La cultura della corda. Trame, relazioni e storie. Parte sesta

Creare figure con la corda è un passatempo non solo estremamente diffuso, ma anche un mezzo di comunicazione, di accettazione dell’altro e di creazione di un terreno intermedio di incontro.
Alfred Russel Wallace (1890), parlando dei suoi viaggi nell’arcipelago di malese tra il 1854 e il 1862, ci dà questo racconto: «Un giorno piovoso, in una casa Dyak (Dayak), poiché alcuni bambini e ragazzi mi stavano intorno, pensai di intrattenerli con qualcosa di nuovo e mostrai loro come fare il gioco del Ripiglino con un pezzo di spago. Con mia grande sorpresa, sapevano già tutto al riguardo, e anche più di me; infatti, dopo che io e Charles [Allen] avevamo provato tutte le varianti possibili, uno dei ragazzi mi prese la corda dalle mani e fece diverse figure nuove che mi lasciarono piuttosto perplesso. Poi mi mostrarono una serie di altre mosse con pezzi di corda, che sembravano essere il loro passatempo preferito».

Piloti australiani a Labuan (Brunei), isola a nord del Borneo, ottobre 1945

Durante la Seconda Guerra Mondiale, agli aviatori alleati che dovevano sorvolare zone “selvagge” come il Borneo (oggi Kalimantan) veniva consigliato di portare con sé una corda di due metri con le estremità annodate tra loro. L’idea era che, se fossero precipitati e fossero venuti in contatto con indigeni o indigene che non parlavano inglese, i superstiti avrebbero dovuto prendere con disinvoltura lo spago dalla tasca e iniziare a fare delle figure con la corda. Si racconta che ciò sia accaduto più volte e che l’indigeno/a, dopo aver osservato con crescente interesse, abbia poi preso in prestito lo spago con garbo per mostrare alcune figure tradizionali della sua tribù.

Alfred Haddon (1903) racconta che durante «una visita a Chicago nell’ottobre del 1900, grazie alla gentile mediazione del dottor George A. Dorsey, ebbi modo di vedere qualcosa di due anziani Navaho che si trovavano di passaggio in quella città. Ho scoperto subito che conoscevano bene le figure con la corda, ma, a causa del poco tempo a disposizione, sono riuscito a impararne solo una mezza dozzina. Ho mostrato ai due Navajo diverse figure e mosse apprese a Papua Nuova Guinea, e loro sono rimasti particolarmente affascinati dalle mosse chiamate lewer e monan, che hanno imparato dopo notevoli difficoltà. Non saprei dire se abbiano imparato queste due figure, ma resta il fatto che sono stati insegnate a due uomini Navajo. Il dottor Dorsey ha gentilmente fatto scattare dal fotografo del museo le fotografie che illustrano questo articolo».
Malgrado oggi molti considerino il corpus di figure con la corda raccolto dagli antropologi un esempio di colonialismo con conseguente condanna, vale la pena di far notare che senza questa documentazione molte figure e canzoni sarebbero andate perse per sempre soprattutto nelle società senza scrittura.

Uno dei due ospiti, Navaho di Dorsey, mostra la figura “Molte Stelle”, da Haddon, 1903, dettaglio della Tavola XV

I Navaho chiamano le figure-con-la-corda (Fclc): na-ash-klo, dove il termine na significa “movimento continuo”, ash significa “io” e klo è la radice della parola “tessitura” per cui “tessitura continua” potrebbe essere una traduzione adeguata. Le Fclc possono essere viste come una forma di narrazione visiva, dove ogni forma ha un nome e una storia. Esse possono rappresentare animali, spiriti o elementi naturali, e venivano talvolta accompagnate da canti narrativi. Alcuni rituali includono canti sacri eseguiti da hataałii (cantori cerimoniali), dove le Fclc possono essere parte di un racconto mitologico o di un insegnamento spirituale. Tra i Navajo, le Fclc sono una tradizione che coinvolge principalmente gli uomini, il che è particolare, dato che nella maggior parte delle culture sono associate alle donne. Gli uomini Navajo, in particolare i nonni e gli zii, tramandano le Fclc ai bambini come parte dell’educazione culturale. Alcune figure sono considerate sacre e vengono eseguite solo in certi periodi dell’anno o in contesti cerimoniali.

