La storia dell’arte è piena di corpi, ma vuota di nomi. Almeno a un approccio superficiale. Modelle e modelli, pur essendo fondamentali nella composizione figurativa, raramente appaiono nei titoli, nei cataloghi e persino nei tag online. O a volte compaiono solo con il nome, niente cognomi. Non sia mai che un archeologo dell’anno 3000 voglia sapere chi c’era dietro a quelle figure acquiescenti, mitizzate, disponibili. Il più delle volte bisogna essere davvero motivati/e per scoprire di chi siano la faccia e il corpo ritratti.
Ecco il paradosso: siamo invisibili nelle didascalie, ma se non ci siamo, un certo tipo di opera non si fa. Ovviamente non siamo noi a farla nel concreto: l’arte è di chi la plasma. Ma neppure siamo solo strumenti, in quanto partecipi del processo creativo. Quindi è vero che non creiamo materialmente l’opera finale che è merito di artiste e artisti, ma quell’opera, se a posare fosse qualcun altro, non sarebbe la stessa cosa. Io porto idee, suggestioni, movimenti, studio di iconografie e temi sacri, o mitologici, o letterari, reinterpretazione degli stessi per non copiare nulla, adattamento delle pose alla versione migliore che so di poter offrire del mio corpo, calcolo degli appoggi (come distribuire il peso sulle diverse parti del corpo per rendere la posa tollerabile e non muoversi per molto tempo, consentendo all’artista di non perdere i riferimenti e quindi di non sbagliare). Perciò sì: ho la certezza che anche di poco, l’opera finale cambi anche grazie a quello che ci metto io, con la mente, i sentimenti e — solo in fine — con il corpo. Eppure, citarci anche solo nei post resta a discrezione delle/dei singole/i artiste/i. Alcune/i infatti ritengono che l’omissione dell’identità di chi posa mantenga una sorta di mistero. Ma se conosciamo l’identità della Gioconda, smettiamo di lambiccarci sul fatto che sorrida o meno? Non è forse più disturbante sapere che Fränzi, dagli otto ai dieci anni d’età, passasse molte ore nuda davanti agli artisti uomini adulti del gruppo Die Brücke di Dresda e Berlino di inizio Novecento (e che loro ne percepivano un “inconscio erotismo”), piuttosto che vedere semplicemente il quadro di una bambina? Sono domande che mi faccio spesso. Eppure, non tutte quelle persone sono sparite nel silenzio. Vediamo cosa sappiamo di alcune modelle del passato…
Elisabeth Eleanor Siddal (1829–1862).
Meglio nota come Lizzy Siddal. Considerata la musa preraffaellita per eccellenza. Posò per molti artisti, tra cui William Holman Hunt e John Everett Millais, ma fu modella fissa per Dante Gabriel Rossetti, con il quale si sposò nel 1860. La sua carriera come modella mise a lungo in ombra il fatto che fosse pittrice a sua volta, nonché poetessa. Le sue poesie furono pubblicate postume. Grazie alla critica letteraria femminista il suo nome venne sottratto all’oblio solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Quando posò per Ophelia di Millais, rimase adagiata per ore in una vasca piena d’acqua, anche quando si ruppe la lampada usata per riscaldarla. Ciò le costò una bronchite che lasciò tracce importanti sulla sua salute, ma regalò al personaggio shakespeariano del quadro un aspetto di morte assai verosimile.
«[…] E madre, trova tre bacche rosse,
E strappale dal loro stelo,
E bruciale al primo canto del gallo,
Affinché il mio spirito non vada errando […]».
Da At Last, poesia di Lizzy Siddal.

Marie-Clémentine Valadon (1865–1938).
Meglio nota come Suzanne Valadon, affettuoso soprannome attribuitole da Henri de Toulouse-Lautrec, per il quale posò, oltre a Pierre-Auguste Renoir e Pierre Puvis de Chavannes. Artista circense reinventatasi modella, che posando aveva “rubato con gli occhi” le tecniche agli artisti, iniziando a dipingere a sua volta. Fu la prima donna a essere ammessa come pittrice alla Société Nationale des Beaux-Arts nel 1894.


Henriette Theodora Markovitch (1907–1997).
Nota come Dora Maar. Fotografa, poeta, pittrice e autrice di fotomontaggi e collage. Le sue fotografie street immortalavano disuguaglianze sociali, disagio, povertà, sofferenza con un’inclinazione verso mistero e magia che l’avvicinarono alle avanguardie surrealiste. Fu spesso modella di Picasso, con il quale ebbe una relazione tossica. L’autenticità della sua tristezza fu spremuta in molti quadri del pittore.


