Roma, il numero 11 di Limes 

Sapevate che delle 52 Rome che esistono nel mondo 27 si trovano negli Stati Uniti d’America?
Queste e altre preziose informazioni si possono leggere nel numero monografico di dicembre che la rivista Limes dedica a Roma.
A chi lo sfoglierà non sfuggirà il filo rosso che lo attraversa: il tributo di affetto dedicato alla capitale, alla sua storia, alla sua lingua, al suo rapporto con lo Stato italiano e la Santa sede, alla sua geografia e alla sua cultura giuridica e politica. Una vera dichiarazione d’amore. Un volume succulento per la varietà degli approcci e degli sguardi, da gustare piano piano, anche perché ha 320 pagine. Una guida per conoscere Roma non da turista ignorante, come George Simmel definiva il turista medio che visita i luoghi canonici dell’Urbe a compartimenti stagni, ma da turista alla Goethe, che si perde nella città e ne respira la storia. Con un dossier finale sulla Roma calcistica. 

Nella prima parte, L’importanza di essere Roma, i contributi che identificano la storia di Roma e l’era augustea, formalmente ancora repubblicana ma di fatto già impero, come un modello cui ispirarsi sono davvero tanti, a partire da L’unica vera Roma di Giuseppe De Ruvo. Tra i molti spunti dell’articolo il più interessante è l’elenco delle sei “parentele” tra Roma e Washington, individuate nel 2020 dalla rivista di geopolitica e da ciascuna delle quali gli Usa sono ormai purtroppo lontani anni luce. Si, perché la pax romana è molto diversa dalla pax americana. La pax augustea è potenza, anche militare, che riesce a dare ordine al caos in forza della sua auctoritas imperiale, mentre oggi non c’è nessun soggetto geopolitico capace di dare ordine al caos. Ma quali sono queste parentele? Le prime due hanno a che fare con la capacità romana di assimilazione e integrazione, prerogativa che gli Usa non solo non hanno più ma che non vogliono più avere, soprattutto nei confronti dell’Europa, destinata ad andare incontro alla cancellazione della propria civiltà (Si legga la National Security Strategy). Roma come Washington aveva una missione universale: diffondere libertà e giustizia nel mondo. Oggi non è più così per gli Usa. Un altro parallelismo era con la supremazia del diritto, la iuris prudentia; la violazione sistematica del diritto internazionale da parte delle istituzioni americane dimostra che questa similitudine non esiste più, come peraltro non esiste più la capacità di includere i vinti. Un altro parallelismo è nella capacità di darsi un limite, per continuare a essere impero, cosa che oggi l’America non sta facendo. Infine la capacità di considerare il punto di vista degli altri, oggi completamente persa con l’amministrazione Trump, ma forse già persa con le precedenti amministrazioni, pur se in modo meno palese.
Chi è appassionato/a di cinema sarà attratto/a dalla storia di Roma e dell’America attraverso i colossal degli anni Cinquanta e Sessanta, ben raccontata da Gianluca Solla in La febbre dell’Impero. Hollywood e il mito di Roma, che si chiude con un’analisi intrigante tra le due versioni de Il Gladiatore di Ridley Scott, quella del 2020 e il sequel del 2024. 

Vincere per costruire la pace. Violenza e integrazione nella storia di Roma antica di Luigi Capogrossi Colognesi è una bella lezione sulla romanizzazione della nostra penisola, avviata nel IV secolo a.C., fondata sulla capacità dell’Urbe di stabilire rapporti permanenti con le popolazioni conquistate rispettandone l’autogoverno. Un approfondimento originale riguarda il caso di Augusta Praetoria, l’attuale Aosta. L’autore ricorda che i Romani erano capaci di finire le guerre, anche quando le perdevano, cosa che gli americani non sono mai stati capaci di fare. Come provocatoriamente sostiene Sumantra Maitra in Confessioni americane allo specchio romano oggi non è possibile finire una guerra rispettando i diritti umani, tanto è vero che contro il Giappone la seconda guerra mondiale è finita sganciando due bombe atomiche sulla popolazione. «La guerra senza fine accade — continua lo storico — perché la guerra stessa viene condotta sotto la lente dei diritti umani. I romani non avevano queste preoccupazioni contro i cartaginesi. È anche vero che dal 1945 non si verifica una guerra su larga scala fra grandi potenze: in quella circostanza è possibile combattere con un occhio ai diritti umani? Non penso. Se scoppiasse un conflitto fra Stati Uniti e Cina dubito fortemente che li rispetteremmo». Del fascino che Roma ha da sempre esercitato sulla Russia, Terza Roma (la Seconda è Costantinopoli e la Quarta vorrebbe essere l’America, che però, saltando tutte le fasi storiche, si definisce New Rome) scrivono naturalmente un docente universitario russo esperto in relazioni internazionali, Oleg Barabanov, e Mario Caramitti, professore di Letteratura russa all’Università la Sapienza di Roma. Due saggi ricchi di riferimenti storici e letterari, che ci guidano a capire come romanziere/i e poete/i zaristi, sovietici e contemporanei hanno raccontato l’Urbe.

