Beatrice Cenci 

Nel pomeriggio di sabato 25 ottobre, nell’ambito della terza mobilità di Tutta mia la città — il progetto di Toponomastica femminile inserito nel programma europeo Erasmus+Azione KA154-YOU — ha avuto luogo l’itinerario di genere nella città di Roma. Una tappa del percorso è stata dedicata a Beatrice Cenci, la “vergine romana” accusata di parricidio.
La storia di Beatrice Cenci ha inizio nel rione Regola, all’incrocio tra piazza delle Cinque Scole e via Catalana, lì dove si erge Palazzo Cenci, la dimora dove nacque il 6 febbraio del 1577, e dove visse i primi sette anni della sua vita. 
La sua è una vicenda alla ricerca spasmodica di libertà, una libertà che, tuttavia, le sarà sempre negata: prima rinchiusa dal padre, poi costretta sotto la stretta vigilanza della Polizia di Stato… e così fino al tragico epilogo. 

Palazzo Cenci

Dopo la morte della madre, Ersilia Santacroce, suo padre, il conte Francesco Cenci — figlio illegittimo del tesoriere della Camera Apostolica riconosciuto solo successivamente perché unico erede maschio del monsignore Cristoforo Cenci — affidò Beatrice e Antonia, sua sorella maggiore, alle suore francescane del Monastero di Santa Croce in Montecitorio. Gli anni trascorsi nel monastero saranno gli unici felici e sereni della sua vita: sotto la guida delle monache, Beatrice e sua sorella si dedicano al ricamo, alla raccolta delle erbe officinali e si dilettano in lunghe passeggiate sul Gianicolo e nelle prove dei canti per la messa del vicino San Pietro in Montorio. 

Chiesa di San Pietro in Montorio

La lettera con cui il padre richiama lei e la sorella al palazzo giunge dopo otto anni, quando Beatrice è ormai un’adolescente.
Tornata nel luogo della sua infanzia, troverà ad accoglierla la ex balia Paolina, ora fantesca della dimora. Non appena la ragazza avrà varcato la soglia del palazzo, sarà la stessa Paolina a metterla in guardia da suo padre, dalla sua brutalità e vessazioni, e a metterla a conoscenza dello stato di prostrazione economica in cui vivevano da tempo: il conte, più volte imprigionato con l’accusa di violenza e per il suo coinvolgimento in numerose risse, aveva prosciugato il patrimonio di famiglia per pagare, ogni volta, le proprie scarcerazioni. La situazione era grave a tal punto che i suoi fratelli maggiori, Giacomo, Cristoforo e Rocco, avevano inviato una supplica al Papa perché intervenisse e costringesse il conte a versagli una rendita.
Non passarono molti giorni dal suo arrivo, quando Beatrice subì la prima violenza del padre. Per essersi opposta alle sue avance, la giovane donna verrà rinchiusa nella sua stanza fin quando non sarà chiamata in sala da pranzo per sentire la lauta novella: il conte ha deciso di risposarsi e la malcapitata è Lucrezia Petroni, vedova Velli. A dispetto delle canoniche narrazioni, tra Beatrice e la sua matrigna si instaura subito una certa complicità: a unirle vi è lo stesso presente di violenza e sopraffazione a cui il conte le costringe.
Rimaste sole dopo la condanna per sodomia e la conseguente incarcerazione del padre, Beatrice e Lucrezia invieranno una missiva al Papa per chiedere il suo aiuto, senza tuttavia ricevere riposta. Tre mesi più tardi, dietro il pagamento di mille scudi, il conte verrà scarcerato e farà ritorno a palazzo. 
Durante la sua assenza, grazie all’intercessione dell’abate Mario Guerra, la lettera in cui Antonia supplicava il pontefice di trovarle un marito o di permettere che si facesse suora giunse all’attenzione del Papa, il quale costrinse il conte a crearle la dote. Così fu: il matrimonio di Antonina venne celebrato e la ragazza si trasferì a Gubbio. 

