Ponza, primavera 1937. Sandro Pertini, socialista antifascista, già da qualche anno sconta sull’isola la pena del confino, in mezzo a tanti altri oppositori del regime, per lo più comunisti. Spende parte del suo tempo nella cura di piante floreali, coltivate in vasi di coccio che hanno trasformato la terrazza del suo alloggio in uno splendido giardino. Ha fatto omaggio di alcuni dei suoi fiori a un altro confinato che dimora poco più oltre e che ha ingaggiato col suo donatore una vera e propria gara di giardinaggio. È il comunista Umberto Terracini, giunto da poco dal carcere di Civitavecchia, il quale, assieme ad altri comunisti, sul finire della primavera di quell’anno, si prepara ad accogliere una compagna dal corpo gracile e minuto, reduce, dapprima, di un’odissea carceraria che l’ha portata nelle case circondariali di Varese, delle Mantellate di Roma, di Trani e di Perugia e, in seguito a un periodo vissuto a casa per problemi di salute, di mesi di confino, trascorsi ora a Montalbano Jonico, ora a San Giorgio Lucano.
Il 10 luglio 1930, questa donna è stata arrestata ad Arona, in provincia di Novara, sulle sponde del lago Maggiore, assieme ai compagni Ergenite Gili e Bruno Tosin, con i quali si è data appuntamento per discutere, tra le altre cose, della giornata internazionale della pace fissata per il 1° agosto. Caduta nel tranello del compagno Vecchi che, intanto, si è venduto alla polizia fascista diventandone informatore, il 10 ottobre seguente è stata condannata dal Tribunale speciale fascista a quindici anni e sei mesi di reclusione per il reato di ricostruzione del Partito comunista in Italia, dopo che, di fatto, esso è diventato illegale con la promulgazione delle leggi fascistissime del 1926.
Quel giorno a Ponza, tuttavia, ad attendere «affettuosamente» la «pericolosa sovversiva, capace di compiere qualsiasi azione», secondo le parole del Ministero dell’Interno di allora, vi è pure, oltre a un gruppo di giellisti e all’anarchico Paolo Schicchi, Sandro Pertini. Di lei, gli ha parlato, nel corso di quelle «conversazioni indimenticabili», nella casa penale di Turi, Antonio Gramsci, il «carcerato […] sapiente e da tutti onorato» che ha chiesto notizie della sua compagna di partito e le ha inviato i saluti già nei primi anni Trenta, tramite una guardiana laica del carcere, mentre questa «detenuta politica» si trova nel penitenziario di Trani. Anche a lei, che a Ponza va ad abitare accanto a Terracini, Sandro Pertini regala delle piante con le quali la confinata inizia ad allestire il suo giardino.
Lei si chiama Camilla Ravera. Per molto tempo, ha usato “Silvia” come nome in codice; poi, ha cominciato a firmare le sue lettere al compagno “Ercoli” (Palmiro Togliatti) col nome di “Micheli”.

Roma, 9 gennaio 1982. Camilla Ravera ha 92 anni e sei mesi. Sta chiacchierando con un giornalista di Repubblica al quale chiede di leggerle — non ha gli occhiali a portata di mano — una comunicazione ufficiale inviatale dal Presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini, che nel discorso di insediamento alla massima carica dello Stato, il 9 luglio 1978, ha ricordato, tra gli altri, «Antonio Gramsci [suo] indimenticabile compagno di carcere». Pertini, il giorno precedente, le ha conferito la carica di senatrice a vita.
L’8 gennaio 1982, Camilla Ravera diventa prima senatrice a vita dell’Italia repubblicana e prima comunista a ricevere un’onorificenza di così alto prestigio.
«Chi più di lei ha contribuito alla nascita della Repubblica?» risponde Pertini, inamovibile nella sua decisione, a coloro i quali si mostrano perplessi di questa scelta. Camilla «non ha mai rinnegato le sue idee ed ha pagato con anni di carcere e di confino l’aver combattuto per la libertà di questa nostra Italia», persevera Pertini che non l’ha consultata prima di annunciare pubblicamente la sua nomina, immaginando di non incontrarne il favore. Mentre il giornalista legge le parole della comunicazione del Presidente della Repubblica: «… senatore a vita per altissimi meriti in campo sociale…», Camilla si commuove e ripensa alla sua amicizia nata con Pertini a Ponza e, poi, diventata più profonda a Ventotene.
