Mani

Proseguiamo la pubblicazione dei racconti finalisti della XII edizione del Concorso di Toponomastica femminile, Sulle vie della parità, dal tema quest’anno Le donne e le arti, presentandoli nell’ordine alfabetico dei cognomi delle autrici.
Mani 
è l’ultimo di questi racconti, opera di Mira Sathya Sai Cucco, studente di Filosofia a Roma 3; anche lei ha scelto l’incipit di Antonio G. Bortoluzzi (in corsivo nel testo), molto fortunato in questa edizione, tanto che accomuna ben tre racconti finalisti, peraltro molto diversi fra loro.
Questo il giudizio della giuria: «Il racconto aderisce in modo originale al tema proposto e appare coerente con l’incipit scelto, sviluppandosi sulle tracce di un pensiero complesso tradotto da una lingua densa ed esatta. L’intera esperienza della protagonista viene ripercorsa con efficacia, senza nulla concedere all’inessenziale».

Mani
di Mira Sathya Sai Cucco

Aveva pensato per anni a come fare, e aveva osservato, provato e riprovato. Anche buttato via. Poi un giorno, che non era né bello né brutto, accadde qualcosa. E non era più lei da sola, ma lei con le sue mani, e a ben guardare erano quasi le stesse di quando era bambina…
Non più mezzi esecutivi, strumenti di lavoro, attrezzi produttivi, ma organi creativi: infatti si può destinare le proprie mani a tante funzioni e ciascuna ne modifica lo statuto. Un paio di mani è, a conti fatti, un generatore di realtà, per questo non si deve sottostimare le operazioni che decidiamo di compiere: ognuna dà luogo a degli effetti dei quali siamo responsabili. Lei ne era consapevole e voltandosi indietro abbracciava con la memoria la sua vita. Seppur piccole, quelle mani di bambina, avevano saputo dar forma a quella fervida immaginazione che le animava, tappezzando la sua infanzia di splendidi ricordi. Il gioco è la dimensione che si schiude tra l’orizzonte del possibile e quello dell’impossibile: proiettandoci in uno spazio-tempo che annulla qualsiasi vincolo fisico e apre alla sperimentazione totale della propria identità. Lei lo sapeva bene, i piccoli gesti delle mani l’avevano resa una bimba che aveva davanti a sé tante carriere e poteva aspirare alle vite professionali più disparate: maestra, dottoressa, ballerina, presentatrice televisiva, poliziotta, pittrice, casalinga, attrice.
Mentre ora era una donna di quarant’anni, aveva scelto un’identità con la quale mediocremente si rappresentava al mondo: finora era stata all’ombra di questa maschera che forse altri, o semplicemente le circostanze stringenti, le avevano cucito addosso, chiudendola in un bozzolo angusto, ma pur sempre sicuro. Ora il senso di inadeguatezza era pari al senso di colpa: l’aver perso il lavoro le aveva strappato la veste sociale con cui si presentava agli occhi degli altri. Perfino lo status di donna disoccupata presume un grado di consapevolezza di sé, ma il suo senso di incertezza a poco a poco ne erodeva le fondamenta.
Il cómpito di quelle mani era di dare un senso alla vita, finora era avvenuto attraverso il rango professionale, preservando una certa immagine da incarnare. Tuttavia quelle mani con cui si era disperatamente avvinghiata a una professione altamente qualificata, ora risultavano di nuovo libere, ma libere per fare che? Cosa potevano? Ecco che timidamente impugnava la matita a mine per tracciare qualcosa su quel foglio troppo bianco per una mente come la sua, tanto fantasiosa nel passato. Però, come realizzava un bozzetto sulla carta, affossata dall’insoddisfazione, immediatamente lo cancellava.
La paura di lasciare una traccia aveva caratterizzato gli anni della sua pubertà in modo preoccupante: quelle mani impegnate alla scoperta del mondo erano occupate ad evitare qualsiasi contatto col cibo. Il desiderio di conformarsi a certi cànoni estetici era un modo non tanto per assecondare e compiacere gli altri, quanto per mettere a tacere quell’enorme senso di inadeguatezza che, come un mostro, ingigantiva tutte le piccole sconfitte proprie dell’adolescenza. La perdita di peso era, nel suo caso, la goffa speranza di scongiurare qualsiasi responsabilità, a cominciare dal rischio di ricevere dei giudizi; così per un periodo il sottrarsi a qualsiasi ruolo determinante in famiglia, a scuola, con le amiche, la illudeva che la preservasse dalle critiche. La mano protesa di Eva verso l’Albero della Conoscenza ci ha esposte al giudizio e alla condanna di Dio, e allora nessuna donna tocchi la mela, nessuna donna tocchi cibo! In fondo, quel corpo rimpicciolito si mostrava tale per essere amato e non giudicato. Così la metamorfosi del corpo, che da bambina si trasformava in donna, risultava un fardello: crescere era una gravosa responsabilità, inaugurare la fase preadulta significava cambiare, e cambiare voleva dire imporsi nella società degli adulti. Come qualsiasi adolescente aveva attraversato questo periodo critico con intensità: la superficialità che ostentava era solo uno scudo protettivo per nascondere il confuso tumulto dell’anima.