Presunto ritratto di Beatrice attribuito a Ginevra Cantofoli, 1599

Beatrice desiderava per sé lo stesso destino. La speranza di un futuro senza violenza, vissuto in libertà e in compagnia di un uomo che l’amasse, aveva accesso un barlume nel buio del pozzo in cui le sembrava di vivere. Ma fu soltanto una lieve scintilla: quando, infatti, l’abate Guerra chiese la sua mano, il conte non acconsentì alla loro unione e, per giunta, calunniò la propria figlia dicendo che era la sua amante. Sdegnato dalla richiesta dell’abate, il Cenci segregò la ragazza al secondo piano del palazzo, in un appartamento di cui lui solo aveva la chiave. Ma la reclusione di Beatrice era destinata a farsi sempre più stringente. 
Nell’aprile del 1595, sotto la falsa promessa di passare qualche giorno nella tenuta famigliare di Frascati, la giovane donna, insieme alla sua matrigna e ai fratelli minori, Bernando e Paolo, venne condotta alla rocca di Petrella sul Salto (vicino Rieti) nel Regno di Napoli, al di fuori dei domini pontifici. In questo modo, il padre si assicurò la non interferenza del Papa e riuscì a celare al mondo, e a qualsiasi possibile pretendente, la bellezza disarmante della secondogenita.
Nel feudo dei Colonna, Beatrice incontra il castellano Olimpio, con il quale intrattiene una relazione amorosa e sessuale, e il tuttofare, maniscalco e calderaio, Marzio Floriani, detto “il Catalano” per la chitarra spagnola che portava sempre con sé. Queste due figure maschili si riveleranno fondamentali per portare a compimento il suo piano.
È la sera di Natale del 1597, quando il conte dopo aver cacciato Lucrezia dal letto coniugale, stupra sua figlia. Da quel giorno, sarà il desiderio ardito di uccidere il suo carnefice ad animare lo spirito ormai spento di Beatrice. Così, dopo un primo tentativo fallimentare, la giovane donna mette a punto un nuovo piano: dopo averlo avvelenato, avrebbe rotto il capo del conte e con la complicità di Olimpio, del Catalano e della sua matrigna, gettato il corpo da una finestra del palazzo per simulare un suicidio. La data prescelta per l’omicidio fu il sette settembre. Quella sera, a cena, Beatrice versò dell’oppio nel bicchiere di suo padre ma, come ogni erba cattiva che fatica a morire, il conte non si addormentò. Bisognava posticipare il piano al giorno seguente e poi, su richiesta, a quello dopo ancora: l’otto settembre, la devota Lucrezia l’aveva infatti scongiurata di desistere per rispetto della Vergine Santissima.
Giunse il 9 settembre 1598. Questa volta, l’oppio fece il suo effetto. Allo scoccare della mezzanotte Beatrice dette il segnale; Olimpio e Marzio accorsero al capezzale del conte; mentre il tuttofare era intento a spezzargli le caviglie con un mattarello, il castellano gli colpiva la testa con un martello appuntito. Il corpo del conte, avvolto nel lenzuolo intriso di sangue, venne gettato nello squarcio ricavato da Olimpio nelle assi marcite del ballatoio e precipitò, finendo conficcato in un ramo di sambuco. 
L’indomani, appena la campana di Santa Maria suonò le otto, i commedianti, di fronte ai quanti accorsi, misero in scena la loro farsa di dolore e sgomento per la morte dell’“amato” genitore e marito.
Il 12 dello stesso mese, in compagnia di Giacomo, Bernardo e Lucrezia, Beatrice fece il suo ritorno a Roma.
Causa la nota malvagità del conte Cenci, i sospetti di un’esecuzione cominciarono a insinuarsi tra la gente di Petrella, montando a tal punto che il Colonna dovette avviare delle indagini, al termine delle quali scrisse una relazione in cui riversò tutti i suoi dubbi e perplessità. Il viceré del Regno di Napoli la ricevette due giorni dopo, col favor e l’appoggio del Papa, diede avvio all’inchiesta. La pretesa innocenza dei colpevoli cominciò a vacillare: la riesumazione del corpo del defunto e il successivo esame mostrarono i segni di una morte violenta; il loro alibi venne compromesso dalle testimonianze delle/degli interrogati. Lo stato di inquietudine in cui versava Beatrice si acuì ulteriormente quando venne a sapere dell’arresto di Marzio: sottoposto a torture, il Catalano aveva rivelato i dettagli dell’assassinio. La paura veniva placata solo dalla consapevolezza di essere esentata dalle torture grazie allo stato nobiliare.
La notizia dell’apertura del procedimento le venne comunicata la sera di Natale di quello stesso anno; a gennaio venne emesso un procedimento contro di lei e i suoi complici, incluso il piccolo Bernardo. Da quel giorno, Lucrezia e Beatrice vivranno sotto lo sguardo attento della Polizia di Stato, fino al trasferimento nel carcere di Castel Sant’Angelo. I giorni sempre uguali vissuti nel chiuso della cella venivano inframezzati dalle visite dell’abate Guerra; ma poi, senza una spiegazione, lui non tornò più: uno dei sicari di Olimpio era stato arrestato e aveva confessato che il mandante del delitto era il Monsignore.