Sì, a Ventotene, perché dopo Ponza, c’è stato Ventotene e lì Camilla Ravera e Umberto Terracini sono stati espulsi dal Partito comunista per aver espresso il loro dissenso al patto di non aggressione russo-tedesco del 23 agosto 1939. «Pensavamo di esprimere un’opinione […]. Ma avvertimmo subito di essere considerati dal alcuni membri del direttivo come “oppositori” dell’Internazionale e del Partito» dirà in merito Ravera.
Camilla Ravera, una comunista malgrado il Partito comunista italiano e l’Internazionale comunista.
Il sodalizio umano che si stabilisce tra Pertini e Ravera, oltre a testimoniare quella profonda esigenza di unire tutte le forze antifasciste in Italia, restituisce la possibilità di una conquista di rispetto e parità da parte della donna semplicemente per i suoi meriti. Indiscutibili. Lo ha capito non solo Sandro Pertini, ma prima di lui, Antonio Gramsci e Umberto Terracini per il quale lei rimarrà, per tutta la vita, “Silvia”.

In un tempo, infatti, in cui si avvertono, fin troppo manifesti, gli esiti di un certo femminismo legato più al movimento che alla cultura, più all’uguaglianza che alla parità, l’8 gennaio, quale giorno di nomina di Camilla Ravera a prima senatrice a vita dello Stato italiano, dovrebbe essere considerato una data di riferimento per tutte quelle donne che anelano alla parità senza far leva sulla loro femminilità pur serbandone quei tratti peculiari e irrinunciabili che le collocano nell’altra «metà del cielo». Nel bellissimo ritratto che ne fa di lei Rossana Rossanda, dal titolo La riservatezza come stile, la fondatrice del Manifesto invita tutte le donne di oggi in cerca di una «genealogia femminile» ad andarselo a vedere il profilo di questa comunista sulla quale, come molti altri della sua generazione, «passarono tutte le speranze e l’annientamento di tutte le speranze», di un’esistenza in cui «la milizia» si trasformò negli anni in «uno stile riservato e sapiente». Perché Camilla Ravera, parafrasando ancora Rossanda, «salvo decidere che non era una donna, ma non essendo neanche un uomo non fu né sostanza né accidente», incarna al meglio un’esistenza in cui la vita si uniforma a un’idea. Senza mortificare mai la sua femminilità — «Ho ricevuto anche io lettere d’amore, ma non ho mai risposto» — ha scelto di dedicare tutta la sua vita al Partito, «senza condizioni» e ha sostenuto il peso della sua scelta senza avanzare recriminazioni neppure in vecchiaia. «Non ho mai avuto un momento di dubbio, nemmeno ora che dovrei tirare le somme della mia esistenza. Non ho mai attraversato, quindi, momenti di crisi, né ho mai avuto l’esigenza di pensare a me come persona o come moglie-madre […]. Sono stata presa dalla politica da non avere né tempo né disponibilità per accettare l’idea di un compagno o un figlio» dichiara in tarda età e continua: «E la vita non mi ha concesso di scegliere fra la famiglia e l’attività politica. La Storia ha deciso per molti della mia generazione». Sebbene per molte donne «la scelta comunista si trasformò in un atto irreversibile» e l’unico grande amore di Ravera sia stato il Partito, la milizia politica non la inaridisce e lei non perde quella sensibilità e quella profondità di amare che è solo femminile ma uniforma il suo essere alla sua scelta e vive l’amore, «per [lei] valore importantissimo, come capacità di rispettare gli altri, di voler loro bene». Senza confondere l’amicizia e l’affetto con l’amore, Camilla dichiara di voler bene a Umberto Terracini e dice che l’amicizia che l’ha legata ad Antonio Gramsci, «quel sentimento limpido e pulito», le ha riempito la sua vita sentimentale.