Vergando il foglio con piccoli segni grafici tentava di richiamare a sé la dimensione del fantastico che le aveva colorato l’infanzia, tuttavia le mani sembravano incapaci di esplorare al di là del perimetro della ragione. Qualsiasi traccia di matita le pareva estranea alla creatività di cui si sentiva ancora capace. La paura di lasciare un segno superava il desiderio di esprimere la sua vitalità artistica. Era lacerata dal timore di lasciarsi andare all’ispirazione e di contravvenire alla rigorosa logica a cui si era conformata. Lasciare la corrente, abbandonare quel moto d’inerzia che le aveva prosciugato la linfa vitale, rinunciando sin da sùbito a scegliere e raggiungere nuove destinazioni esistenziali. La preoccupazione di attivarsi per procacciarsi un nuovo impiego e tamponare la questione economica con l’affitto, le bollette, tutte le spese vive che inseguono ogni essere umano sulla Terra sembravano uccidere qualsiasi slancio creativo.
Si era convinta che l’esercizio del disegno fosse il banco di prova per tutti gli appuntamenti a cui la vita la reclamava: così, se fosse riuscita ad abbozzare un soggetto originale e lo avesse rifinito con una tecnica soddisfacente, era convinta di meritarsi anni fortunati. Doveva dimostrare a sé stessa che il talento era sì latente, ma in quanto tale le apparteneva ancora: andava solo riscoperto. Tuttavia, è difficile riappropriarsi di ciò che si crede dimenticato, sepolto dalla stratificazione degli insignificanti eventi quotidiani che non solo seppelliscono le preziose doti di ciascun individuo, ma ne meccanizzano la routine, fino a colonizzarne lo spirito creativo, prosciugando ogni entusiasmo senza il quale si è destinati alla rassegnazione. Ore, giorni, settimane, mesi divengono un susseguirsi di grigi impegni lavorativi e scoloriti appuntamenti burocratici, le mani finiscono per essere delle appendici sterili ed automatizzate che esaudiscono un’asfittica routine.
Aveva disegnato un cerchio perfetto, questo risultato aveva finalmente rifocillato l’autostima. Un pensiero le baluginò nella mente: «Finora le mie mani hanno sempre eseguito prescrizioni altrui, ma l’epoca del devo è finita: ora io voglio fare spazio alla mia autenticità e posso farlo. Le mie mani sono tutto ciò che ho, non ho bisogno di altro!». La mano è connessa alla volontà: è lo strumento che la attua: tanto più ne appaga le istanze, tanto più permette di acquisire potere. Volontà e potere sono l’una la condizione dell’altro e ambedue partecipano alla realizzazione personale di ogni essere esistente. Tanto possono le mani: pregare e oltraggiare; seminare e sradicare; cucire e dilaniare; prendere e (ri)dare; accarezzare e uccidere; toccare e brandire; curare e ferire; prendere, offrire e afferrare tutto ciò di cui si ha bisogno, ma di cosa aveva bisogno lei?
Il cerchio divenne lo spazio in cui circoscrivere una mano di grafite. La mano disegnava la mano, la carta accoglieva il simbolo del desiderio generativo. Quando affiora una sana fiducia, la saggezza infonde una sicurezza che armonizza le energie in modo proficuo, ogni progetto appare facilmente percorribile. Dal bianco della carta e dalle linee di grafite emerge una mano, è disegnata aperta, morbida, rilassata, palmo in alto con le dita schiuse: sta all’osservatore decidere se sia nella posa di ricevere qualcosa o di offrire qualcosa. La distribuzione dei chiari e degli scuri dichiarava che la luce era originata dal corpo di cui la mano era propaggine. La semplicità di tale gesto raffigurato testimoniava l’umiltà di chi dà senza nulla chiedere e chi chiede e ricambia con somma gratitudine.
Rinunciare al foglio bianco per lasciare un segno grafico significava affermare la propria volontà di esistere, era propriamente una testimonianza di sé che andava al di là dell’ordine vigente. La pratica inventiva compromette l’ordine costituito, l’esuberanza del caos agisce al di là di ogni misura, l’esercizio creativo permette di ricavarsi uno spazio nel mondo; è la mano che, in quanto operatrice dell’immaginazione, assolve un audace cómpito. Completato il disegno, lo contemplò: appariva freudianamente perturbante giacché aveva un aspetto familiare e al contempo estraneo, esso era un pezzo del proprio inconscio tradotto in simbolo e materializzatosi nella realtà. La mano rappresentata era simultaneamente nell’atto di aprirsi e di chiudersi, capace di difendersi dalla vita, ma anche di offrirsi. Aveva capìto che la dialettica del cambiamento è l’ordito della vita e le mani hanno la capacità di comporre un senso in questo percorso esistenziale. La paura di sbagliare è inconciliabile con la virtù creativa, la paura relega nell’anticamera dell’esistenza: essa, nella sua negazione, perde i connotati di emozione e diviene luogo di comfort dove è possibile effettuare solo un pugno di esperienze, quelle innocue e già note. Qui le quattro mura della routine. Aprire la porta, inverare le proprie aspirazioni, articolare ed esprimere le idee grazie alla complice collaborazione delle mani con l’intelletto è il segreto del successo. Dunque, cos’è il successo? È vivere fuori dal carcere dell’abitudine.

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Articolo di Loretta Junck 

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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