Diritto allo sviluppo e uguaglianza. Non sono donne vs. uomini

«Se l’unica differenza tra uomini e donne è che le donne sono più deboli fisicamente, allora non ha senso che le donne abbiano dei favoritismi nell’accesso ad alcuni lavori o prestiti. Avrebbe senso solo prendere delle misure per proteggerle fisicamente, altrimenti gli uomini sono solo discriminati».

Nelle prossime giornate di festa sfido chiunque a non sentire almeno una volta questo discorso così illuminante, ampio e di spiccato acume. Per quanto chiuso, stagno e ottuso, un tale pensiero è frutto di una cecità nella connessione tra lo sviluppo del Paese e il livello di parità di genere, motivo per cui con le prossime parole spiegheremo questa relazione. 

Partiamo da un elemento cardine: esistono delle politiche che riguardano esplicitamente le donne perché le politiche precedenti sono state fatte implicitamente dagli uomini per gli uomini, che così facendo sono stati favoriti per anni. Predisporre dei programmi di azione disegnati pensando alle donne non serve per dare una spinta assoluta a una fantomatica supremazia del genere femminile, né tanto meno per affossare la “nuova categoria storica di vittime” (leggasi uomini nelle menti dei luminari da bar), bensì servono per bilanciare decenni e secoli di disuguaglianza. Per capire meglio premettiamo che per qualsiasi sviluppo imprenditoriale c’è un costo iniziale da coprire e sostenere nel tempo, facendo sì che solo coloro che hanno accesso alle risorse necessarie possano intraprendere questa strada. Considerando che fino alla legge n. 151 del 19 maggio 1975 le donne italiane non avevano il diritto di amministrare i propri beni e quindi di aprire un conto corrente senza il consenso del marito o del padre, è evidente che nessuna donna fino a cinquant’anni fa poteva costruire un’azienda di sua libera iniziativa. Nel Bel Paese l’imprenditoria femminile ha solo mezzo secolo di storia, mentre quella maschile è nata insieme all’idea stessa di commercio, secoli e secoli fa. Le conseguenze riguardano il tasso di occupazione femminile, permeano la cultura e impattano enormemente sulla libertà di una donna e delle sue figlie e figli. Una donna finanziariamente libera può permettersi di allontanarsi da un uomo violento, può dare la possibilità di studiare alle/ai sue/oi figlie/i, influenzando enormemente il loro livello di istruzione e di spendibilità sul mercato del lavoro. L’opportunità di scappare e salvarsi da un partner pericoloso è direttamente unita alla capacità finanziaria di una persona, purtroppo. Così, se vogliamo vivere in un mondo di scelta, rispetto e sicurezza, allora bisogna pensare a delle soluzioni specifiche al problema da risolvere: in un’Italia cosparsa da episodi di violenza di genere, è chiaro che tali soluzioni si debbano “malleare“ in base alla femminilità. Se vi sembra uno “spiegone” filosofico, vi pongo un quesito: avrebbe senso dare a ogni donna una conchiglia-para-pube all’iscrizione di un corso di boxe? No, dato che l’oggetto serve a proteggere una cosa che il corpo femminile non ha (in linea di massima e con delle rarissime eccezioni genetiche). Allo stesso tempo, se un boxeur (maschile) ne indossa uno, si potrebbe dire che è facilitato o favorito rispetto alla compagna di corso? Di nuovo, la risposta è no. Lo stesso identico concetto deve essere ricordato quando si tratta di politiche costruite per il raggiungimento (perché ancora non ci siamo arrivate/i) della parità di genere. 

Il diritto di costruire una vita propria, dignitosa e sana è un obiettivo che sta a cuore a ogni persona coinvolta nello sviluppo virtuoso di un paese e per averne una prova basta leggere gli obiettivi maggiori e minori dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile, firmata a Parigi nel 2015; tuttavia non può esistere uno sviluppo pieno e prospero se solo metà della popolazione mondiale (quella maschile) trova il massimo beneficio. Per liberare le donne bisogna liberarne le possibilità attraverso politiche che diano loro tanto potere quanto dato sin dal passato agli uomini (perlomeno quelli bianchi, benestanti e di una comunità maggioritaria). In passato l’escamotage femminile per avere dei propri risparmi era quello di collezionare gioielli. Infatti, è bene specificare che se le donne bramavano i regali di gioielleria, preziosi e veri, era proprio perché essi erano gli unici oggetti che, se venduti, potevano dare loro del denaro, appropriandosi di un grado di indipendenza, una piccola rete di sicurezza fitta di pietre luminose rivendute al banco dei pegni. Ovviamente questo sistema aveva diverse falle: in primis che la disponibilità dei gioielli dipendeva dai regali dei padri e dei mariti, in secundis che non sempre era possibile rivendere immediatamente un gioiello, terzo che una moglie che chiedeva gioielli veniva spesso additata come frivola, stupida e superficiale. Per evitare il giudizio altrui, molte non osavano nemmeno chiedere; dall’aumento al rispetto, quante volte ancora oggi la paura di essere inopportune/i ci priva di qualcosa che ci spetterebbe? L’elemento culturale è un tassello fondamentale nel godimento di qualsiasi diritto, infatti spesso una persona ragiona prima in termini sociali, agendo nel campo del socialmente accettabile, poi in casi eccezionali si interroga sulla legalità delle sue azioni. Tuttavia, il diritto può essere utilizzato come “forzatore” di un cambio, prima delle azioni, poi delle abitudini e infine della cultura (si spera) di un popolo. Se nel medioevo si fosse parlato ai vassalli di congedo parentale e dei diritti dei lavoratori, probabilmente saremmo andate/i al rogo, oggi, grazie a battaglie, sforzi e ascolto la situazione è diversa, potremmo stare anche antipatici/che, ma in molti Paesi la legge è dalla nostra parte, tanto che chi non permette il godimento di tali diritti viene additato e giudicato negativamente. Le leggi hanno il potere di trasformare il normale in anormale.

