Anna Antonacci, colei che rifulse luce nella fede e nell’opera

Come disse una volta Oscar Wilde, «l’esperienza è un insegnante molto efficace: prima ti sottopone all’esame, poi ti spiega la lezione».
Seppur vero, bisogna ammettere che apprendere un certo insegnamento, soprattutto se si tratta di trarre qualcosa di buono da un evento doloroso, non è sempre così facile. Allora, solo chi è dotato di una certa forza d’animo e di una dose massiccia di determinazione riesce a trasformare il dolore in saggezza e, nel più nobile dei casi, a mettere la propria esperienza a servizio del prossimo. Ed è questo il caso di Anna Antonacci, la donna che, nel buio, riuscì a portare la luce. 

Nata a Tricarico (Matera) il 26 novembre del 1879, è ancora una bambina quando i suoi genitori, l’avvocato Saverio Antonacci e Maria Rubina, decidono di trasferirsi permanentemente a Lecce, la città dove vivrà per tutta la sua vita.
All’età di sette anni la sua esistenza viene completamente stravolta: un’infezione le causerà, infatti, la perdita della vista. Ma Anna è una bambina resiliente e, con l’appoggio e l’affetto dei suoi genitori, riuscirà ad adattarsi alla sua nuova condizione e imparerà a cavarsela nonostante la cecità.
Compiuti i dodici anni, viene mandata a Napoli per studiare presso l’Istituto per non vedenti “Principe Umberto”, l’ente fondato nel 1873 dall’insegnante di calligrafia Domenico Martuscelli.

Domenico Martuscelli

Grazie all’esperienza vissuta nell’istituto, crescerà in lei la consapevolezza dell’importanza di organizzazioni di questo tipo e il desiderio di costruirne una anche nella sua città di adozione. Tornata a Lecce, all’età di ventisei anni, Anna, dando fondo alla sua dote, istituisce un piccolo ricovero per bambini e bambine presso il Palazzo Giaconìa, con prospetto sulla piazzetta De Summa; è il primo nucleo di quello che più tardi diventerà l’Istituto provinciale per i minorati della vista “Anna Antonacci”, «opera nata con l’intento di educare e istruire i ciechi di ambo i sessi, di curarli e mantenerli attraverso la beneficenza». 
Prevedibilmente, nella direzione della sua organizzazione Anna dovette far fronte a numerosi ostacoli, non solo di ordine economico — durante i primi anni dalla sua fondazione, l’istituto si sostentò esclusivamente grazie ai denari della sua famiglia — ma anche di tipo sociale: il fatto che fosse una donna, e per di più cieca, veniva allora percepito come un impedimento alla sua carriera; a detta di alcuni/e, per via di queste caratteristiche biologiche, Anna non era qualificata per una carica di tale importanza e responsabilità. 
Tra i suoi tanti detrattori, ci fu anche l’oculista Gaetano Fiore che, dopo aver operato a lungo presso la rivale opera pia per sordomuti Istituto F. Smaldone, divenne presidente dell’Istituto di Anna, aiutandola affinché lo stesso venisse riconosciuto come Ente Morale. 

Determinata a far crescere la sua attività e a dimostrare il suo valore, la giovane donna non si scoraggiò e, dopo tanti tentativi, riuscì a garantirsi l’appoggio delle istituzioni locali, del governo nazionale e di Papa Pio X. 
Durante gli anni della Prima guerra mondiale, a causa dell’aumento esponenziale dei casi di cecità, Anna e i/le sue collaboratrici — tra cui il pianista Vincenzo Pesacane e le sorelle Rosa e Maria Addubbato, entrambe non vedenti e «valenti l’una nel suono dell’arpa e l’altra nei lavori femminili» — furono sommerse dalle richieste di accesso all’istituto. Nel tentativo di riuscire a essere ricoverati/e presso il centro, alcuni/e delle richiedenti inviarono persino delle lettere di suppliche alla Regina e al Re Vittorio Emanuele II. 
Grazie all’attenzione dimostrata da personaggi politici e governativi, nel 1919 il Comune di Lecce le offrì un’area di quattrocento metri quadri per la costruzione dell’ala ovest dell’immobile e il suo ampliamento. Anna ebbe allora la possibilità di includere nella sua opera attività culturali ed educative che potessero formare gli/le ospiti anche sotto il profilo lavorativo. Fu così che vennero istituite le prime tre classi elementari, realizzato il “Giardino per l’Infanzia” e organizzate lezioni di musica e laboratori artigianali maschili e femminili di confezione di persiane, intreccio di ceste, canestre e panierini di vimini, di manifattura di tappeti in cosso e nell’incannatura di sedie. 

Nel 1921, con il Reggio decreto del 17 febbraio, l’istituto viene finalmente riconosciuto come Ente Morale. Quattro anni più tardi, nel 1925, «l’ente, in quanto scolastico, passa alle dirette dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione». L’intitolazione ad “Annina”— come Antonacci amava farsi chiamare —, risale al 1938, quando morì improvvisamente a soli cinquantanove anni. All’interno dell’edificio, tuttora sito nel luogo originario (Via de Summa 1, Lecce), un busto in marmo realizzato dall’artista Raffaele Giurgola ne rammenta la memoria e l’operato con, insieme, un epitaffio di stima: «L’Unione Italiana dei Ciechi qui volle nel bronzo perpetua per l’esempio e la luce che da lei rifulsero nella fede e nell’opera». 

Ingresso dell’Istituto

Per via della possibilità per gli/le allieve di frequentare le scuole pubbliche, tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, l’Istituto ha vissuto un grande spopolamento e una conseguente crisi amministrativa e identitaria, successivamente colmata dall’organizzazione di progetti di collaborazione con la A.s.l. locale e con la Federazione nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi, «tra cui la nascita di una grande “Casa di accoglienza”, articolata in ministrutture riservate ad anziani, giovani studenti, corsisti e agli operatori del Laboratorio protetto». 

Nel 2017, sotto la presidenza di Maurizio Antico, l’organo di amministrazione dell’Istituto è stato al centro di un’inchiesta per maxi frode da parte della guardia di finanza e della polizia locale che ha portato al sequestro di beni per un valore di mezzo milione di euro. Secondo la procura, tra il 2011 e il 2013, gli indagati — i rappresentanti legali dell’Istituto, quattro funzionari della Provincia e quindici persone tra dipendenti e collaboratori —, nelle loro rispettive qualità, avrebbero attestato falsamente l’impiego di somme di denaro per le finalità del progetto. Nello specifico, «alcune delle attività formative rendicontate sia alla Regione Puglia che alla Provincia di Lecce non erano mai state realizzate, oppure il denaro era stato, in parte, utilizzato per ristrutturare alcuni locali dell’istituto, di fatto utilizzato come Bed and Breakfast». 
L’udienza preliminare si è poi conclusa con il proscioglimento di tutte/i gli imputati e con la restituzione del denaro ancora sotto sequestro. 

Quest’anno, su iniziativa della consigliera provinciale delegata alle Pari opportunità Loredana Tundo, la Provincia di Lecce ha candidato la figura di Anna Antonacci nell’ambito dell’Avviso pubblico “L’Italia delle donne” — lanciato dal Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri con l’obiettivo di individuare figure femminili da promuovere a livello nazionale e locale. Il suo nome ha primeggiato fra gli altri perché «esempio straordinario di determinazione nel perseguire un ideale di inclusione e istruzione per i non vedenti». 

Per saperne di più: 

  • Giovanna Bino, “Anna Antonacci”. Enciclopediadelledonne, 2023;

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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