Nel 2025 la provincia di Bolzano si è aggiudicata il secondo posto nella classifica di Lab 24 (appendice del Sole 24 Ore) riguardante la qualità di vita in generale, nonostante risulti essere 86esima per qualità di vita delle donne. La scarsa performance altoatesina è la peggiore in tutto il nord d’Italia a causa di una differenza sostanziale tra l’esperienza maschile e femminile, ecco perché ha destato stupore il raggiungimento di una posizione così alta nella classifica generale, rendendo evidente che i dati riguardanti gli uomini hanno avuto un peso maggiore (se non assoluto) nella formulazione del giudizio.
Iniziamo notando che misurare la qualità è un lavoro più complesso del misurare una quantità di soldi, oggetti e altre cose materiali, proprio perché la percezione dell’esperienza è soggettiva e dipende da fattori che non sono numericamente oggettivi. Il problema è che il benessere si deve misurare in ogni caso, è il termometro delle politiche per lo sviluppo e per questo i grandi istituti e agglomerati statistici come l’Oecd insistono sulla ricezione di dati e classifiche. Ma come si misura la qualità di vita delle donne? Le categorie valutate in ogni città sono quindici: speranza di vita alla nascita delle femmine, tasso di occupazione fascia 20-64 anni, stesso tasso in fascia 15-29, gap occupazionale di genere, percentuale di laureate, numero di giornate retribuite, di imprese femminili e amministratrici private e comunali, numero di denunce per violenza sessuale ogni 100mila abitanti, livello dello sport femminile per diffusione e risultati, competenza numerica e alfabetica non adeguata, valore percentuale di giornate retribuite a donne in un anno e differenza percentile di stipendio tra uomini e donne (gender pay gap).
Iniziamo con il notare una sfumatura interessante: per rendere più corretto e comprensibile questo elenco, non ho copiato pedissequamente il nome delle categorie, però è evidente che i titoli originali presentano dei problemi linguistici, infatti al posto di “amministratrici” si porta la dicitura “amministratori di impresa/comunali donne”, mentre non si specifica che la violenza sessuale è subita da una donna (la categoria è un secco “violenze sessuali”) sottintendendo che il ruolo amministrativo è collettivamente ricondotto a un uomo, mentre la violenza sessuale è automaticamente donna, ignorando implicitamente gli altri casi, ugualmente aberranti. Prendiamo per assunto che questo tassello sia piccolo, ma parte di un problema più grande: la qualità della vita delle donne non conta se la provincia di Bolzano viene nominata la seconda provincia in Italia per qualità della vita e dall’altro lato è la 86esima per quella delle donne. I problemi che emergono dai dati del Sole 24 Ore mostrano che solo il 16,2% delle donne tra i 25 e i 49 anni sono laureate, che il 18,4% è un’amministratrice d’impresa e il 27% amministra un Comune. Le donne risultano profondamente assenti nei ruoli apicali. Per Nadia Mazzardis — imprenditrice e vicepresidente della Commissione provinciale per le pari opportunità della provincia di Bolzano — la colpa risiede nella redistribuzione sbilanciata del lavoro di cura, che grava più sulla donna che sull’uomo, impedendole di occuparsi di affari esterni alle mura domestiche. La gestione della famiglia rischia di essere un’ancora di arresto nella gestione delle carriere femminili se le donne non hanno il tempo necessario da dedicargli perché risucchiate da una serie infinita di bucati, pulizie e attività extrascolastiche. Il suggerimento finale di Mazzardis è che bisogna erogare più servizi che diano il tempo alle donne, lavorando anche sulla condivisione dei doveri interni alla casa. Effettivamente la conciliazione lavoro-famiglia è un problema se non si hanno gli strumenti materiali, diventando quasi un mito pari all’equilibrio tra vita privata e lavorativa, l’ultimo sogno della frontiera zen occidentale, una condizione ascetica più voluta del nirvana. Eufemismi a parte, Lab 24 riporta che l’aria è salubre, i giovani vivono bene, che è facile accedere a palestre e piscine e che le famiglie godono di un discreto benessere economico e tassi bassi di criminalità. Oggettivamente, se questi dati rispecchiassero anche l’esperienza femminile, sarebbe un risultato straordinario in assoluto, ma come abbiamo appurato, così non è.
Se ci si chiede perché l’esperienza maschile sia stata sovraestesa a quella di un’intera popolazione, ci sarebbero molte vie da esplorare, ma la prima, quella che emerge senza dubbio è la mera mancanza di interesse da chiunque abbia proclamato la provincia di Bolzano come seconda in Italia. La qualità delle vite femminili, banalmente, non è stata contata nel risultato generale. Hanno considerato tutti, non tutte.
