Il potere delle molestie di strada, la forza della solidarietà

Ricordare e condividere le molestie di strada subite fu uno degli effetti derivanti dalla partecipazione a un gruppo di donne costituitosi nel 2020 poco prima del lockdown, che si interessava a tematiche di genere e che aveva deciso di approfondire alcuni argomenti e provare a condividere le proprie riflessioni in contesti pubblici. Tra i temi da esaminare, quello delle molestie di strada proposto da Valentina, la più giovane del gruppo che utilizzava i mezzi pubblici quotidianamente per recarsi al lavoro, suscitò una sentita e immediata adesione.
Un comune approccio al fenomeno era stato favorito dalla partecipazione a una ricerca sull’argomento con la compilazione di un questionario. Rispondere alle domande sulle molestie subite e/o viste aveva già sollecitato considerazioni su tipologie, luoghi, reazioni nei confronti del molestatore da parte di vittime e testimoni, cambiamenti di abitudini, possibili iniziative per contrastare il fenomeno, consentendoci di delineare gli aspetti da approfondire.
Intanto Valentina ci consegnava le sue emozioni, i suoi stati d’animo. Dal «vivere in un costante stato di allerta, pensando che un sorriso a uno sconosciuto potesse essere interpretato come consenso», allo stato di malessere derivante dal riecheggiare delle molestie verbali, che le rendeva difficile concentrarsi sul proprio lavoro, alla voglia di «parlare e condividere le nostre esperienze e le nostre riflessioni». Una presa di coscienza, quella di Valentina, per reagire «non solo per sé stessa ma anche per le generazioni future». Il vissuto consegnatoci dalle spontanee parole della nostra amica demoliva efficacemente certe opinioni sulle molestie di strada derubricate a “complimenti” e “apprezzamenti” e richiamava l’attenzione su un fenomeno quotidiano difficile da contrastare, se non ne vengono riconosciuti gli effetti pervasivi e limitanti in termini di libertà, autostima, sicurezza. In Italia il riconoscimento delle molestie di strada come atti punibili è recente ed è certamente un passo in avanti ma non sufficiente a demolire comportamenti privi di rispetto, portatori di stereotipi, che di fatto limitano la libertà femminile negli spazi pubblici, ribadendo la disuguaglianza nel rapporto tra uomini e donne. 

Con la partecipazione a Stand Up, un programma di formazione e sensibilizzazione realizzato da L’Orèal Paris in collaborazione con la ONG Right To Be e sviluppato in Italia insieme al Corriere della Sera e alla 27esima Ora, attraverso webinar fu possibile acquisire consapevolezza delle azioni più appropriate e sicure da porre in essere per le vittime e per chi le assiste. Ad esempio dire qualcosa al molestatore chiedendogli di terminare le azioni non richieste oppure chiedere aiuto ad altre persone presenti, se si è vittima o se si è testimone distrarre l’attenzione del molestatore facendo cadere un oggetto o ancora parlare con la vittima dandole sostegno, condannando l’azione subita e rassicurandola che non è dipesa dalla sua volontà. 
La condivisione di Valentina incentivò anche alcune azioni nel nostro piccolo gruppo: domandare agli uomini e ragazzi delle nostre cerchie familiari e amicali cosa pensavano delle molestie di strada e con nostra soddisfazione abbiamo avuto riscontri di condanna e volontà di prestare aiuto alle vittime, ascoltare con più attenzione racconti di donne e ragazze per intercettare bisogni di condivisione, ricordare a chi era adolescente 50 anni fa (praticamente buona parte del gruppo) che queste molestie sono compiute oggi come ieri in luoghi molto affollati in un clima di indifferenza.
Un importante tassello del percorso di formazione sulla tematica è costituito dal volume pubblicato nel 2023 a cura della psicologa sociale Chiara Volpato, Raccontare le molestie sessuali. Un’indagine empirica, Rosenberg&Sellier. Nel libro sono pubblicati gli esiti della ricerca del maggio 2021 rivolta alla comunità dell’Università Bicocca di Milano con lo scopo di indagare il fenomeno delle molestie sessuali in generale, con particolare attenzione a quelle di strada. L’indagine è stata realizzata somministrando un questionario corredato da due domande aperte, riguardo le molestie subite e/o viste nei tragitti per raggiungere l’università. La ricerca è stata la risposta a una richiesta da parte della componente studentesca con l’obiettivo di individuare interventi per prevenire e gestire i disagi derivanti dall’essere vittima e/o testimone. La restituzione dell’indagine è introdotta dall’esposizione di ricerche e studi, teorie di inquadramento e accompagnata da approfondimenti degli aspetti giuridici e da riflessioni nonché proposte su come contrastare alla radice il fenomeno. I risultati hanno delineato la frequenza, le caratteristiche, le conseguenze sul benessere psicofisico, i cambiamenti nelle abitudini comportamentali e anche monitorato la consapevolezza dell’aver subito una molestia ma soprattutto hanno consegnato alla società le risposte fornite alle domande aperte da vittime e testimoni perché, come efficacemente descritto da Volpato, sono proprio le vittime con le loro narrazioni a “squarciare il velo del silenzio“, così come aveva fatto Valentina nel nostro gruppo. Le vittime, in maggioranza donne e ragazze, hanno colto l’occasione per denunciare non solo molestie di strada subite nell’arco di tempo indicato ma molestie subite in tutto l’arco di vita, restituendoci un mondo di «miseria relazionale» in ambito familiare, amicale, scolastico, lavorativo.

