’Oceano Indiano recentemente devastata da un ciclone che ha mostrato l’inefficienza dello Stato francese quando i danni accadono nelle colonie — e in seguito all’incidente diplomatico che Macron ha causato con numerosi ambasciatori e ambasciatrici africane durate un incontro sul tema delle conseguenze del colonialismo, sostenendo che i loro Paesi «si sono dimenticati di ringraziare la Francia». 

Gérald Darmanin

Gérald Darmanin, ministro dell’Interno dal 2020 al 2024, è diventato ministro della giustizia. Accusato di violenza sessuale, non ha mai affrontato un processo ed è anzi arrivato a capo dei tribunali all’indomani dello storico caso giudiziario degli stupri di Gisèle Pelicot che hanno sconvolto l’opinione pubblica francese. Da responsabile delle forze dell’ordine, quando un poliziotto è stato messo sotto inchiesta per aver ucciso a freddo un diciassettenne a Nanterre (27 giugno 2023), ha dichiarato che «il problema della polizia è la giustizia che impedisce agli agenti di svolgere il proprio lavoro»; di recente la procura di Nanterre ha confermato l’apertura del processo per omicidio scartando l’ipotesi della legittima difesa; quando un altro poliziotto è stato arrestato per un’aggressione che ha lasciato in fin di vita e con il cranio deformato un ragazzo inerme a Marsiglia (2 luglio 2023), Darmanin ha aggiunto che «esiste una presunzione di colpevolezza che perseguita i poliziotti». Non certo le migliori premesse per occuparsi di giustizia. 

Bruno Retailleau

Bruno Retailleau è rimasto ministro dell’Interno promettendo la legge sull’immigrazione tanto cara all’ex Front National e dichiarando che «esistono francesi veri e francesi di carta» (ovvero coloro la cui cittadinanza non corrisponde alle origini etniche).
Proprio la questione dell’immigrazione è stata la causa del “divorzio” tra Michel Barnier e Marine Le Pen. Il Rassemblement National vorrebbe una legge che sancisse la «priorità nazionale» per lavoro e diritti sociali, e che ostacoli il ricongiungimento familiare, complicando la presa in carico da parte dello Stato di minori migranti senza famiglia e bloccando gli aiuti statali e i servizi medici per le persone straniere. Tutti questi elementi erano già presenti nella Loi immigration del dicembre 2023 (soprannominata “Loi Darmanin-Le Pen” in quanto votata dalla coalizione macronista insieme a Lr e Rn), ma sono stati cancellati dal Consiglio Costituzionale. Nonostante Bruno Retailleau si dica intenzionato a varare tale legge, per renderla effettiva occorrerebbe prima che l’estrema destra ottenesse la maggioranza assoluta in Parlamento per poter modificare la Costituzione e che la relativa modifica fosse poi approvata da un referendum popolare. C’era quindi da aspettarsi che il Rassemblement National facesse cadere anche questo governo con l’obiettivo di ottenere la maggioranza assoluta alle prossime elezioni legislative, che non si potevano tenere prima del 7 luglio 2025. 

Marine Le Pen 

A proposito di sanità e razzismo, di recente anche Emmanuel Macron ha causato uno scandalo affermando che «il problema degli ospedali è che i pronto soccorso sono pieni di Mamadou», diffondendo nell’opinione pubblica l’idea che sia necessario impedire l’accesso alle cure alle persone straniere e dimenticando che un’eventuale epidemia non curata tra persone immigrate colpirebbe anche la popolazione autoctona. 
Per mantenere buoni rapporti con Marine Le Pen in vista dell’appoggio al governo, i rappresentanti delle istituzioni si sono mostrati molto generosi con la memoria del padre, Jean-Marie Le Pen, deceduto lo scorso 7 gennaio. 