Efficaci a riassumere questa capacità di tenere insieme militanza e femminilità, le parole di Gian Carlo Pajetta che, nella prefazione al romanzo di Ravera, Una donna sola, nel 1988, scrive di lei: «Una militante dura, capace di affrontare la lotta politica, di subirne anche il tormento e al tempo stesso una donna delicata, sensibile, una intelligenza che non rifiutò mai di accompagnarsi a un grande cuore»; Camilla, persevera nel ritratto che ne fa di lei quel dirigente dei comunisti che, non perché comunisti, «sono mai stati uomini diversi», «ha creduto, combattuto, sofferto anche per le sofferenze non sue con il cuore che la lotta e il sacrificio non hanno inaridito». È stata, insomma, «una donna politica nel senso pieno del termine».

Queste sue doti le hanno assicurato di essere stata una donna “tante volte prima”. Camilla Ravera, infatti, non è stata soltanto la prima senatrice a vita della nostra Repubblica e la prima comunista a ricevere una tale onorificenza. È stata la prima donna a iscriversi al circolo “Andrea Costa” del Partito socialista di Torino nel 1918; dopo l’arresto di Antonio Gramsci nel novembre del 1926, essendo quasi tutti i dirigenti comunisti fuoriusciti, Ravera è stata «il primo caso di una donna segretaria di partito nella storia dei movimenti politici». E non è soltanto la prima donna a reggere la segreteria di un partito, quanto a riorganizzare e, poi, tenere in piedi quel partito in clandestinità, negli anni in cui tutti i gruppi politici, a eccezione di quello fascista, sono dichiarati illegali. Camilla registra anche il primato della quarantena nelle carceri fasciste, avendo scontato 4795 giorni di prigione, sebbene non abbia subito torture. È l’unica donna italiana ad aver incontrato e parlato con Lenin, in un colloquio privato condiviso con Amadeo Bordiga, essendo tra i membri della delegazione italiana del IV Congresso dell’Internazionale Comunista. Conosce Clara Zetkin e con lei viaggia alla volta di Mosca: con lei saluta «il paese dei soviet» e vede «le prime guardie rosse». È tra le deputate della legislatura dell’Italia repubblicana del 1948 e riconferma la carica anche per la legislatura successiva; nel novembre del ’48, conduce a Parigi, alla II sessione dell’Onu, la delegazione del comitato Amiche della Pace, nato in seguito all’organizzazione da parte dell’Unione Donne Italiane della Settimana della Pace, del novembre 1948: i tre milioni di firme di donne che reca nella capitale francese le assicurano il riconoscimento, assieme alle altre della delegazione, del vice segretario generale delle Nazioni Unite, Benjamin Cohen, e di Andrej Vyšinskij, di lì a qualche giorno, Ministro degli Affari esteri dell’Urss.
La sua riservatezza unita a una grande preparazione e capacità di osservazione e analisi, quella sua lucidità e misura, le hanno accordato di essere in “prima linea” senza che lei si proponesse: nei primi mesi del 1919, la sezione torinese del Partito organizza, nel Salone della Camera del lavoro, un’assemblea di donne e il compagno che presiede l’assise, pur essendosi visto rifiutare da Camilla l’invito ad aprire la discussione, segnando l’esordio ufficiale di Ravera in politica, esclama: «Ha la parola la compagna Ravera»; nel 1921, Antonio Gramsci, che l’ha vista alle riunioni e legge i suoi articoli sulla Tribuna delle donne, chiede di parlarle e la invita a entrare a far parte formalmente della redazione dell’Ordine Nuovo, col compito di occuparsi, oltre che di tematiche relative alle donne, di notizie di carattere internazionale sulla base dei comunicati delle agenzie di stampa; è Togliatti, d’accordo con gli altri dirigenti di partito, a chiederle di riorganizzare in Italia il Partito comunista in clandestinità, compito che lei conduce reagendo «a ogni manifestazione settaria, per continuare a vivere e a operare nel mondo della gente e dell’opinione pubblica»; nel 1945, ancora Palmiro Togliatti, «come se nulla fosse» dopo l’espulsione a Ventotene, la riammette nel Partito e la invita a prendere il suo posto nella sezione della sua città «dove la situazione era ancor più difficile»; è Sandro Pertini che la vuole senatrice a vita, firmando col nome di questa donna, che ha «vissuto intensamente» e che non ha mai messo la sua persona al primo posto, una pagina importante della storia dei diritti delle donne in Italia.

