Educare i maschi in un mondo che cambia

Ad aprile dello scorso anno, nel bagno delle ragazze (temporaneamente aperto a tutti perché quello maschile era fuori uso) del liceo classico della mia città, Barletta, sono apparse alcune scritte che avrebbero meritato una riflessione e un approfondimento adeguato. Oltre agli insulti sessisti e all’inneggiare a Filippo Turetta, una scritta esprimeva rabbia mista a frustrazione, accusando le compagne di innamorarsi di “ragazzi del cxxx, misogini e maschilisti”, pur definendosi femministe. A fine novembre 2025 è apparsa invece la notizia della “lista stupri” in un bagno questa volta di un liceo romano, il Giulio Cesare, uno tra gli istituti più famosi della capitale, sembra rivolta a punire, pochi giorni dopo il 25 novembre, alcune ragazze (otto, più un ragazzo) che a quanto pare si erano distinte per il loro attivismo. Due anni fa, sul muro di una classe di un altro noto liceo di Roma, il Visconti, è stato affisso un elenco con i nomi di alcune ragazze, indicate come “conquiste sessuali”. Questi sono gli episodi che sono saliti all’onore della cronaca perché denunciati, ma esiste un enorme sommerso. Che problema hanno i nostri adolescenti maschi? Cosa ci stanno comunicando con queste scritte? Che tipo di malessere ci stanno trasmettendo? 

Siamo in una fase storica in cui il modello patriarcale è in crisi. Laddove alle ragazze è stato e viene detto che possono diventare tutto ciò che i maschi possono essere, ai ragazzi non viene offerta nessuna direzione per un cambiamento. Mentre le donne che ricoprono ruoli o imitano modi maschili acquisiscono status (“donne con le palle”), gli uomini che ci provano lo perdono (“femminuccia”, “mammo”). Si parla di Stem per le ragazze, mentre progetti rivolti ai ragazzi per incoraggiarli a pensarsi infermieri, assistenti sociali o maestri di scuola materna sono inesistenti. Emotività, cura, vulnerabilità sono ancora visti come caratteristiche femminili e non si sta lavorando affatto per aprirle al maschile. Francesca Cavallo, nel suo podcast Maschi del futuro racconta che il suo progetto di lavorare sul maschile è nato proprio dal rendersi conto della sua difficoltà a offrire al suo nipotino le stesse opportunità di spaziare nel genere opposto che aveva offerto alla sua nipotina qualche anno prima nel momento degli acquisti dei primi regali e i primi vestitini. Regalare a una bambina delle macchinine o dei lego per costruire un’astronave è figo, farle indossare un maglione celeste o blu non crea problemi. Regalare una bambola a un bambino, o una maglietta rosa, per carità. E se poi sembra o mi diventa gay? Del resto il mito del maschio alfa resiste anche tra le ragazze, creando un circolo vizioso di relazioni tossiche. Il gruppo dei ragazzi eterosessuali cisgender appare intrappolato in un limbo di disincanto e nostalgia, che, in seguito anche alle giuste denunce del movimento #metoo, ha portato molti uomini, piuttosto che a mettersi in discussione e ad aprire percorsi di responsabilizzazione, a mettersi sulla difensiva e a radicalizzarsi verso posizioni di destra estrema. «Non si può più dire niente»,«Non esistono più gli uomini di una volta», sono alcune frasi tipiche di un certo tipo di vittimismo di ritorno, mentre si denunciano la cancel culture, la dittatura del politicamente corretto e la cultura woke.

La serie Adolescence (Netflix, marzo 2025), ha portato alla luce l’influenza che il mondo della cosiddetta manosphere, trainata da personaggi come Andrew Tate, molto noto anche in Italia, ha sui nostri giovani adolescenti, diffondendo contenuti altamente violenti, misogini e sessisti e avvicinandoli al mondo degli incel e dei redpillati. «Era in camera sua. Pensavamo fosse al sicuro», dice a un certo punto della serie il padre di Jamie, il giovane protagonista, colpevole di aver ucciso una sua coetanea, a sua volta vittima di revenge porn, da cui era stato rifiutato e da cui aveva subito bullismo sui social. Uno spaccato agghiacciante della condizione dei nostri e delle nostre adolescenti lasciati spesso troppo soli e sole dalle persone adulte nel gestire il portato di violenza che passa attraverso i social.

Tra gli uomini adulti, intanto, sul web si moltiplicano i casi di oggettificazione e violenza contro i corpi delle donne, in un vero e proprio backlash: dal caso del gruppo Facebook Mia moglie, in cui uomini pubblicavano foto delle loro compagne in atteggiamento più o meno intimo, molto spesso a loro insaputa, alla piattaforma Phica.net, al caso Pelicot, alle offese sessiste di Trump alle giornaliste e specularmente ai suoi complimenti a Giorgia Meloni («Non ti offendi se ti dico che sei bella?»), a un articolo del New York Times che ha suscitato molte polemiche (Did women ruin the workplace?, del 6 novembre 2025), nel quale si colpevolizza il femminismo liberale di aver portato a una “femminilizzazione” dei luoghi di lavoro, valorizzando empatia, correttezza morale e sensibilità alle molestie (considerati woke) a sfavore di competizione e meritocrazia (notoriamente caratteristiche maschili — lo dico con tono ironico). 
Nel frattempo, mentre il sessismo amplificato dal deep web e dall’intelligenza artificiale rischia di travolgerci come una valanga (il caso di persone, pubbliche e no, spesso minori, che si sono trovate online spogliate e/o videodirette in prestazione sessuali senza consenso dall’Ia — recentissimo il caso Grok — in grado di creare deepfake sessuali da foto reali, o delle varie piattaforme esistenti in grado di creare partner virtuali ad hoc, con caratteristiche spesso tossiche), inchieste ci informano che il 70% degli italiani fatica ad esprimere le proprie emozioni, si parla di “epidemia di solitudine” soprattutto tra i giovani della Gen Z, le chatbox stanno diventando i nuovi psicoterapeuti delle giovani generazioni. Il passaggio dal virtuale al reale è breve: nuove recenti indagini ci dicono che, mentre i femminicidi restano una costante, si abbassa vertiginosamente l’età di chi li commette, la violenza di genere registra vittime sempre più giovani (il 10% degli stupri di gruppo avviene ai danni di bambine sotto i 13 anni), le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento tra gli under 25, gli eventi omofobi e transfobici sono in aumento, si moltiplicano i casi di diffusione non consensuale di immagini intime e di controllo della persona partner tramite il cellulare (dalla geolocalizzazione, alla password, agli accessi, alle interazioni sui social, alle immagini pubblicate, ai tempi di visualizzazione e di risposta).