Jean-Marie Le Pen, 1985

Mentre i leader della destra più o meno estrema lo hanno definito «un grande uomo di Stato» e «un soldato che si è battuto per la Francia», la popolazione di numerose grandi città ha celebrato la sua dipartita con raduni festosi, canti e fuochi d’artificio (foto di copertina), ricordando che il fondatore del Front National, ex collaborazionista del regime di Philippe Pétain e amico di vari ex ufficiali delle SS tedesche, fu condannato più volte per revisionismo storico e negazionismo per aver dichiarato che «le camere a gas sono solo un dettaglio della storia della seconda guerra mondiale» e che «l’occupazione tedesca non è stata così inumana», oltre ad aver egli stesso ammesso e rivendicato l’uso della tortura durante la guerra d’Algeria cui partecipò come volontario. 
La sera del 7 gennaio, la folla di sinistra scandiva lo slogan «Marine, Marine, rejoins ton père!» («Marine, Marine, raggiungi tuo padre!»). 

La vicinanza tra il governo e l’estrema destra si nota anche dai gesti del nuovo ministro dell’interno. Quanto alle violenze di polizia dell’estate 2023, Reatilleau ha di recente decorato i membri delle brigate antiterrorismo (Bri e Raid), sotto inchiesta per aver agito illegalmente a Marsiglia nelle notti di inizio luglio di due anni fa uccidendo un ragazzo e accecandone un altro, con una «medaglia per la sicurezza interna». La concezione di “sicurezza interna” del nuovo ministro Retailleau si vede anche dalla decisione di mettere fuori legge il collettivo di solidarietà internazionale Urgence Palestine, così come il suo predecessore Darmanin aveva sciolto quello ecologista Les Soulèvements de la Terre
François Bayrou ha presentato una nuova finanziaria che prevede milioni di euro in meno ai servizi medici statali, senza precisare esattamente chi subirà i tagli ma lasciando intendere che la popolazione frutto dell’immigrazione postcoloniale ne sarà danneggiata, evitando così che il partito di Marine Le Pen voti di nuovo una mozione di sfiducia.
Il 16 gennaio, per smorzare anche l’ostilità del Partito Socialista, Bayrou ha parlato all’Assemblée Nationale di «rimettere in cantiere la riforma delle pensioni affidando la decisone a degli esperti». Non è chiaro cosa ciò significhi esattamente. Già nel 2023, quando è stata varata la riforma, la Corte dei conti e gli enti incaricati di valutare eventuali rischi per l’economia avevano avvertito che «non c’è alcun rischio di deriva incontrollata per l’economia nazionale con l’attuale sistema pensionistico» e dunque che, diversamente da quanto sosteneva il governo, la riforma voluta da Emmanuel Macron ed Élisabeth Borne non era necessaria. L’”esperto” desiderato da Bayrou è il Medef (Mouvement des Entrepreneurs de France, equivalente della Confindustria italiana): è assai improbabile che l’alta imprenditoria ascolti le istanze sindacali. Nell’ambiguità del suo discorso, Bayrou ha però precisato che «se i tecnici non troveranno un accordo, si applicherà la riforma attuale».
