Put Your Soul on Your Hand and Walk 

Put Your Soul on Your Hand and Walk (Prendi la tua anima in mano e cammina) è un documentario uscito in Francia a giugno scorso e a novembre in Italia, e ancora disponibile nelle sale cinematografiche italiane, diretto da Sepideh Farsi, regista dissidente iraniana, rifugiata a Parigi. La sua opera precedente, The Siren, è incentrata sulla guerra tra Iran e Iraq che ha vissuto da giovane prima di lasciare il Paese di origine. 

Sepideh Farsi

Put Your Soul on Your Hand and Walk, di cui è consigliata la visione, è costituito dalle registrazioni di numerose videochiamate via Whatsapp tra la regista e la fotografa ventiquattrenne di Gaza Fatma Hassona, una corrispondenza giornalistica che diventa un’amicizia, come una sorta di romanzo epistolare in versione visiva.  

Locandina del film e videochiamata

Il documentario, diffuso da Amnesty International, racconta i bombardamenti israeliani a partire dal 7 ottobre 2023 (ma bisogna ricordare che la Striscia di Gaza è sotto assedio ininterrotto dal 2006, ovvero dalla vittoria elettorale di Hamas, e circondata di territori ebraici illegali dal 1967).  
La città di Gaza è il luogo in cui trovarono rifugio le centinaia di migliaia di persone sfollate dal Nord della Palestina sopravvissute alla Nakba, l’espulsione della popolazione palestinese, nel 1948. Contrariamente alla propaganda sionista e occidentale, la sua distruzione non ha nulla a che fare con Hamas, nato quarant’anni dopo, ma rappresenta l’intenzione (dichiarata molto prima della Nakba stessa) di eliminare completamente la popolazione civile araba palestinese.  

Gaza (dal trailer del film)

Il film è il tentativo di Sepideh Farsi di dare voce a un popolo ridotto al silenzio, un popolo la cui voce è ostracizzata dai media occidentali, dinamica molto evidente per chi vive a Parigi (all’indomani del 7 ottobre 2023, nella capitale francese, le manifestazioni a sostegno della Palestina erano vietate dal ministero dell’interno «in nome della decenza»). La regista, recatasi al Cairo per raggiungere Gaza, scopre che la Striscia è effettivamente chiusa e inaccessibile. È allora che viene messa in contatto con Fatma, fotogiornalista gazawi, che le racconta, anche attraverso le immagini da lei stessa scattate, di come la Gaza luminosa e sorridente di un tempo sia gradualmente diventata un tappeto di sangue e macerie. La realizzatrice del film afferma: «Gli occhi di Fatma diventano i miei su Gaza e io divento la sua finestra sul mondo».  

Riprese da Gaza (dal trailer del film)

Le impressionanti fotografie sono parte integrante di Put Your Soul on Your Hand and Walk e intervengono ritmicamente a ricordare dove si trova la protagonista e quale sia il suo impegno. Senza di queste, il film potrebbe sembrare la documentazione di una serie di chiacchierate fra amiche. E proprio il contrasto fra i dialoghi e le foto è la struttura portante dell’opera. 

La vita a Gaza (dal trailer del film) 

Ciò che sorprende chiunque assista alla proiezione, è il sorriso che accompagna la protagonista nonostante i continui bombardamenti, le macerie circostanti, l’incessante rumore di aerei ed elicotteri che dà il mal di testa, le stragi quotidiane e la fame imposta da Israele. Ronzii e boati costituiscono la principale colonna sonora del film. «Come fate ad essere sempre felici?», chiede la regista. «Perché non abbiamo niente da perdere, non possono sconfiggerci», risponde Fatma, il cui dramma è coperto dal sorriso.  

Il sorriso di Fatma (dal trailer del film) 

Anche la sua determinazione è incredibile: «No, non ce ne andremo, questa è la nostra terra». Del resto, mentre la regista è fuggita dall’Iran e si è rifugiata a Parigi, per la popolazione civile palestinese non esiste nessun altro posto dove andare. La stessa Fatma vorrebbe conoscere il mondo per poi fare ritorno a Gaza, ma non può uscire da quel gigantesco carcere e cimitero a cielo aperto.  
A tratti lo schermo mostra il volto di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, criminali di guerra, che parlano di «guerra al terrorismo», e compare anche Joe Biden, comunque colluso, poi lo schermo del cellulare di Fatma mostra palazzi che crollano, nubi di fumo, città ridotte in macerie, pozze di sangue e pezzi di corpi umani.  