Le donne Navajo sono invece custodi della tessitura, un’arte profondamente spirituale e legata alla figura mitologica della Donna Ragno (Na’ashjé’íí Asdzáá). La tessitura, che usa corde e fili, ha un significato simile: ogni tappeto è una storia, un rituale, un frammento d’anima. Quindi, mentre le donne tessono con fili per creare arte e protezione, gli uomini intrecciano Fclc per raccontare e insegnare. In pratica, è come se uomini e donne usassero il filo per due linguaggi diversi: uno visivo e narrativo, l’altro simbolico e spirituale.

Tessitrice Navaho nella Monument Valley, Riserva Navaho, Arizona
Tappeto navaho in stile Ganado con il motivo delle croci della Donna ragno, 1910 circa
Cesto della cestaia navaho Mary Holiday Black con il motivo delle croci delle Donna Ragno (1994)
Kachina Hopi detta Kokyang Wuhti, o Donna Ragno, scultura di Aldrick Mooya

All’inizio degli anni ’60, discutendo del totemismo, Claude Lévi-Strauss osservò che alcune specie animali erano diventate totemiche per i gruppi indigeni non perché fossero “buone da mangiare”, ma perché erano “buone da pensare”. Il ragno è certamente una di queste. Le persone tendono a comprendere e riflettere su concetti astratti, come la correlazione, attraverso un approccio analogico che si basa su elementi percepibili del mondo reale, espressi in forme sensoriali. Questo processo, che Lévi-Strauss definì “scienza del concreto” in La Mente Selvaggia, è stato interpretato da Christopher Tilley (1999) come l’uso della “metafora materiale”. In sostanza, il modo in cui viviamo, pensiamo e agiamo è profondamente influenzato da metafore che derivano dal mondo fisico e tangibile: il corpo umano, gli spazi architettonici, gli ambienti naturali, le tecnologie e persino gli animali contribuiscono a modellare la nostra percezione, la nostra comprensione e il nostro comportamento.

La creazione di Fclc è un punto centrale del pensiero di Donna Haraway che prende ispirazione anche dai Navaho. Essa afferma infatti: «È importante con quale materia pensiamo alle altre materie; è importante con quali storie raccontiamo le altre storie; è importante quali nodi annodano i nodi… quali legami legano i legami» (Donna Haraway, Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene). Chthulucene è una narrazione, è il racconto dell’epoca del ragno ad otto zampe, dell’arte del tessere, del fare la matassa, di muoversi obliquamente con i fili. Malgrado quello che si potrebbe pensare, il termine non è ispirato dalla creatura di H. P. Lovecraft, bensì da un ragno, Pimoa cthulhu, che vive sotto i tronconi delle sequoie californiane nelle contee di Mendocino e Sonoma vicino a dove Haraway vive.

Il ragno Pinoa-Chtulu

Per Haraway la tessitura diventa un gesto epistemologico e politico: tessere significa intrecciare storie, relazioni, responsabilità. Il gioco della matassa che Haraway usa come metafora, richiama proprio questa idea: si danno e ricevono schemi, figure, fili nuovi che altre mani riprendono e rilanciano, nessuno possiede il filo, ma tutti lo passano. È una forma di creazione e condivisione in divenire, un intreccio di reti creative con tutte le specie, umane e non umane, un fare mondi (worlding o “mondizzare”), ovvero fare compost, ma per farlo è necessario che la popolazione sulla terra diminuisca. È il generare parentele (kin) non familiari, creare legami imprevedibili, risignificando quelli famigliari nella generazione di legami per i quali si sente un’autentica responsabilità. Nel Chthulucene il compost non riguarda solo il fare matassa assieme tra umani e non umani, ma anche il fare matassa tra parti di DNA con altre parti di DNA in modo che nascano creature nuove da questi assemblaggi.