«Una riforma che è stata approvata con la forza e a cui la maggioranza dei e delle francesi è contraria non va sospesa, va abrogata!», ha risposto Mathilde Panot, capagruppo La France Insoumise (Lfi) all’Assemblée Nationale, dai banchi della sinistra dell’emiciclo.
Il 30 gennaio, vista la mancanza di una maggioranza, il governo, tradendo le promesse precedenti, ha passato la legge finanziaria con l’articolo 49.3.
Il 3 febbraio La France Insoumise ha depositato la mozione di sfiducia. Ma due giorni dopo il Partito Socialista, abbindolato dall’ambigua dichiarazione del primo ministro sulla riforma delle pensioni, non ha votato la mozione con il resto della sinistra (Lfi, il partito comunista e quello ecologista), cadendo nel tranello di Macron e spaccando quindi il Front Populaire. La legge è dunque stata approvata. Il 6 febbraio il Senato l’ha confermata in via definitiva. 
«A che gioco sta giocando il Ps?», si chiedono molte persone di sinistra.
Nonostante l’alleanza elettorale, non è mai corso buon sangue tra il partito di Olivier Faure e François Hollande e quello di Jean-Luc Mélenchon, quindi un gesto del genere non è sorprendente; ma mostrarsi come la stampella di un macronismo zoppicante non mette certo in buona luce il partito il cui elettorato, seppur moderato, tende storicamente a sinistra. Dall’altro lato, se il Rassemblement National ha interesse nel far cadere il governo per ripetere le elezioni legislative che molto probabilmente gli sarebbero favorevoli, i voti socialisti potrebbero salvare il governo in caso di rottura con Le Pen e apparire come un ennesimo freno all’avanzata del nazionalrazzismo, restituendo al partito la credibilità persa sotto la presidenza di François Hollande.
Eppure, così facendo, mentre l’estrema destra mantiene il proprio bacino di consensi, il Ps non solo non entra davvero nel governo, ma rimane isolato a sinistra ed escluso dalla prossima coalizione elettorale: così Macron, dipendendo un po’ dai voti socialisti e un po’ da quelli nazionalisti, può mostrare e entrambi a momenti alterni di non avere bisogno del partito rivale di turno, il quale passerebbe così da nemico ad alleato del governo a seconda dei momenti.
A questo punto, la caduta o la continuità del governo dipendono di nuovo da Marine Le Pen, la quale conosce bene le conseguenze delle proprie azioni: votare la sfiducia a gennaio avrebbe potuto forzare Emmanuel Macron alle dimissioni ma gettato il Paese in una situazione di stallo (dato che non si poteva rinnovare l’Assemblée Nationale prima di luglio), mentre votarla più tardi avrebbe potuto portare a nuove elezioni legislative, favorevoli tanto all’estrema destra quanto alla sinistra radicale ma non al blocco centrista e liberista. Le darebbe più potere una maggioranza parlamentare tra qualche mese piuttosto che ottenere l’Eliseo adesso ma non poter legiferare.
È quindi interesse tanto macronista quanto socialista evitare tali elezioni, sempre a discapito del rispetto della volontà popolare. 

