La cultura del consenso va costruita. Se da un lato questo concetto è essenziale per superare la visione tradizionale delle relazioni intime è altrettanto vero che è necessario domandarsi che cosa significhi realmente dare il proprio consenso, affinché tale affermazione non sia solo formale ma sostanziale.
Acconsentire significa esprimere il proprio accordo sulla base dell’autonomia della volontà di individui liberi e uguali, condizione che per secoli è stata preclusa alle donne: esse infatti sono state escluse dall’ambito pubblico, quello del contratto sociale e degli accordi commerciali, riservati agli uomini che, loro sì, si riconoscevano reciprocamente liberi e uguali, e sono state relegate nello spazio privato, ordinato secondo la logica, considerata naturale, della sottomissione della moglie al marito.
Per secoli alle donne è stato impedito di partecipare alla vita politica, di fare testamento, di gestire i propri beni, di avere responsabilità genitoriali; in Italia, dopo il riconoscimento del diritto di voto il 2 giugno del 1946, bisogna attendere gli anni ‘70 perché con la legge 151 del 17 maggio 1975, giusto cinquanta anni fa, sia sancita la parità tra coniugi e, solo nel 1977, venga dato seguito all’articolo 37 della Costituzione con l’approvazione della Legge 903 del 9 dicembre 1977 (parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro). Il riconoscimento di una parità giuridica è dunque recente, se visto in una prospettiva storica, e, sebbene fondamentale, non è ancora riuscito a scalfire il sistema rigido e persistente degli stereotipi. Le statistiche ci informano impietosamente come l’avanzare della sensibilità giuridica non comporti sempre il mutamento coerente della società, ne è esempio la disparità di trattamento economico tutt’ora esistente tra lavoratrici e lavoratori, o il diverso carico nella cura della prole nella gestione della casa che spesso limita le carriere femminili.
Ogni generalizzazione mutila in qualche modo la complessità della realtà e la specificità delle esperienze individuali, ed è certamente vero che ci sono donne che hanno raggiunto i vertici del potere politico ed economico, dimostrando così non solo l’assurdità di certe convinzioni riguardo i limiti delle capacità femminili ma anche l’importanza di una legislazione paritaria che non imponga esclusioni, tuttavia l’esperienza quotidiana ci dice che le donne sono ancora faticosamente in cammino per poter essere pienamente soggetti, persone, cittadine al pari degli uomini.
Sforzarsi di non vedere questo stato di cose non fa che perpetuarle. Il fatto è che l’ordine simbolico ha per secoli considerato le donne come incapaci (imbecillitas e infirmitas femminili venivano continuamente richiamate), le ha ridotte alla funzione riproduttiva, non in grado di autodeterminarsi e dunque le ha considerate naturalmente sottomesse al padre e al marito. Gli studi storici attenti al pensiero delle donne hanno dimostrato che nella realtà la presenza femminile nella società è stata diffusa e spesso significativa, quando gli uomini morivano, erano in guerra, assenti, impossibilitati ad agire; ciò nonostante le donne sono state per molto tempo escluse dal riconoscimento dei diritti politici ed economici garantiti agli uomini. La riflessione filosofica del secondo Novecento ha mostrato il potere che l’ordine sociale ha sugli individui che, alla loro nascita, sono sempre già definiti a partire da un sistema di norme rispetto alle quali devono posizionarsi, norme — è bene ricordarlo — motivate socialmente e non imposte dalla natura, che determinano il ruolo di dominio o di sottomissione a partire dal genere, dalla razza, dal colore della pelle. Nessuno nasce estraneo a questa rete di credenze attraverso le quali interpretiamo il mondo e riconosciamo l’ambito che ci spetta ed è tale la sua forza da non essere messa in dubbio neppure da chi è posto in condizioni di subordinazione: l’ordine sociale non è difeso solo da coloro che dominano ma spesso anche da chi è dominato. Per le donne ciò è stato particolarmente vero poiché essendo a esse precluso lo spazio pubblico, quello che permette la condivisione e la rivolta, essendo relegate in uno spazio privato, che oscura ma protegge, essendo partecipi, sebbene in condizione di minorità, dell’universo dei propri uomini e della famiglia, con grande difficoltà hanno potuto sviluppare la coscienza della propria sottomissione.
Inoltre è spesso difficile osservare queste dislocazioni sociali dal punto di vista di chi è dominato/a, poiché il primo dispositivo messo in atto è quello del silenzio e della cancellazione: alle donne è stato prescritto di rimanere nell’ambito nascosto della casa, delegate a un lavoro di cura non riconosciuto e non pagato, le loro voci sono state sminuite, svalutate, il pensiero di artiste, scrittrici, viaggiatrici è stato cancellato fino quasi ai nostri giorni.