Alma Margaretha Maria Schindler (1879–1964).
Nota come Alma Mahler. Pianista, compositrice e scrittrice. Oggi sono pubblici diversi suoi Lieder per voce e pianoforte. Come modella la vediamo raffigurata in opere di Gustav Klimt e Oskar Kokoschka.

Basia-Reiza Rosenfeld (1885–1944).
Conosciuta come Bella Rosenfeld. Scrittrice sposata con Marc Chagall. L’artista la dipinse molte volte da sola e molte altre intenta a vivere con lui delle avventure oniriche. I due sembravano dialogare anche nell’arte. Il libro più conosciuto di Bella Rosenfeld fu pubblicato postumo, nel 1946. Apparve in yiddish, con il titolo Brenendike likht e poi in inglese come Burning Lights, firmato come Bella Chagall, con prefazione del marito Marc.
«Da ogni angolo un’ombra si protende, e non appena la tocco, mi trascina in un cerchio danzante con altre ombre. Si spingono, mi pungono sulla schiena, mi afferrano per mani e piedi, finché tutti insieme cadono su di me come uno sciame di mosche ronzanti in un giorno d’estate. Non so dove rifugiarmi da loro. E così, solo per una volta, desidero ardentemente strappare all’oscurità un giorno, un’ora, un momento appartenente alla mia casa scomparsa. Ma come si può riportare in vita un momento simile?»
Da Burning Lights, libro di Bella Chagall.

Alice Prin (1901–1953).
Soprannominata Kiki de Montparnasse o “la Reine de Montparnasse”. Oltre a essere modella, era cantante, attrice, scrittrice e pittrice. Icona assoluta nella Parigi anni ’20 del Novecento. Posò per Man Ray, Moïse Kisling, Tsuguharu Foujita (Léonard Foujita), Calder e molti altri. Quando pubblicò la sua biografia Souvenirs la traduzione americana ricevette un’introduzione di Hemingway: «Eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora. Per circa dieci anni, come spesso capita, Kiki fu lì lì per essere una regina, ma questo naturalmente è molto diverso dall’essere una signora». Non una “signora” borghese, dunque, ma una “regina bohémien”. Una donna affascinante perché libera.


Lise Tréhot (1848–1922).
Una delle poche a riemergere dal buio col suo nome tal quale. Modella cardine della prima fase di Renoir. Visivamente indissociabile dall’iconografia impressionista. Posò per oltre venti opere di Pierre-Auguste Renoir tra il 1866 e il 1872. Appare anche in dipinti dove Renoir sperimentava una diversa estetica, come La bagnante con il cane grifone o Odalisca. La sua intensa attività come modella ha adombrato l’attività da pittrice, che viene suggerita da alcune fonti, ma della cui produzione non abbiamo notizie certe.

Dagny Juell Przybyszewska (1867–1901).
Conosciuta come Dagny Juel. Pianista e scrittrice simbolista che posò per diverse opere di Edvard Munch.
«Viene sempre quando te ne sei andato. Si siede sul mio letto e mi fissa con i suoi terribili occhi da cadavere e mi soffia in faccia il suo alito di cadavere».
Da Rediviva, racconto di Dagny Juel.

Cléopâtre-Diane de Mérode (1875-1966).
Conosciuta come Cléo de Mérode. Fu ballerina del Balletto dell’Opéra di Parigi e modella di fotografi e pittori. Celebre volto della Belle Époque.