Cthulhu grafica 3D di F. Busatta

È interessante come la narrazione di Haraway del Chthulucene rovesci totalmente la realtà delle metafore che usa. Ella infatti afferma che lo scopo non è evocare la cupezza di un’epoca catastrofica, ma piuttosto valorizzare quel reticolo di connessioni in cui soltanto si potranno rintracciare i germi di un futuro più promettente di quello attualmente disponibile. Dal suo punto di vista, pertanto, «il ragno è una figura assai più adeguata di qualsiasi vertebrato su gambe preso da un qualunque pantheon». Basta non pensare a come si nutre e si accoppia il ragno, ovviamente. Il ragno non tesse una tela per creare legami e parentele, ma per catturare e uccidere le sue prede. L’entanglement (intreccio), ovvero l’interconnessione di tutti gli esseri umani e non umani, metodo di sopravvivenza nel Chthulucene, nella realtà del ragno Pimoa è una trappola mortale. Costruita in microhabitat bui e umidi, perfetti per tendere agguati e nascondersi, la ragnatela cattura le prede intrappolandole del groviglio di fili e facendole cadere sul velo sottostante, dove il ragno è in attesa. Alcuni etologi ipotizzano che 380 milioni di anni fa siano stati i comportamenti sessuali dei primi aracnidi (ragni e scorpioni) a dare origine ai rituali di corteggiamento necessari affinché la femmina accolga il maschio come partner e non lo scambi, subito almeno, per una preda (Barth 2002). Questi comportamenti sono considerati adattamenti evolutivi per evitare il cannibalismo sessuale e favorire la selezione del partner.
Eppure dopo questo peana sul ragno, sulla tessitura e il fare matassa, alla fine Haraway crea Camille, matassa di DNA umano con DNA di farfalla, la preda, non con quello del predatore, il ragno. Nella realtà, che è una severa maestra, il modello del ragno Pimoa Chtulu è perfetto per le science wars cui Haraway vorrebbe contrapporre il gioco della matassa da lei visto come un gioco cooperativo che svuota di senso il ruolo dei contendenti. In realtà, se di gruppo, il gioco è altamente competitivo e si conclude quando uno dei giocatori si dichiara vinto non riuscendo più a creare nuove figure.

Coyote scattering the stars (Coyote dissemina le stelle), dipinto di Tyrell Descheney
Ma’ii Bizò (Stella Coyote o Canopo) di Melvin Bainbridge. Dalla riserva navaho la stella Canopo (α Carinae) si può vedere nel tardo dicembre all’epoca del solstizio d’inverno verso mezzanotte

Anche la scelta di ispirarsi al Na’atl’o’, il gioco della matassa navaho (Din’eh), mi lascia perplessa dato che, pur affermando il massimo rispetto per le culture native, Haraway ne stravolge la realtà per sostanziare il suo discorso politico. Come sottolinea il nativo americano Sebastian De Line (2018): «Na’atl’o’ è un gioco con la matassa praticato dai Din’eh solo in inverno, quando il ragno dorme. Si tratta di figure o schemi con i fili realizzati da una sola persona, legati alla narrazione di storie tramandate di generazione in generazione. Il Na’atl’o’ aiuta a ricordare come Coyote abbia collocato nel cielo Dilyéhé (le Pleiadi), So’Bidee’é (la Stella con le Corna) e altre costellazioni. […] Nel Na’atl’o’, la relazionalità si manifesta attraverso il parlare-ascoltare, non attraverso lo scambio di un filo che passa da una persona all’altra. La collettività si incarna attraverso la trasmissione della conoscenza e della tradizione, mentre la singolarità viene mantenuta».

In copertina: tessitrici Navaho in una cartolina del 1949.

Continua.

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Articolo di Flavia Busatta

Laurea in Chimica. Tra le fondatrici di Lotta femminista (1971), partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination (UN Ginevra 1983) e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, (UN Ginevra 1988). Collabora alla mostra Da Montezuma a Massimiliano. Autrice di vari saggi, edita HAKO, Antrocom J.of A.

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