Nella prospettiva maschile lo spazio sociale occupato dalla donna la pone nella dimensione dell’“Altro”, dell’irriducibilmente diverso da sé: è l’universo della femminilità, svalutato, poco interessante, a cui sono stati imposti attributi immutabili che devono essere appresi fin dalla nascita; sono infiniti gli esempi che mostrano come le bambine, ancora oggi, attraverso una regolamentazione che cerca di spegnere anche le fiamme più vive, imparino a sottrarsi, a essere poco assertive, ad avere meno fiducia in se stesse, insomma a non essere contente di essere femmine. A questo “altro” ci si sforza di dimostrare che non può aspirare alla condizione di soggetto libero e autonomo, e se si ostina a farlo, dovrà pagare un prezzo. Poiché questa prospettiva maschile ha ordinato il mondo secondo i propri valori si dà per neutra, oggettiva, vera, immutabile.
La cifra più evidente dell’alterità femminile è il corpo della donna che molto più di quello dell’uomo ha una dimensione sociale poiché viene reso oggetto dallo sguardo maschile: la fisicità delle donne non è mai puramente funzionale, è sempre erotizzata, sempre un oggetto del desiderio, diventa un destino che, fin dalla pubertà, impone accortezze: le donne prima di essere persone sono percepite come corpi che possono essere predati. Non stupisce allora che, mi sembra in modo crescente in questi ultimi anni, le giovani donne, desiderose di trovare una affermazione e di collocarsi in uno spazio nuovo che non sia solo la passività, hanno usato proprio l’oggettivizzazione erotica del proprio corpo come un’arma, uno strumento per acquisire potere sugli uomini, spinte su questa strada anche dal dominio dei media che impongono modelli, definiscono canoni, spesso inarrivabili, suggeriscono una adultizzazione sessualizzata sempre più precoce.
Non mi sembra sia una liberazione ma piuttosto una adesione ulteriore alla richiesta maschile, un piegarsi ancora una volta a essere un oggetto seducente che ha bisogno dello sguardo dell’uomo per esistere. D’altro canto le donne da tempo hanno imparato che sottomettendosi e accettando di essere oggetti e non soggetti, nello spazio sociale a esse attribuito, sottraendosi dunque al faticoso cammino dell’affermazione di sé, potevano acquisire dei benefici e qualcosa che assomiglia all’autonomia: essere la regina della casa, ammaliare con la propria bellezza, incarnare il mito della madre.
Alla luce di tutto ciò mi sembra rimanga aperto l’interrogativo sul valore non puramente formale ma sostanziale del consenso che va costruito attraverso una riflessione sempre più profonda sui dispositivi di orientamento e di controllo messi in atto e che penalizzano soprattutto le donne. È evidente che chi è stata educata ad anteporre il desiderio dell’altro al proprio, a essere gentile, accondiscendente, a non contrapporsi; chi è stata educata a pensarsi meno forte e poco assertiva, in una società che considera tali comportamenti come naturali, dunque inevitabili e giusti, con grande fatica potrà decidere di sottrarsi a quello che ritiene un suo obbligo o di venir meno alle attese nei suoi confronti davanti a un rapporto che non desidera: pensiamo a una donna senza autonomia economica stretta in una relazione che può sfociare nella violenza, a una ragazza molto giovane che teme, rifiutandosi, di apparire inadeguata o di perdere il partner.
L’orizzonte a cui volgersi deve prevedere la possibilità di rendere le donne sempre più libere e consapevoli delle costrizioni che vengono loro imposte, ma deve immaginare un processo di liberazione anche degli uomini che, sebbene dominanti, sono comunque inscritti in un sistema impositivo. Mi rendo conto che in questo momento storico muoversi in questa direzione non sarà facile, tuttavia è certamente necessario. Il lavoro che attende chi ha a cuore la giustizia è costante e minuzioso, non può adagiarsi sulla convinzione di aver raggiunto traguardi: recenti segnali che giungono dal mondo della scuola tolgono ogni illusione.
Una studiosa che si è molto occupata di questi temi, Manon Garcia, ha elaborato un concetto proficuo e stimolante, l’idea del “sesso come conversazione”: al posto di una sessualità viriloide, autocentrica in cui l’uomo si impone su di un oggetto, si può immaginare una modalità di relazione in cui ci si riconosca uguali nella diversità, dunque basata sul rispetto e sul sentire insieme. La parola “conversare” ha il significato originario di “trovarsi insieme”, riconoscersi come persone specchiandosi l’uno nell’altra, un tipo di rapporto che permetterebbe a uomini e donne una nuova libertà. Non è difficile immaginare quale diversa pienezza e quale portata di rinnovamento in tutte le relazioni avrebbe un incontro che non partisse dall’imposizione di un potere ma dall’idea di una condivisione della propria unica alterità: si tratterebbe per uomini e donne di mettersi in gioco senza il sostegno di un dispositivo culturale che vuole gli uni dominanti a priori, senza paure, senza fragilità, e le altre sottomesse per definizione, senza il diritto e il dovere della scelta e della responsabilità.
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Articolo di Tiziana Concina

Ho insegnato per molti anni italiano e storia negli istituti tecnici e italiano e latino nei licei, mi interesso di letteratura femminile italiana e straniera, in particolare mi sono occupata di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Attualmente rivesto la carica di vicesindaca e di assessora alla cultura in un comune in provincia di Rieti.
