La Divina di Francia. Un flusso di vita 

Nello stesso anno in cui in Italia ha avuto risonanza un film come Duse, l’ultima fatica di Pietro Marcello, in Francia viene prodotto e distribuito un biopic su Sarah Bernhardt.
Guillaume Nicloux dirige La Divina di Francia, una pellicola che si discosta completamente dai biopic tradizionali, costruendo un omaggio all’attrice che si sviluppa attraverso l’articolazione in tre tempi narrativi. 

Copertina

Il racconto si apre nel 1915, anno in cui Sarah è costretta a subire un’operazione invasiva: l’amputazione di una gamba. Dopo un rene e un polmone, l’attrice deve ora liberarsi dell’arto in cancrena. Fin da subito emerge il suo carattere combattivo. Non è malleabile, non è accondiscendente, è una ribelle. Decide di non utilizzare una gamba di legno e ordina una portantina dipinta di bianco, in stile Luigi XV. Lei sa di essere La Divina e non fa nulla per nasconderlo.

Per chi si approccia a questo lungometraggio senza conoscere la donna protagonista, basti sapere che Sarah Bernhardt è stata “La Rivoluzione” del teatro: rivale di Eleonora Duse, recitava con realismo, come nessuno aveva mai fatto prima. Tutto di lei era veritiero anche nella finzione, nulla suggeriva artificiosità. «Deve sanguinarti il cuore se vuoi che il pubblico ti creda» (citazione dal film La Divina di Francia), afferma Sarah durante le prove di una pièce. In effetti, era proprio quello che faceva. Non è mai stata una interprete sterile: ogni testo prendeva vita attraverso di lei. Assistere a una sua rappresentazione significava partecipare pienamente all’esperienza teatrale, vivendo con Sarah ogni emozione della performance. 
Dopo l’operazione, molti ammiratori, conoscenti e amici si ritrovano al suo capezzale, tra cui Sasha Guitry, figlio dell’unico amore dell’attrice, Lucien Guitry. Un litigio ha infranto il rapporto padre-figlio e Sarah finalmente vuole rivelare la verità. Desidera che Sacha conosca il motivo per cui lei ebbe un ruolo decisivo in quel legame spezzato, o meglio, nella vita di Lucien. Questo momento rappresenta il nucleo centrale della vicenda, la linea narrativa principale da cui si dipanano tutti gli altri eventi e ricordi.

Sullo schermo, la verità si materializza attraverso un flashback al 1886, mostrando l’amore bruciante tra Sarah e Lucien, intenso e totalizzante. Attorno a questo episodio si sviluppano frammenti di memoria e salti temporali che non seguono un ordine cronologico lineare, ma intrecciano passato e presente secondo il flusso emotivo della protagonista. 
Un rapporto stretto e tormentato, simile a quello che la rivale Duse intrattiene con il poeta D’Annunzio. Ribaltando le regole sociali, Sarah bandisce il corsetto, definendolo «un mezzo per rendere le donne più obbedienti ma dal quale esse si ribellano non appena possono». Si fa apostola della vera missione femminile: «Quella di essere libere!».

Il ritratto filmico 
La regia di Nicloux evita l’impianto classico del biopic per restituire una percezione sensoriale della vita della protagonista. La macchina da presa resta spesso vicina al volto di Sarah, ne segue i respiri, i silenzi e gli sguardi persi, costruendo un dialogo diretto tra attrice e spettatore. Il film alterna primi piani quasi pittorici a inquadrature ampie e frontali, dal taglio teatrale, dove la scena e la vita si fondono continuamente.
La fotografia, firmata da Christophe Offenstein, utilizza toni dorati che evocano i ritratti d’epoca e restituiscono un’atmosfera sospesa tra realtà e mito. Le luci, spesso accecanti e molto sature, contribuiscono a creare una luminosità artificiale, quasi eccessiva, che sembra imprigionare i personaggi. Anche la scenografia è segnata da una ricchezza ostentata, fatta di decorazioni e superfici brillanti: un artificio visivo nel quale perfino la protagonista finisce per rispecchiarsi, come se la magnificenza esterna fosse lo specchio di un’ostentazione che tenta di celare la solitudine. 
Il montaggio è costruito in modo ellittico: i tre tempi narrativi non si susseguono linearmente. Questa struttura circolare suggerisce che il film non vuole ricostruire una biografia, bensì un’identità. Tuttavia, i frequenti salti temporali risultano disorientanti e rendono difficile seguire la cronologia degli eventi. Perciò il rischio è di perdere alcuni riferimenti fondamentali alla storia. Anche la colonna sonora è minimale: le musiche non commentano le scene, lasciando che l’azione e le parole dell’attrice parlino da sole. 