Bombardamenti e crolli (dal trailer del film)

Quando è possibile filmare, quando l’esercito israeliano (Idf) non vieta le uscite, non toglie corrente elettrica e connessione internet, non uccide chi lavora per la stampa internazionale. O quando non ordina evacuazioni di massa per continuare a distruggere indisturbato. Fra le macerie si vedono i bersagli che lo Stato ebraico considera «terroristi»: ospedali, scuole, agenzie umanitarie, uffici stampa, sedi delle Nazioni Unite… Chiamare «terrorista» un bambino o un medico dimostra che il nemico di Israele non sono le armi di un gruppo jihadista ma l’esistenza di un altro popolo. 

Infanzia a Faza

Poco dopo il 7 ottobre 2023, il poeta gazawi Refaat Alareer (1979-2023), temendo il peggio per sé e augurandosi la sopravvivenza dei propri figli e figlie, scrisse un poema intitolato Se dovessi morire (If I must die è la traduzione inglese del titolo originale arabo): 

Se dovessi morire, 
tu devi vivere 
per raccontare la mia storia 
per vendere le mie cose 
per comprare un po’ di carta 
e qualche filo 
(fallo bianco con una lunga coda) 
cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza, 
guardando il cielo negli occhi 
in attesa di suo padre  
che se n’è andato in un lampo 
senza dare l’addio a nessuno 
nemmeno alla sua stessa carne 
nemmeno a sé stesso 
veda l’aquilone  
il mio aquilone  
che tu hai fatto 
volare là sopra 
e pensi per un momento 
che sia un angelo  
a riportare amore. 

Se dovessi morire, 
che la mia morte porti speranza 

che la mia morte diventi un racconto! 
Refaat-Alareer  

Refaat-Alareer

Refaat Alareer, in fuga da una scuola dell’agenzia Onu per persone rifugiate, anch’essa bombardata, trovò riparo in casa della sorella. Qui, contrariamente alle proprie speranze, fu ucciso da un bombardamento israeliano insieme ai figli e alle figlie il 6 dicembre 2023. Dato che il poeta era noto dentro e fuori la Striscia di Gaza, è probabile che l’attacco fosse mirato.  
Il gruppo musicale francese HK et les Saltimbanks ha trasformato questo poema nella bellissima canzone Il vous appartiendra de vivre. Nella canzone viene aggiunto un pezzo al poema originale, una strofa dedicata a Gaza stessa:  

Vorrebbero che tu fossi dimenticata,  
che il tuo nome sia vietato,  
tu figlia della Palestina,  
che si rialza e che si ostina,  
con tutto il cuore, con tutto il tuo essere  
a non scomparire mai  
da questa terra che ti ha visto nascere  
da questo paese dei tuoi avi  
oggi il mio cuore è pesante  
oggi il mondo è sordo  
che lascia commettere atti infami 
bambino viene ucciso o affamato  
[il mondo] che fa finta di non vedere  
che finge di non sapere  
ha perduto la sua umanità  
il suo onore e la sua dignità,  
di sicuro ti rialzerai  
sopravviverai alle tue ferite  
e vedrai alto nel cielo  
alla fine di un lungo spago 
vedrai una tela e un aquilone  
con su scritto a grandi lettere  
le ultime parole del tuo poeta.  

L’ultima conversazione tra Sepideh Farsi e Fatma chiude il film. Siamo alla vigilia del festival di Cannes, momento di massima visibilità per il film e la regista. Fatma è ancora sorridente, ma provata dalla fame, a cui reagisce ancora con la speranza. Sono le loro ultime parole. Poi, il 17 aprile 2025, il telefono suona a vuoto. Come Refaat Alareer, Fatma è stata assassinata con tutta la sua famiglia durante un bombardamento notturno israeliano (e dei suoi complici che forniscono le armi, Europa inclusa).  

In copertina: la fotografa Fatma Hassona. 

***

Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

Lascia un commento