Lo sguardo della Turchia su Roma è raccontato da Daniele Santoro, che proprio su questa potenza, con ambizioni a diventare imperiale, ha tenuto una delle lezioni più belle dell’ultima edizione della Scuola di Limes. Una proposta interessante è quella fatta da Guy Alexandre Le Roux secondo cui le nazioni eredi della romanità, Italia e Francia, potrebbero essere le protagoniste della riorganizzazione europea, un’alternativa al ‘blocco occidentale’, creatura statunitense ormai obsoleta e ispirata all’idea del containment. Un testo che si legge con estremo interesse e che potrebbe essere uno spunto anche per chi si occupa a livello governativo di politica estera ed europea.
Non può mancare poi la Roma di Papa Leone IV, raccontata in due contributi, quello di Piero Schiavazzi, docente dell’unica cattedra al mondo di geopolitica del Vaticano, e quello di Giulio Albanese.
Che relazione c’è tra archeologia e Geopolitica? Lo spiega molto bene Giorgio Cuscito nel saggio ricco di riferimenti storici Nel segno di Roma. Archeologia è Geopolitica di cui consiglio la lettura. Archeologia, architettura e urbanistica sono state inevitabilmente in conflitto nella capitale. Ne scrive Paolo Desideri in A Porta Metronia la Metro C unisce Archeologi e Architetti, mentre Rosario Pavia in Roma abbracci il mare racconta la rimozione del mare dallo sviluppo urbanistico della città dal dopoguerra.
Due articoli a firma femminile chiudono la prima parte. Federica Luise racconta come le potenze emiratina e saudita stiano usando il mito dell’Urbe come strumento di competizione, influenza e diversificazione economica e Sara Virgili che, in Non c’è lingua come la romana, ci ricorda che il dialetto oggi è diffuso prevalentemente tra le giovani generazioni. 

Foto di Laura Canali

Una certa idea di Roma è il titolo della seconda parte in cui spicca sopra ogni altro Roma è una cometa, l’articolo poetico di Laura Canali, una vera dichiarazione d’amore alla città, al suo fiume, ma soprattutto a ciò che di contemporaneo è presente a Roma. Da leggere insieme a Il distretto del contemporaneo rigenera la forma urbis di Umberto Vattani.
Per me, podista per molta parte della vita, l’articolo Roma vista da vicino regala il contributo più divertente, Ma ‘ndo cori, di Alessandro Aresu, che descrive la Roma all’alba vista dalle persone che si svegliano presto e vanno a correre per allenarsi. Aresu si sofferma soprattutto sulla “ministerializzazione” romana, che ben conosce per avere lavorato nelle istituzioni, ricordando il libro di Augusto Frassineti I misteri dei Ministeri. Da segnalare in questa parte anche Grande Resistenza anulare, sul grande raccordo anulare romano, e due articoli sull’immigrazione rispettivamente dalla Calabria e dalla Nigeria. Oltre a due approfondimenti, uno sull’Esquilino e l’inarrestabile espansione cinese, e l’altro su Ostia, la periferia romana affacciata sul mare che ha conosciuto e conosce la violenza della grande criminalità, quella della banda della Magliana e del clan Spada. 

C’è tanto altro in questo numero, da conservare e da leggere per capire Roma fuori dal centro, tanto caro alle folle turistiche, se avremo la fortuna di attraversare, magari in più occasioni, i suoi tanti Municipi. 

Chiudiamo con l’editoriale di Lucio Caracciolo, intellettuale dai pensieri fini, Roma si discute e si ama (che richiama uno slogan calcistico). Ne riportiamo alcuni stralci, questa volta non direttamente collegati all’Urbe, ma al tema richiamato nel sottotitolo, quello della pace sporca: «La geopolitica serve innanzitutto a fare la pace. Per fare la guerra basta la volontà di uno. Per finirla, ne servono almeno due. E due è il contrario, non il doppio di uno. Pacificare significa convertirsi insieme, amico e nemico. Per riordinare il caos entro limiti incerti. Mai assoluti, sempre relativi. La guerra spezza ogni vincolo, ci imbestialisce. La pace ricostruisce relazioni spezzate, ci riumanizza. Via esercizi di coppia o comunque multipli, da cui nessuno esce più come prima. Tutto il resto è tregua, al meglio anticamera della pace, al peggio pausa in vista del prossimo assalto. Sottile distinguo.
[…] Si vince la pace, non la guerra. E la si misura nel tempo, non allo scadere dei combattimenti. […] Ma quando la guerra involve in scopo a sé stessa, la geopolitica muore. Per noi mestieranti, motivo in più per non rinunciare alla pace…».

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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