Il 31 marzo 2025, un processo per uso improprio di fondi pubblici (il Rassemblement National ha pagato i propri dipendenti con soldi dell’Unione Europea che gli erano stati elargiti per la compagna elettorale), di cui inizialmente nessuno aveva preso sul serio la portata e le conseguenze, ha condannato alcuni vertici del Rassemblement National, tra cui la stessa Marine Le Pen, all’ineleggibilità per 5 anni, sconvolgendo l’intera classe politica, divisa tra chi sperava e chi temeva di vederla vincere le elezioni presidenziali del 2027.
Un ricorso normalmente richiede anni, eppure stavolta quello presentato dall’imputata vedrà la luce nell’estate del 2026, permettendole di candidarsi in caso di assoluzione. Tutto ciò è poco sorprendente, vista la vicinanza tra il nuovo ministro della giustizia Gérald Darmanin e le idee nazionaliste.
La notizia della condanna non ha mancato di causare scompiglio e sorprese.
Macronisti e repubblicani, che governano in nome della minoranza che ha perso le elezioni legislative, si sono stavolta appellati alla volontà popolare sostenendo che «in una democrazia non è sano che una persona eletta non si possa presentare a un’elezione». Lo stesso primo ministro Bayrou si è detto «scosso e turbato» da questa sentenza. Parte della sinistra ne ha giubilato, ma non La France Insoumise, che ha preso atto della decisione ma avrebbe preferito «che la decisione di destituire una persona eletta venisse dal popolo» (il referendum per revocare la delega a una persona eletta che non rappresenta la base è una delle principali proposte di Lfi e Gilets Jaunes per il passaggio alla VI Repubblica).
Con una retorica che in Italia conosciamo bene, la leader storica dell’ex Front National, che un tempo proponeva lei stessa l’ineleggibilità per le persone condannate, si è definita vittima dei «giudici rossi» e si è appellata alla volontà popolare. Ma, se il governo ha risposto alla chiamata promettendo un ricorso rapido, la risposta popolare è stata ben minore: la manifestazione indetta dal Rassemblement National il 6 aprile a Parigi (città storicamente di sinistra) non ha radunato la folla attesa ed è stata anzi definita «un flop» da numerosi media. La contromanifestazione della sinistra ha visto invece una buona partecipazione ma anche una scomoda assenza: quella del partito socialista. 
A marzo, all’indomani dei finanziamenti bellici votati dell’Unione Europea, Macron ha tenuto in televisione un discorso al limite del delirio in cui ha affermato che la Russia sarebbe un pericolo imminente per la sicurezza europea e francese. Nessuno ha preso su serio l’ipotesi che i carri armati di Mosca, che in 3 anni non sono riusciti a piegare Kiev, possano a breve attraversare il continente e invadere Parigi come fecero quelli tedeschi nel 1940. Leggendo tra le righe gli ultimi secondi del suo discorso in cui si promette un’economia di guerra fatta di sacrifici, è chiaro che le spese militari servono a giustificare gli ulteriori tagli ai servizi sociali voluti dal governo.
Sbandierando lo spauracchio del debito pubblico, a luglio Bayrou ha presentato la Loi Budget 2026, un piano finanziario che prevede decine di miliardi di tagli ai servizi sociali, e bocciato la proposta socialista della tassa Zucman (legge che prevedrebbe di tassare del 2% i patrimoni delle 500 persone più ricche di Francia). I socialisti, per non deludere la base, sono tornati nei ranghi del Fronte Popolare e hanno dichiarato che voteranno e contro la finanziaria. I tagli previsti sono talmente drastici che anche l’estrema destra è andata su tutte le furie. I sindacati hanno indetto una giornata di sciopero generale per il 10 settembre.
Per evitare un’umiliante mozione di sfiducia o un 49.3 che non passerebbe (ovvero la seconda finanziaria bocciata in due anni), Bayrou ha dichiarato durante l’estate che l’8 settembre avrebbe fatto votare all’Assemblée Nationale la sua Dichiarazione di politica generale: tale meccanismo costituisce l’equivalente di ciò che in Italia sarebbe il chiedere la fiducia alle Camere, con le differenze che è solo l’Assemblée Nationale e non il Senato a votare e che il governo francese se chiede l’approvazione parlamentare lo fa per cortesia ma non ne è obbligato. Alla vigilia dell’8 settembre, tutti avevano toni da campagna elettorale. Olivier Faure (Ps) si sentiva già il nuovo primo ministro convinto che a Macron non sarebbe rimasta alternativa, dopo l’imminente caduta di Bayrou, al nominare un esponente della sinistra; Marine Le Pen e Jordan Bardella assaporavano invece il loro trionfo vedendo davanti a sé imminenti elezioni legislative che non si sono mai tenute.
L’8 settembre la maggioranza dell’Assemblée Nationale ha votato contro il governo. François Bayrou è caduto. Socialisti e nazionalisti hanno fatto cadere che il governo che per mesi si era retto proprio grazie a loro. Barnier era stato sfiduciato con 331 voti, Bayrou con 364: ne consegue che anche alcuni sostenitori del governo hanno votato contro a sorpresa.
Il 9 settembre, mentre tutta la Francia festeggiava la caduta del secondo esecutivo senza maggioranza e si preparava alla manifestazione dell’indomani, Emmanuel Macron ha nominato un nuovo primo ministro: si tratta di Sébastien Lecornu, amico del presidente ed ex ministro della difesa sotto Bayrou definito «simpatico» da Marine Le Pen. Ma Macron non ha nominato un nuovo governo e ha preso tempo per un mese lasciando che i ministri dimissionari dell’esecutivo precedente continuassero a lavorare alla finanziaria per decreto (ovvero emanando ordinanze che diventano leggi senza né il voto del Parlamento né il 49.3 con cui si rischia una sfiducia). Scrive il quotidiano Mediapart: «Se Emmanuel Macron avesse voluto rispondere alla rabbia che cresce nella società mostrando il dito medio, non avrete potuto trovare modo migliore». 