L’amore per la ribellione 
Una donna filmica totalizzante, una figura imprescindibile per la storia femminile che, con questo lungometraggio, riprende vita lasciando come impronta una ribellione nevrotica. Con Miss Marx (2020) si era tentato di dare uno spiraglio di emancipazione attraverso la danza esausta della protagonista alla fine del film, suggerendo una speranza. Guillaume Nicloux, invece, ci ricorda da dove tutto è iniziato. Cinque anni dopo la morte della Divina, Virginia Woolf avrebbe parlato con tono ironico della società del tempo che imprigionava la creatività e l’estro delle donne, costringendole a ruoli convenzionali. Cinquant’anni più tardi, il gruppo femminista Rivolta Femminile e il manifesto di Carla Lonzi avrebbero segnato un punto di non ritorno. La donna rivendica il suo posto nel mondo, grazie alla “nevrosi” di queste tre figure simboliche — Sarah Bernhardt, Virginia Woolf e Carla Lonzi — di cui la Divina è la genitrice ideale. 
Sarah fu attiva anche sul fronte politico. L’ultimo arco narrativo è infatti dedicato al 1896, anno cruciale. Il caso Dreyfuss sconvolge l’ambiente francese e l’attrice non ha dubbi: un uomo è stato ingiustamente condannato. Sostiene l’amico Victor Hugo, che aveva osannato per il suo editoriale J’accuse, e si schiera con fermezza contro chiunque la pensi diversamente. Ma il 1896 è anche l’anno del vero snodo narrativo del film: il giorno di Sarah Bernhardt. Si tratta di un riconoscimento prestigioso da parte di amici e ammiratori, che lei immagina come la consacrazione definitiva di sé come attrice, donna ed essere etereo. In realtà, sarà la giornata della perdita: l’amore di Lucien la abbandona e con esso crolla la sua illusione di onnipotenza. 
È forse questo il punto più controverso del film: ridurre la crisi di Sarah alla perdita amorosa appare come una scelta limitante, che indebolisce la forza emancipatrice del personaggio. L’amore per un uomo fu sicuramente importante e centrale nella sua vita, ma non quanto la carriera e la libertà. Quest’ultima è l’essenza stessa di Sarah Bernhardt. Inoltre, la scena è raccontata in modo sbrigativo, quando avrebbe meritato maggiore attenzione formale, essendo il nucleo emotivo del film. 

L’arte e la realtà 
Nell’epilogo, Nicloux mostra i mesi di convalescenza dopo l’intervento. «Sarah Bernhardt dalla Divina è passata alla costretta alla sedia» commenta lei con ironia, ma è un pensiero fugace, poiché non sarà mai vista in questo modo. Ancora una volta tornerà a recitare, sul palcoscenico e per i soldati al fronte. Affronterà persino una tournée negli Stati Uniti.
Un parallelismo con La donna del mare di Ibsen, rappresentazione avvenuta nel 1920 e interpretata da Eleonora Duse, è immediato. Eleonora ha sessantatré anni e non intende mascherare la differenza d’età. Allo stesso modo Sarah Bernhardt continuerà a recitare senza una protesi, privilegiando la realtà alla finzione. Duse e La Divina di Francia si tengono strette in un nodo. 
Sylvia Plath scriveva nei suoi Diari: «Io voglio essere un flusso di vita, non una folata di favole» (Adelphi, Milano, 2004). La Divina di Francia risveglia Sarah Bernhardt — interpretata da una perfetta Sandrine Kiberlain — ricordandoci che possiamo essere tutto. Ogni donna e ogni uomo, purché siamo vita. Sarah Bernhardt non l’ha fatto solo en travesti, di cui è stata la principale esponente, ma l’ha fatto diversificandosi e vivendosi. Il mondo appartiene a chi pretende da sé stesso la libertà di essere chiunque, proprio come La Divina ci insegna. 

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Articolo di Alessandra Luzzi

Laureata in Lettere Moderne, attualmente frequenta il corso magistrale di Editoria e scrittura presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza. La scrittura, la lettura e il cinema l’hanno costruita fin da piccola e continuano a farlo.

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