Cosa dovrebbe essere anormale? La schiavitù finanziaria, il caporalato, la violenza (di genere e non), le discriminazioni e la mancanza di sicurezza. Se per i primi elementi è intuitivo capire perché dovrebbero essere anormali, la mancanza di sicurezza può sembrare una pecora nera, o perlomeno grigia, invece lo sviluppo economico di un paese è nettamente collegato alla sensazione di sicurezza dei mercati. Tuttavia, non è un caso che semanticamente ci sia una congruenza tra la sicurezza finanziaria, fisica ed emotiva; come non è un caso che la parola “sviluppo” si declini nella sfera economica e nell’accrescimento sano della persona, in quanto non è possibile avere una crescita economica sostenibile senza quella dell’individuo stesso, proprio come è impossibile che la sicurezza fisica e geofisica non influenzi enormemente la sicurezza dei mercati. Un esempio? Più le persone studiano, più hanno i mezzi per sviluppare nuove idee, ma ciò accade solo se queste idee hanno uno spazio nel mercato e risorse disponibili. Contemporaneamente, chi finanzia i progetti vuole essere sicuro che avrà un ritorno economico, o raramente almeno morale, assoggettando l’innovazione a una previsione favorevole del futuro. La vostra previsione sarebbe favorevole se vi sentiste minacciati emotivamente o fisicamente nel quotidiano? Per la terza volta, la risposta è no. Ecco perché è fondamentale che lo sviluppo di un paese passi per delle politiche ad hoc, studiate per creare le condizioni favorevoli alla crescita dei suoi e delle sue abitanti. 

Studi condotti da U Women affermano che la riduzione del divario di genere beneficia l’intera economia di un paese, agendo sulla riduzione della povertà, sulla creazione di nuovi mercati e opportunità di lavoro, aumentando l’accessibilità alle carriere sia in diversi percorsi, sia all’istruzione (UN Women 2024). Le Nazioni unite stimano che il raggiungimento della parità di genere provocherebbe un aumento di 7 trilioni di dollari americani nell’economia globale.

In conclusione, le politiche studiate per le donne fanno rumore solo perché sono una novità incompresa, perché si basano su un pensiero complesso che non si può spiegare in 10 secondi di video su TikTok. Tornando all’inizio, in queste feste, se avete voglia di spiegare perché le politiche per le donne non affossano gli uomini, consiglio di iniziare spiegando che servono a dare un’accelerazione alla crescita economica della popolazione femminile dato che quella maschile gode di un vantaggio secolare. Se poi si volesse continuare, renderei chiaro che dalla chiusura del divario di genere, il beneficio arriverebbe a cascata in ogni settore. Per quanto non sia semplice, è giusto comunicare il ragionamento dietro alle politiche per l’uguaglianza, perché se non si spiegano è normale che qualcuno non le capisca, come è probabile che qualcuno non comprenda lo stesso, scadendo in un vittimismo di genere che nutre solo l’ego di chi viaggia mentalmente in superficie. L’invito conclusivo non è quello di combattere una battaglia ideologica fra una fetta di pandoro e l’altra, tanto meno quella di rovinarsi le vacanze dietro scontri di natura politica; però è corretto sapere che — se si vuole — si può dare una risposta sì contrastante, ma anche fondata, educata e calma. Questo articolo intende rafforzare la nostra conoscenza sugli argomenti che si potrebbero portare, lasciando però la consapevolezza che la comprensione è un ballo a due, che dipende da chi spiega e da chi ascolta.

Fonti:

https://avvocatosimonarusso.com/donne-e-conti-correnti-50-anni-di-liberta-finanziaria/

https://www.unwomen.org/en/articles/facts-and-figures/facts-and-figures-economic-empowerment

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Articolo di Lisa Currenti

Laureata in Filosofia e laureanda in International Studies, perenne curiosa, crede che con il giusto sguardo si possa capire tutto. Si interessa di geografia, musica, psicologia, cinema, moda, biologia, sport e molto altro. Ama ascoltare, osservare e immaginare, tre elementi fondamentali per scrivere. Fa parte di quel gruppo di persone che spererebbe in giornate da 48 ore.

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