Sébastien Lecornu

Il Rassemblement National pareva aver perso la pazienza e voler arrivare subito al potere ad ogni costo. Marine Le Pen, che davanti ai due precedenti governi aveva sempre detto che «non si sfiducia subito, bisogna vedere gli atti», ha invece dichiarato che «il governo cadrà tra qualche settimana o mese».
Il 10 settembre si è tenuta la tanto attesa giornata di mobilitazione sindacale. Ma la popolazione si è organizzata autonomamente, senza sigle né istituzioni, con lo slogan «On bloque tout!» («Blocchiamo tutto!»).
Nella storia francese, per onore personale e per assicurarsi la rielezione (chi vota leggi impopolari non verrà rieletto, dato che, con il sistema uninominale, il seggio viene attribuito a una persona e non a un partito e ogni persona eletta è responsabile delle proprie scelte), anche quando i governi godevano della maggioranza assoluta in Parlamento, le istanze sindacali venivano ascoltate grazie alle masse mobilitate e ai danni economici causati dagli scioperi. Macron è il primo (anche se Sarkozy e Hollande gli hanno spianato la strada) a mostrare totale indifferenza e disprezzo verso sindacati e popolazione. Per questo, un corteo sindacale, per quanto molto partecipato, non è più sufficiente.
Il 10 settembre, oltre allo sciopero generale e alle manifestazioni, si sono verificati blocchi stradali e autostradali, sabotaggi ferroviari, occupazioni di licei, università, porti e fabbriche, chiusure forzate di centri commerciali, assalti a banche e uffici e azioni a sorpresa. Da prima dell’alba fino a tarda notte, nonostante la repressione, la Francia è rimasta paralizzata.
Mentre nel resto della capitale la polizia mieteva centinaia di feriti e di arresti, a Matignon (il palazzo del governo), come se nulla stesse succedendo, si è tenuto il passaggio di poteri tra Bayrou e Lecornu. 

Lecornu ha promesso «una rottura», non è chiaro quale.
Ha promesso anche di rinunciare all’uso del 49.3. Ma allora come farà a governare, dato che non dispone di una maggioranza? 
Varie settimane dopo è stata resa pubblica la composizione del “nuovo” esecutivo, che nuovo non è: i membri sono esattamente gli stessi del precedente.
I socialisti hanno cominciato a notare (con un po’ di ritardo) l’evidente presa in giro.
L’unico che è stato rimpiazzato è lo stesso Lecornu (passato da ministro della difesa a primo ministro), sostituito da Bruno Le Maire. Ministro dell’economia tra il 2017 e il 2022 (quindi autore della manovra fiscale che causò l’esplosione della rivolta dei Gilet Gialli nel 2018, della prima riforma delle pensioni e di quella del sussidio di disoccupazione del 2019), proveniente da Les Républicains e diventato macronista appena in tempo per accedere a Bercy (il palazzo del ministero dell’economia), Le Maire è l’unico uomo ad aver partecipato ininterrottamente a tutti i governi degli 8 anni di macronismo, insomma tutto il contrario della rottura promessa. Il cambio di schieramento nel 2017 rende Le Maire assai malvisto dai suoi ex amici conservatori, i quali in un primo momento sono stati tenuti all’oscuro di chi fosse il nuovo responsabile della difesa. Offeso dalla nomina di un ex collega diventato rivale, Retailleau, ministro dell’interno e leader Lr, è uscito dal governo. Leggendo dietro le righe, si capisce che la destra conservatrice, a cui Macron deve la sopravvivenza, vorrebbe più potere nonostante abbia perso le elezioni dello scorso anno e sia la formazione con meno seggi. 

