Francesca Duranti e i suoi mondi elevati

«I lettori sono come i panda, vanno difesi prima che si estinguano» era il mantra della scrittrice Francesca Duranti, nata a Genova il 2 gennaio 1935 e morta lo scorso 31 ottobre, all’età di 90 anni, a Lucca, la città che l’accolse durante la Seconda guerra mondiale. Maria Francesca Rossi — suo nome di battesimo — era la figlia di Paolo Rossi, giurista, parlamentare socialdemocratico, presidente della Corte Costituzionale dal 1975 al 1978 e professore universitario. La ragazza crebbe durante gli anni del regime fascista, periodo estremamente complicato che però le forgiò un carattere libero e curioso. Sin da giovanissima, grazie all’agiato e colto contesto in cui viveva, imparò diverse lingue: l’inglese, il tedesco e il francese. In casa, infatti, raccontava: «avevo una signorina svizzera che mi badava e mi parlava tedesco; mentre con i miei genitori si parlava francese […]. A questo ti aggiungo […] che contemporaneamente i miei cugini, che venivano a giocare sempre a casa mia fin quando siamo stati a Genova, avevano una nanny inglese; con loro parlavo inglese e ho imparato anche quello». 

Francesca, terminati gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza di Pisa e, nello stesso periodo, appena ventenne, si sposò per la prima volta. Il matrimonio terminò con la separazione ma dette inizio a un percorso personale caratterizzato da traguardi e soddisfazioni. La seconda unione fu quella con Massimo Duranti, dal quale prese il cognome con cui la conosciamo ancora oggi. Tuttavia, anche in questo caso vi fu un divorzio nel 1976 che la convinse a preferire, per il futuro, la libertà come stabile compagna di vita. Prima di procedere, può essere curioso riportare l’aneddoto che la scrittrice ha sempre raccontato circa la sua scelta. «Duranti è il cognome del mio secondo marito, perché io ho scritto mentre ero sposata con lui. Era anche un modo di dirgli che potevo scrivere e anche avere successo, ma questo non mi impediva di essere sua moglie, di fargli da mangiare, di stare con lui fedelmente. Ma quando lo ha saputo, pur essendo un avvocato di successo, non l’ha presa bene, per usare davvero un eufemismo; si è ingelosito, se ne è andato e da allora non l’ho più rivisto».

La raffinata romanziera decise di vivere nei luoghi che più riflettevano il suo stile di scrittura: la campagna lucchese, presso Villa Rossi nella frazione di Gattaiola, New York, e — per qualche tempo — Milano; la prima per la quiete e la tradizione, la seconda per l’energia e la curiosità culturale. Soprattutto a New York i suoi lavori erano estremamente apprezzati, tanto da ricevere una recensione prestigiosa sul New York Times. Per quanto riguarda invece i suoi soggiorni a Milano, ricordava in particolare le serate trascorse a casa di Giorgio Bocca.
Ma quali erano le tematiche trattate nei suoi libri? Sicuramente non i ceti sociali ed economici svantaggiati e i soprusi da questi subiti, nella Londra dell’Ottocento o nell’Italia del Novecento; bensì i mondi elevati, quelli che ha conosciuto personalmente: l’alta borghesia mercantile genovese, il mecenatismo e l’imprenditoria culturale, la politica e la memoria, la legge e la stampa. Lei stessa, infatti, riteneva che si scrive bene solo se si conosce bene ciò di cui si parla. 

Villa Rossi (LU)

Dunque, Villa Rossi, nei pressi di Lucca: è qui che Francesca Duranti trascorse il suo buen ritiro. Una residenza storica costruita nel Cinquecento, composta da un grande parco, un loggiato riccamente affrescato e un vastissimo salone da ballo. Il primo proprietario fu Francesco Burlamacchi, un lucchese visionario che desiderava introdurre la Riforma Protestante in Italia; l’ultimo, invece, il padre di Francesca. L’acquisto fu condizionato dai bombardamenti che, durante il conflitto mondiale, stavano devastando Genova — la terra natìa della scrittrice. Attualmente, all’interno di questa signorile dimora sono conservati i cimeli di famiglia e della stessa scrittrice: diciotto traduzioni, il premio Bagutta, il Martina Franca, il Basilicata, il Super Campiello, il Città di Milano, l’Hemingway, il Castiglioncello, il Selezione Bancarella, il Prix des lectrices de «Elle» (Rouen) e due volte il premio letterario nazionale per la donna scrittrice, ideato dal giornalista Pier Antonio Zannoni, detto anche premio Rapallo-Carige.