Cavalier d’Arpino, Ritratto di papa Clemente VIII
(1598 circa, Museo diocesano di Senigallia)

Il 18 giugno del 1599, Beatrice e Lucrezia vengono trasferite nella prigione di Corte Savella; qui, emesso il Quaemadmodum paterna clementia, ovvero l’autorizzazione di Papa Clemente VIII a procedere a “rigorosi esami”, iniziano le torture anche per i Cenci. Riuscita a resistere di fronte al martirio dei fratelli Giacomo e Bernardo, quando venne il suo turno Beatrice capitolò, ma non senza ingegno: la colpa del misfatto fu imputata a Olimpio, l’unico che non avrebbe patito nessuna conseguenza.
Rei Confessi, i due fratelli e la sorella furono riuniti insieme nella stessa cella, prima che i maschi venissero ricondotti nella prigione di Tor di Nona. Il giorno seguente, il noto avvocato romano Prospero Farinacci, il legale della famiglia, giunse a comunicarle la decisione del Papa: i colpevoli dovevano essere trascinati per le strade di Roma attaccati alla coda di cavalli selvaggi. Forte dell’appoggio dell’opinione pubblica, Farinacci scriverà un’arringa difensiva ponendo enfasi sulla fragilità intellettuale di Bernardo, sulle violenze subite da Beatrice e sul disaccordo a procedere di Lucrezia. Quanto a Giacomo, avendo agito esclusivamente come cooperante, l’avvocato era convinto sarebbe stato punito con minore gravità. Il 2 settembre del 1599, il legale e i suoi colleghi furono accolti in udienza da Sua Santità. Non ci fu niente da fare: otto giorni dopo fu emessa la sentenza. Giacomo, Bernardo, Beatrice Cenci e Lucrezia Petroni Velli, ritenuti colpevoli, sarebbero stati puniti secondo la legge affinché la loro pena fosse di esempio per gli altri. Il più grande fu condannato al supplizio della morte naturale: condotto sopra un carro per la città e intanto scarnificato con tenaglie roventi, al luogo della giustizia verrà percosso sul capo in maniera che muoia e il suo corpo ridotto a brandelli da appendere agli uncini del palco; Beatrice e Lucrezia destinate alla decapitazione e Bernardo ad assistere all’esecuzione dei parenti e alla galera per la vita.

Paul De La Roche, La morte di Beatrice Cenci per decapitazione, 1860 ca

L’11 settembre del 1599, Beatrice viene condotta al patibolo; il popolo la segue in processione, unendosi in tumulto contro la sua condanna a morte.
Giunge il momento… ricevuta la benedizione, l’esecutata sale sul palco, si toglie il velo e poggia il capo sul ceppo. Un grido universale e poi il taglio netto: la testa di Beatrice rotolata a terra tra la folla. Il suo cadavere viene lasciato in pubblica vista, adorato dalla gente che inneggia a lei come a una santa. Come da testamento, la giustiziata verrà sepolta in una tomba senza nome a San Pietro in Montorio, sotto la Trasfigurazione di Raffaello.

La trasfigurazione, Raffaello, 1518-1520

Nell’anno del Giubileo i beni della famiglia Cenci furono confiscati dalla Camera Apostolica e venduti all’asta a una cifra irrisoria. Il possedimento più grande venne acquistato da Giovanni Francesco Aldobrandini, un nipote del Papa; allora, furono note le cause economiche del procedimento pontificio.
Quasi due secoli più tardi, durante la Prima Repubblica Romana, i soldati francesi, durante uno delle loro razzie e requisizioni, profanarono la tomba di Beatrice: il vassoio d’argento su cui giaceva la sua testa venne rubato e il suo capo lanciato in aria come una palla. 
Da quel fatidico giorno del 1599, lo spirito di Beatrice torna nel luogo del martirio ogni 11 settembre, percorrendo lo stesso tragitto di quel sabato di 426 anni fa. 
Numerose opere d’arte, cinematografiche e letterarie ne ricordano la tragica storia e dal 1919 la strada che porta il suo nome ne rammenta la memoria, lì tra i palazzi e le strade dove ebbe inizio il suo calvario. 

Targa

In copertina: Achille Leonardi, Ritratto di Beatrice Cenci in carcere, 1852. 

***

Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

Lascia un commento