Bruno Le Maire 

All’indomani dalla nomina del governo, Sébastien Lecornu ha rassegnato le dimissioni: «non ci sono le condizioni per governare», ha dichiarato.
Macron ha accettato formalmente le dimissioni per poi qualche ora dopo ripensarci e dare al primo ministro «altri due giorni di tempo per trovare un accordo con la destra repubblicana», la quale non ha voluto saperne. Ma non c’era un governo, quindi la finanziaria varata da Bayrou ma mai votata è stata modificata dal presidente e dal primo ministro da soli. Ne è uscito un testo ancora più liberista del precedente. 
Lecornu è tornato all’Eliseo per rassegnare di nuovo le dimissioni; ne è uscito di nuovo primo ministro: il presidente ha diritto di rinominare chi si è appena dimesso. Les Républicains si sono ritirati definitivamente dalla coalizione e Macron tenta ora un governo di imprenditori e banchieri sostenuto solo da sé stesso. Retailleau è stato rimosso dall’incarico di ministro dell’Interno e sostituito da Laurent Nunez, prefetto di Parigi (meno dichiaratamente razzista ma più esperto di repressione). Macron impone le proprie decisioni «in nome della stabilità istituzionale» (ovvero indipendentemente dai risultati elettorali e dalla volontà popolare) e Lecornu accetta «per dovere». 
Sette primi ministri in otto anni e tre governi che cadono in un anno è un’idea un po’ bizzarra di “stabilità”.
La crisi istituzionale è all’apice della sua gravità. Nessuno sostiene più il presidente. 
Édouard Philippe, primo ministro tra il 2017 e il 2020, chiede a Macron di dimettersi; Gabriel Attal, primo ministro nel 2024, ammette di non capire più i gesti del suo leader.
Ma il presidente dichiara che «le forze politiche che giocano alla destabilizzazione e che non accettano le scelte del capo dello Stato sono le sole responsabili del disordine». 
Marine Le Pen è stufa di giocare e vuole elezioni legislative subito: è stata dichiarata ineleggibile ma è convinta che il suo partito trionferà anche senza di lei. Annuncia quindi che d’ora in avanti farà cadere qualsiasi governo fino allo scioglimento dell’Assemblée Nationale. Dunque Macron e le sue marionette non possono più contare su di lei e devono cercare sostegno altrove. 
Lecornu afferma di voler «sospendere (non abrogare) la riforma delle pensioni fino alle prossime elezioni presidenziali». Il partito socialista, anziché riconoscere l’ennesima presa in giro, vede in questo gesto «una grande vittoria politica» e, di nuovo, non vota la mozione di sfiducia e salva il governo meno legittimo della Storia.
Per sospendere la riforma basterebbe una votazione parlamentare o un decreto governativo; invece Lecornu intende inserire la sospensione della riforma nella Loi Budget: così facendo, chi vuole votare la sospensione si trova costretto ad approvare l’intera finanziaria con tanto di tagli sociali e misure di austerità. La stessa riforma era stata varata nel 2023 non sotto forma di riforma ordinaria ma all’interno di un piano di finanziamenti della Sécurité Sociale (il sistema di rimborso statale delle spese mediche), dato che l’applicazione dell’articolo 49.3 della Costituzione è prevista solo in materia economica. 
È bene tenere a mente che, diversamente dall’Italia, la V Repubblica francese non è abituata ad assistere a compromessi tra partiti (come era invece nella III e nella IV) ma a un partito (di solito quello presidenziale, con poche eccezioni storiche) che detiene la maggioranza assoluta e legifera da solo o al massimo a una “coabitazione” (ovvero una maggioranza parlamentare di uno schieramento diverso rispetto a quello del presidente). 
Oltre all’ingenuità di un partito che si dice di sinistra ma conta numerosi esponenti di destra, questo comportamento miope si spiega anche con il fatto che, in caso di elezioni legislative anticipate, socialisti, macronisti e repubblicani sarebbero decimati e spazzati via dalla scena politica a vantaggio delle due forze più radicali. Quindi, per mantenere la poltrona, è premura di tutto il blocco centrista e liberista evitare le elezioni. 
Stavolta è probabile che l’estrema destra prenda più seggi della sinistra. Chi a luglio del 2024 si è mobilitato come non faceva da decenni per impedire che l’estrema destra arrivasse al potere per poi ritrovarsela comunque al potere nonostante questa avesse perso, chi ha visto il risultato elettorale ignorato da chi le elezioni le aveva indette, chi vede al potere un uomo che ha perso tutte le tornate elettorali, come farà a tornare a votare? Pur agendo nel nome dei suoi diritti costituzionali, Macron ha distrutto la credibilità e la dignità delle istituzioni repubblicane e umiliato la Francia che prima brillava per prestigio e rispettabilità. 
L’unica soluzione per uscire dallo stallo è che Macron si dimetta immediatamente e che le elezioni presidenziali si svolgano prima di quelle legislative. In tal caso il suo successore potrebbe indire nuove elezioni legislative e ridare al Paese una maggioranza e quindi una stabilità. Se Macron sciogliesse l’Assemblée Nationale e le nuove elezioni confermassero l’assenza di una maggioranza, neanche le dimissioni del presidente sarebbero d’aiuto perché il suo successore, non potendo indire elezioni legislative più di una volta l’anno, sarebbe a capo di un Paese di nuovo bloccato e ingovernabile almeno per un altro anno. 

In copertina: Parigi, Place de la République. Festeggiamenti per la morte di Jean-Marie Le Pen 

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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