Palazzo Madama, Roma, 27 gennaio 1982. «A nome di tutta l’Assemblea ho il piacere di rivolgere alla senatrice Camilla Ravera un saluto cordiale. La ringrazio di essere venuta» dice il presidente del Senato della Repubblica italiana di allora, Amintore Fanfani. Camilla Ravera fa il suo primo ingresso al Parlamento da senatrice. Ad attenderla, l’“irriducibile”, l’ultimo del gruppo di Gramsci sopravvissuto con lei, Umberto Terracini. Enrico Berlinguer, che è stata lei, anni prima, a segnalare a Togliatti come «ragazzo attento che guarda in fondo alle cose», le ha inviato un telegramma per congratularsi… «la tua luminosa vita di combattente comunista per la causa della democrazia e del socialismo [… ha] fatto di te una figura esemplare per le giovani generazioni»; prima, però, le ha telefonato e, invitandola ad andare in Senato, l’ha pregata di non affaticarsi.
Qualche anno prima di spegnersi, Camilla ha dichiarato: «… sono sempre stata disposta a mettermi da parte […]. Cosa ne ho ottenuto? Tanta serenità. Serenità che mi permette di non avere angosce notturne e di vivere quel che mi rimane da vivere con un pizzico di buonumore».

Camilla Ravera era una maestra, nata ad Acqui Terme, il 18 giugno 1889. Era la seconda di sette figli di Domenico, un funzionario del Ministero delle Finanze, il quale le aveva suggerito di leggere «adagio, capitolo dopo capitolo», e magari di leggerlo una seconda volta, il Capitale di Karl Marx affinché molte cose che lei osservava e di cui gli chiedeva spiegazione, le fossero apparse chiare da sole. La madre Emilia Ferrero, invece, le aveva impartito, tra gli altri insegnamenti, uno che le avrebbe garantito serenità fino alla morte: «Va’ per la tua strada e rispetta sempre le tue idee. Ma non dimenticare che purtroppo non si ottiene mai interamente quel che si è sperato durante le lotte».
A mia madre, una donna politica
Tutte le citazioni sono tratte da:
- Patrizia Gabrielli, Fenicotteri in volo. Donne comuniste nel ventennio fascista, affinità elettive, Ancona 2024.
- Noemi Ghetti, Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee, Donzelli, Roma 2020.
- Ada Gobetti, Camilla Ravera, Vita in carcere e al confino, Guanda, Parma 1969.
- Giancarlo Pajetta, prefazione in Camilla Ravera,Una donna sola, Lucarini, Roma 1988.
- Rita Palumbo, Camilla Ravera racconta la sua vita, Rusconi, Milano 1985.
- Camilla Ravera, Diario di trent’anni, Editori Riuniti, Roma 1973.
- Rossana Rossanda, Volti di un secolo. Il novecento in 52 ritratti, Einaudi, Torino 2023.
- Livia Turco, Compagne. Una storia al femminile del Partito comunista italiano, Donzelli, Roma 2022
Per saperne di più:
- Camilla Ravera, Lettere al partito e alla famiglia, Editori Riuniti, Roma 1979.
- Camilla Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti, Roma 1978.
- Camilla Ravera, La donna italiana dal primo al secondo Risorgimento, Edizioni di Cultura Sociale, Roma 1951.
- 18 giugno 1889 – Nasce Camilla Ravera
- Camilla Ravera – da “L’opposizione al Fascismo” di Ermanno Olmi (1974)
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Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia e dottoranda presso l’Università degli Studi Roma Tre, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.