Artiste. E dunque capaci di “darsi” alle opere per regalargli anima. Dotate di arguzia estetica: chi viene guardata e contemporaneamente sa cosa stai vedendo, cosa vuoi, cosa ti serve, cosa farai, cosa ti vuole dare.
Ecco che già alla fine di questa lista brevissima e sommaria, il mio scrivere e posare che ad alcuni sembrava eccezionale, diventa naturalmente depositario di un’eredità del passato. Un meccanismo collaudato da tante altre, molto prima che io esistessi.
Queste e innumerevoli altre modelle-artiste, mostrano che il corpo in posa può avere una propria intelligenza. Essere corpo pensante, narrante, critico. Nelle opere delle quali sono autrici riconosciamo lo stesso spirito delle opere nelle quali sono ritratte. Un monito che anche chi non firma l’opera può cambiare lo sguardo di spettatori e spettatrici.
La loro stessa esistenza basta a incrinare il mito della modella muta che ispirerebbe solo esistendo: la musa. Quell’immagine messa lì, che “è qualcuno ma non è nessuno”. In tutta onestà, se prima d’ora non avevate mai sentito parlare di loro, dopo averne letto, quei quadri e le storie di chi ha posato per essi, vi incuriosiscono di più o di meno?
E chi sono adesso i modelli e le modelle viventi? Chi posa proviene tutt’ora dai luoghi dell’arte: teatro e danza in primis. Tutto ciò che abbia fisicamente insegnato loro disciplina, resistenza, dominium corporis, sopportazione del dolore, della fatica, dell’errore. Tuttavia — rispetto al passato — la provenienza di modelle e modelli, al giorno d’oggi, appartiene a una fetta elitaria di società: quella dove il pre-giudizio lascia spazio al giudizio. Prima la creazione con dietro un pensiero libero, poi, a fine opera, l’opinione.
Oggi il modo di lavorare con i corpi è cambiato profondamente rispetto al passato. «L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica», per dirla con Walter Benjamin. Ovviamente questo cambiamento ha anche modificato il lavoro di modelli e modelle. Laddove la pittura ha inizialmente ripensato se stessa dopo l’avvento della fotografia (e il timore di esserne sostituita) in epoca digitale le due arti confluiscono l’una nell’altra sino a rendere le differenze molto sfumate. È il caso di due generi vicinissimi eppure molto diversi: la foto reference e la foto pittorica.
La posa dal vivo, con ore di immobilità, è ancora la scelta più richiesta da chi studia o si esercita, mentre la creazione di opere compiute e dettagliate lascia spesso il posto a foto reference. Queste ultime sono immagini fotografiche grezze, senza sfondi e luci. Sono qualitativamente paragonabili alle cosiddette “polaroid” richieste dai fotografi per vedere pregi e difetti reali delle modelle in fase di accordi, ma con pose plastiche invece che statiche. Le reference servono agli artisti e alle artiste come guida per ricreare una figura umana originale in uno spazio di invenzione. La differenza tra foto reference e foto pittoriche è che le prime mirano a diventare un quadro, le seconde mirano a imitare un quadro. Le prime non sono rifinite, mentre le seconde hanno già pose, luci e colori da prodotto finito che potrebbero sembrare pennellate.


In posa: Lizzy Siddal
Stando a quanto esposto, possiamo concludere che mostrarsi non coincida per forza con l’arrendersi all’oggettificazione. Questo chi fa arte lo sa. Anzi, l’esposizione di sé stesse può entrare a far parte della narrazione in modo virtuoso. E non dipende neppure dal fatto che per la posa ci si vesta o ci si spogli. Perché — come sappiamo — un nudo e un hijab possono essere ugualmente sintomo di oppressione se vengono imposti dall’esterno. Non sono i centimetri di pelle coperti o scoperti a fare il valore delle donne. È la volontà individuale che rende il gesto libero. Qui sta la differenza: se mi spoglio (o mi copro) perché voglio farlo, allora sì, quel gesto entra a far parte della mia autodeterminazione ed è coerente con le mie ideologie.
E quindi torno alla domanda che mi sono fatta all’inizio di questa serie di articoli: «posso essere femminista e dare in pasto il mio corpo allo sguardo altrui in questo modo?» Sì, posso. Perché — piaccia o meno a chi desidera ancora trattare i corpi delle donne come carne da colonizzare — è la libertà di scelta che mette in pari i piatti della bilancia. Ciò che voglio mostrare o non mostrare del mio corpo è ciò che è giusto che io mostri.
“Natura viva” ha provato a essere una presa di parola politica per l’abbandono degli stereotipi. Il manifesto parlato di chi si fa guardare. La proposta di rinegoziare il patto: modella/o e artista su un terreno di co-autorialità. Un invito a non pensare a un corpo fermo come a una bomboniera, perché dentro, sta silenziosamente succedendo di tutto.
In copertina: a sinistra, l’autrice ritratta in una fotografia pittorica del fotografo Andrea Laureani. A destra, Lizzy Siddal nel quadro Lady Lilith di Dante Gabriel Rossetti.
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Articolo di Roberta Russo Vizzino

Attrice, modella d’arte e scrittrice di origine calabro-campana. Dopo un’esperienza di vita in Lettonia, attualmente abita tra Roma e Firenze. Terminata la formazione attoriale ha intrapreso un percorso universitario in Discipline, arti e scienze dello spettacolo presso l’Università “La Sapienza” di Roma e pubblicato il suo primo libro Io sono onda di mare nel 2023.