Ricercando su google scholar “how to measure women’s quality of life”, tradotto “come misurare qualità della vita delle donne”, si evince che la qualità di vita delle donne è un tema approfondito nella letteratura medica in relazione a malattie, condizioni e interventi agli apparati strettamente femminili. Se si aggiungono alla ricerca alcune parole-chiave atte a stringere il discorso sulla vita quotidiana, sulla vita sociale, urbana ed esterna alla famiglia, si trovano ugualmente degli studi medici, specialmente riguardo le correlazioni tra problemi fisici e una scarsa libido. La qualità della vita extra-domus compare negli articoli più recenti solo nel connubio donna-corpo sessuale, lasciando vuota la discussione sul come e cosa si debba valutare in una visione d’insieme. Semplicemente, non c’è un interesse recente neanche nella letteratura accademica internazionale.
Tuttavia, nel panorama legale internazionale sappiamo che esistono convenzioni, leggi e obiettivi condivisi che mirano al miglioramento netto dell’esperienza femminile, il discorso è presente nei tavoli di dialogo ad altissimi livelli. L’Agenda 2030 prevederebbe un lavoro congiunto per il raggiungimento della parità di genere a 360 gradi, ma per fare ciò bisogna interessarsi al grado di istruzione delle donne, al loro accesso a contratti e prestiti, alla salubrità dell’ambiente familiare (e non solo). Se si ignorano questi fattori e si sovraestendono i dati maschili a quelli femminili, il problema viene soffocato in barba a ogni convenzione per la parità di genere.
Negli ultimi anni l’Onu ha prodotto dei report atti all’investigazione della figura dei caregivers, ovvero coloro che si prendono cura di un altro essere umano, bambina/o, anziana/o o disabile. Il lavoro di cura risulta essere maggiormente incarnato dalle donne, diventando per loro uno dei maggiori motivi di esclusione sociale, disagio economico e psicologico. Nel 2022, l’Unione europea ha prodotto la European Care Strategy for caregivers and receivers, traducibile in “Strategia europea per chi dà cura e chi ne riceve”. L’idea generale è un riconoscimento della responsabilità governativa nel prendersi cura dei cittadini più bisognosi e fragili, riflettendo sull’impatto che l’assenza statale ha nella vita di chi si sobbarca la cura quotidiana dei e delle fragili. Come conseguenza, anche in Italia esistono delle politiche che prevedono delle agevolazioni economiche per alcune (poche) fasce di “caregiver”, ma non esiste un modo per essere ufficialmente riconosciute/i come tali, tanto che non abbiamo nemmeno un vero vocabolo in italiano che rispecchi interamente il concetto in prestito dalla lingua inglese. Il fenomeno non ci è nuovo, stalking, ghosting, love-bombing sono tutti prestiti linguistici che non sono tradotti in italiano, simboleggiando che il concetto dietro queste parole non sia davvero nostro, non è di tutti e tutte, perché bisogna informarsi su cosa significano, bisogna conoscere l’inglese, saper usare internet per capire meglio, rimanendo nella sfera degli oggetti culturali esteri, presenti qui ma appartenenti fino in fondo ad altri. La stessa legge italiana non sa che cosa sia un caregiver, dato che mancano dei prerequisiti espliciti per dichiararsi tale, dato che non ci dà una definizione né la possibilità di un riconoscimento della figura.
Alla fine della fiera, l’episodio della provincia di Bolzano è un segnale importante che l’esperienza femminile non è automaticamente considerata, nonostante i dati siano stati raccolti e anche pubblicati nell’approfondimento della medesima classifica. Il riconoscimento dei problemi è un tassello fondamentale nello sviluppo di una società in cui vige de iure ma non de facto la parità di genere, in cui le donne non nascono con doveri di cura impliciti ed esclusivi, in cui la responsabilità familiare dovrebbe essere condivisa in tutte le sue forme.
Fonti:
- https://pariopportunita.provincia.bz.it/it/commissione-provinciale-pari-opportunita
- https://salto.bz/it/article/01122025/male-la-qualita-di-vita-delle-donne?fbclid=IwY2xjawObnPhleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEegD2zi0oteTYV5wwnfrWtFzIT7BdGqatYWei9D_m0-DtmJ5N8OnBtWoqWjL4_aem_yLoXroimIPeOSPoOcKxNjQ
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Articolo di Lisa Currenti

Laureata in Filosofia e laureanda in International Studies, perenne curiosa, crede che con il giusto sguardo si possa capire tutto. Si interessa di geografia, musica, psicologia, cinema, moda, biologia, sport e molto altro. Ama ascoltare, osservare e immaginare, tre elementi fondamentali per scrivere. Fa parte di quel gruppo di persone che spererebbe in giornate da 48 ore.