Questo il quadro davanti a cui ci troviamo. Che ci sia una emergenza educativa in questo momento è un fatto innegabile. Che questa emergenza si vada ad innestare in un momento storico nel quale la politica educativa in Italia va in tutt’altra direzione lo è altrettanto. L’unica strada indicata sembra essere quella della repressione e della giustizia punitiva, dell’assoluzione rassegnata o della negazione (secondo il Ministro Valditara, il patriarcato non esiste, le violenze sessuali aumentano a causa dell’immigrazione, mentre per la Ministra Roccella l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane è inutile perché in Svezia, dove viene svolta da anni, il tasso di violenza è comunque alto).

Se ci arrendiamo a dare per scontato, come avviene in alcune scuole, che le classi a maggioranza maschile siano “naturalmente” più turbolente, se non ci fermiamo a dare ascolto a questi episodi attraverso cui emerge, oltre alla rabbia, anche la frustrazione e il malessere, se non ci dedichiamo a valorizzare altri modelli di maschile, se non lavoriamo a scuola sul consenso, sul rispetto, sulla consapevolezza, sull’ascolto reciproco, i femminicidi resteranno un fenomeno sistemico, gli episodi di violenza e misoginia, online e non, saranno sempre più diffusi, e non verremo mai a capo della questione. Non è un problema di maschi in quanto tali, di «resistenza nel codice genetico maschile», per citare il nostro Ministro Nordio, ma piuttosto di come i nostri ragazzi vengono socializzati ad essere uomini, sin da bambini, a come vengono educati. Parafrasando una famosa citazione di Simone de Beauvoir, uomini non si nasce, si diventa.

L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane, come sappiamo, sembra ancora un miraggio. Alla base c’è il timore conclamato dell’ingresso delle fantomatiche “teorie del gender”, che sarebbero finalizzate a “confondere” i bambini e le bambine, a indurli a cambiare genere o orientamento sessuale, a propagandare le teorie Lgbtqa+, a mettere in discussione i valori religiosi o morali “naturali”. Ma in realtà, l’educazione di genere avviene da sempre, ovunque, sin da prima che si nasca, attraverso i fiocchi rosa/blu, i giocattoli, le favole, i media, la famiglia. Tutto non fa che rafforzare ruoli rigidi di genere, che portano le ragazze a imparare che è giusto e “naturale” dover stare sempre un passo indietro e assumersi tutto o la maggior parte del carico di cura, i ragazzi a reprimere le loro emozioni e a dover continuamente performare e dare dimostrazioni della loro mascolinità, della loro superiorità e del loro potere. È questa educazione di genere, che già avviene da sempre a scuola, che è necessario mettere in discussione. È fondamentale che noi docenti iniziamo ad assumerci la responsabilità di cambiare sguardo, di riflettere sul sessismo interiorizzato che ci porta spesso a essere canali di trasmissione acritici di stereotipi di genere dannosi, lavorando su consapevolezza, bias e pratiche educative, promuovendo una cultura scolastica di equità, rivedendo linguaggio, materiali, libri di testo, programmi, routine, condividendo pratiche didattiche in gruppi di autocoscienza per docenti, coinvolgendo esperti di gender studies. È necessario promuovere un curriculum sull’educazione alle differenze, progettare attività scolastiche in cui i ruoli non siano legati al genere e valorizzare un ambiente in cui studentesse e studenti possano esprimere identità e interessi senza giudizio. L’obiettivo è un cambiamento di paradigma: educare fin dai primissimi anni a superare stereotipi, a comprendere che l’acquisizione di diritti da parte delle donne e delle minoranze Lgbtqia+ comporta ridimensionamento di privilegi maschili, e che questo processo è necessario, giusto ed equo per il benessere di tutte le persone. Decostruire il patriarcato dentro di noi docenti è il primo passo necessario per avviare questo processo.

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Articolo di Maria Anna Di Gioia

Laureata in Lingue e letterature straniere, docente di Lingua e letteratura inglese, libera ricercatrice. Coautrice nel 2006 del libro English around the Web. Percorsi web-based per la didattica dell’inglese (B.A Graphis), autrice nel 2023 del libro “Com’è l’acqua?” Riconoscere ogni giorno il mare invisibile del patriarcato(Settenove). Si occupa di didattica e web, femminismi e saperi di genere. Anima il blog Laparolaeffe.

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