Ho così “ascoltato” racconti delle vittime di molestie di strada e altro immedesimandomi nelle loro emozioni (paura, rabbia, disgusto), nella loro voglia di reagire, nei cambiamenti apportati alle loro abitudini, negli effetti negativi di quegli atti sul loro benessere, nella difficoltà per le vittime più giovani di comprendere la violenza subita, nei disagi che provano soprattutto le ragazze quando ricevono commenti sul fisico che le fanno oggetti, nella delusione per non aver ricevuto aiuto, solidarietà da parte delle altre donne, nel senso di colpa per non aver denunciato il molestatore, ma anche nella loro voglia di reagire rendendo note le esperienze vissute. Ho “ascoltato” anche le narrazioni di testimoni immedesimandomi nel loro rimpianto di non aver reagito prontamente.
Diverse sono le reazioni manifestate dalle vittime: dal silenzio e l’ignorare quanto subìto alla fuga e richiesta di aiuto, dal reagire contro l’aggressore fisicamente e verbalmente a pianti, disturbi del sonno e alimentari fino ad arrivare a tentativi di suicidio. Chi ha assistito ha raccontato di aver reagito con forme di difesa attiva, indiretta (distrazione), silenzio e fuga con la vittima.

L’identificazione di una molestia di strada è fondamentale per chi la subisce per poter chiedere aiuto, per chi assiste per poter prestare soccorso e a livello collettivo per la consapevolezza del fenomeno.
In particolare nella ricerca è stato sottoposto un elenco di fatti al fine di indagare se e in che misura erano riconosciuti come molestie e mi ha particolarmente colpito che il 21% degli uomini, l’11% delle donne e l’8% di altro (partecipanti che hanno dichiarato la non binarietà o hanno preferito non rispondere) non abbiano considerato molestie i commenti all’aspetto fisico considerando normale che il proprio corpo venga trattato come un oggetto più o meno gradevole. Viene evidenziato che il mancato riconoscimento può essere originato da una diversa personale definizione di molestia e sottolineato che vittime e testimoni riportano conseguenze negative, indipendentemente dalla consapevolezza che l’azione subita o vista sia una molestia. A tal proposito tra le conseguenze degli episodi di molestie di strada viene provato disagio e vergogna per il proprio aspetto fisico dal 16% degli uomini, dal 46% delle donne e dal 36% di altro. 

Ho trovato interessante che il pensiero femminista e la reazione alla molestia siano stati individuati come fattori di protezione da conseguenze negative, liberando le vittime da sensi di colpa. Il tema dell’aiuto e soprattutto quello dell’assenza sono importanti. Le vittime denunciano indifferenza da parte di chi assiste che non interviene in aiuto, sottovalutazione da parte della famiglia e del partner, mancanza di solidarietà e comprensione da parte delle altre donne. Per contro viene evidenziato l’effetto benefico del mostrare vicinanza con sguardi e sorrisi, con frasi di supporto sia per le vittime che per chi ha assistito senza reagire. 
Certo dovremmo domandarci perché se vediamo cadere una persona interveniamo in aiuto in maniera automatica, cosa che non sempre succede se assistiamo a una molestia, forse perché non sappiamo cosa fare, o non abbiamo riconosciuto nell’episodio visto un atto violento, o temiamo per la nostra incolumità, o molto più probabilmente non siamo state preparate a una reazione, che sarebbe utile per una rielaborazione del vissuto e non “donerebbe” alla molestia il potere dell’invisibilità. 
Nel volume viene sottolineata l’opportunità di interventi che si collochino «prima ed al di fuori di quelli della giustizia penale» e richiama l’attenzione sul rapporto dei/delle giovani con la sessualità che appare caratterizzato da stereotipi di genere e nutrito dalla fruizione di porno attraverso cui la gioventù apprende, fatto che rende opportuni percorsi di educazione sessuo-affettiva fin dall’età precoce. 
Inoltre, come in molti altri studi e ricerche, viene evidenziata pure la necessità di interventi sul territorio in particolare negli spazi pubblici attraverso una adeguata illuminazione o anche la presenza e la circolazione di mezzi pubblici durante le ore notturne. 
Nella scarsità di azioni di prevenzione e di contrasto nei confronti di questa specifica molestia, che viene banalizzata rispetto a forme più gravi, seppure fossero posti in essere oggi stesso percorsi di educazione sessuale e all’affettività precoci per contrastare le molestie sessuali, la violenza, l’uso dei porno, la decostruzione di stereotipi e pregiudizi, ne vedremmo i frutti in un futuro, non sappiamo quanto lontano. Inoltre tali percorsi di formazione raggiungerebbero solo le/gli studenti, lasciando fuori giovani che abbandonano gli studi in età precoce. Non solo azioni di prevenzione in ambito scolastico, ma percorsi di formazione andrebbero attuati anche sui posti di lavoro e ancora rimarrebbe fuori una cospicua parte di popolazione. Per contro potrebbero invece già da oggi fare la differenza per le vittime forme di aiuto, in ogni contesto di continuità, quali manifestazioni di solidarietà, di comprensione, di ascolto per agevolare la rielaborazione delle molestie subìte e la riprovazione di azioni mediante le quali vengono esercitate forme quotidiane di violenza e di oppressione.

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Articolo di Anna Pascuzzo

Ho svolto la maggior parte della mia vita lavorativa in un ente previdenziale. Sono laureata in Lettere moderne, indirizzo storico e in Psicologia dello sviluppo, dell’educazione e del benessere. Nell’ultimo quinquennio il mio interesse per le tematiche di genere è stato ed è costante e continuo e costituisce un significativo filtro di lettura della quotidianità.

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