Il primo tra quelli elencati, il Bagutta, vinto con La casa sul lago della luna (1984), era il suo preferito, in quanto si trattava di un riconoscimento, in un certo senso, popolare. I baguttiani e le baguttiane, nonché gli assidui frequentatori e le assidue frequentatrici del ristorante omonimo, interessati/e alla letteratura, avevano deciso di indire un concorso la cui giuria era in parte composta dalle persone comuni, in parte da esperti ed esperte. Quanto al romanzo, lei lo ha definito più volte «il libro della svolta», tradotto anche in arabo e in bulgaro. Le tematiche affrontate erano varie e tutte molto interessanti: dal rapporto immaturo e irrisolto del protagonista Fabrizio Garrone con le donne al viaggio letterario, dall’incapacità di riprendersi dalla fine della condizione privilegiata di cui godeva al suicidio.
La grande penna non si dedicò esclusivamente alla scrittura, lei stessa diede origine infatti al premio Voltaire per la Saggistica per onorare saggi che univano rigore intellettuale e chiarezza espositiva, quindi che potevano raggiungere un pubblico ampio. Il nome si rifà allo spirito di libertà del pensiero di Voltaire, ovvero al motto «non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo», simbolo di tolleranza verso tutte le idee e visioni. L’evento aveva luogo in Villa e, oltre alla competizione, si prolungava fino alla cena. I/le partecipanti cambiavano, mentre i soci e le socie fedeli da almeno cinque serate avevano diritto a esprimere un voto che avrebbe decretato il vincitore o la vincitrice. 
Ritornando alla carriera da narratrice e prosatrice di Francesca, ciò che colpiva del suo stile era il connubio tra l’introspezione psicologica e il realismo classico, la scrittura colta ma accessibile, ironica e partecipe. «Scrivo di donne che non si arrendono. Forse perché non mi sono arresa nemmeno io», affermava; difatti nei suoi testi c’era pure una vena autobiografica.

La sua carriera letteraria iniziò negli anni Settanta con La bambina (1976) e Piazza mia bella piazza (1978). Successivamente fu stampato La casa sul lago della luna con cui vinse il premo Bagutta, come abbiamo già detto, ma arrivò anche tra le opere finaliste al premio Strega. Tra i romanzi maggiormente conosciuti figurano: Lieto fine (1987), Effetti personali (1988) che la rese vincitrice del premio Campiello, Ultima stesura (1991), Progetto Burlamacchi (1994), Sognimancini (1996), tradotto in inglese dalla stessa autrice, Come quando fuori piove (2006), Un anno senza canzoni (2009), Il diavolo alle calcagna (2011). Con L’ultimo viaggio della Canaria (2003), saga di ispirazione autobiografica, vinse per la seconda volta il premio Rapallo-Carige.
Oltre ad aver creato una competizione nuova, oltre a essersi dedicata alla sua elegante scrittura, Francesca Duranti fu la traduttrice di Tutti i racconti di Virginia Woolf, insieme a Adriana Bottini e Masolino d’Amico.
Il 25 marzo 2015 insieme alla saggista Anna Lisa Del Carlo ha presenziato al “Tra le righe winter festival”; all’evento hanno partecipato anche la dirigente scolastica Catia Gonnella, l’assessora alla Cultura del Comune di Barga Giovanna Stefani, la bibliotecaria Maria Luisa Livi e il giornalista-editore Andrea Giannasi. L’incontro ha permesso di studiare a fondo il citato testo La bambina, un’autobiografia che verte sull’esperienza di guerra da lei vissuta nella giovinezza. Nello specifico, al suo interno viene ripercorsa la realtà dei fatti dal punto di vista di una ragazzina, insieme al complicato rapporto con la madre. Un altro argomento trattato è quello della Resistenza, intesa sia storicamente sia metaforicamente come il saper alzare la mano ed esprimere la propria opinione.

Concludiamo riportando l’elogio espresso alla sua morte dall’assessore alla Cultura di Genova Giacomo Montanari, di cui tutte noi condividiamo ogni singola parola: «Francesca Duranti ha rappresentato una voce di straordinaria profondità nella letteratura italiana, con una singolare capacità di raccontare le storie della borghesia con uno sguardo al tempo stesso disincantato e partecipe […]. I suoi libri restano un punto di riferimento straordinario per tutti quelli desiderano immergersi nell’animo delle persone, comprenderne i limiti e le fragilità, ma anche sperimentare la forza della perseveranza e la resistenza non solo fisica, ma anche morale».

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Articolo di Ludovica Pinna

Classe 1994. Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, editoria, giornalismo presso L’Università Roma Tre. Nutre e coltiva un forte interesse verso varie tematiche sociali, soprattutto quelle relative agli studi di genere. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura e l’arte in ogni sua forma. Ama anche viaggiare, in quanto fonte di crescita e apertura mentale.

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