Dipende dalla classe. Un piccolo gioiello sulla scuola appena uscito in libreria

Quando mi chiedono perché generalmente non mi piacciano i libri di Paolo Crepet, o perché io non sia mai andata a una sua conferenza, rispondo semplicemente citando la sua biografia. Figlio dell’ex docente e pro-rettore dell’Università degli Studi di Padova e nipote del pittore Angelo Maria Crepet, non stupisce che, seguendo le orme paterne, si sia laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova, in Sociologia a Urbino e specializzato in Psichiatria a Padova. Bravissimo, nulla da dire, non è una colpa avere una famiglia altolocata. Uno che si è impegnato, certamente, ma anche uno che è nato privilegiato. Uno che ha potuto giocarsi le sue carte dalle altezze di una posizione familiare, socio economica e culturale di tutto rispetto. E da lì, dall’alto della sua storia e formazione (di maschio bianco, italofono, di famiglia ricca e acculturata del nord), spara spesso sentenze a destra e sinistra come fosse il Padreterno nel Giorno del Giudizio. Come si fa a sentirsi tanto superiori da avere sempre una parola di condanna verso tutto e tutti/e noi che ci occupiamo di educazione a ogni livello? La risposta è semplice: superiore ti ci sei sentito fin dai tuoi primi vagiti. Perché facevi parte dell’élite socio-culturale del Paese, ci sei cresciuto dentro, è la tua seconda pelle. E una volta che quella identità ti è entrata nel profondo, levarsela di dosso è un’impresa titanica. Possibile, intendiamoci, ma non facile. Lo devi volere con tutte le tue forze, lavorare sull’autoconsapevolezza con spietata lucidità. E perché uno come Crepet dovrebbe voler convertire la sua prospettiva scendendo dal piedistallo, se quello che gli ha fruttato fino ad ora il suo sguardo elitario sono solo privilegi e successi? Non ne avrebbe alcun interesse, se non quello di una finalmente ritrovata onestà intellettuale. Che però raramente paga. Quindi no, lui si tiene il suo status da intellettuale privilegiato e io il mio da prof di sostegno di un professionale di montagna che alle sue conferenze preferisce non andare.
In questi giorni mi è capitato per le mani un libro che fa tutto l’opposto di Crepet. Che non giudica, intendo, ma riporta dati e riflessioni di raro interesse. Un piccolo saggio che parte dal basso, da chi lo svantaggio lo ha vissuto sulla sua pelle per tutta la vita o quasi e che ne ha fatto il fondamento di un solidissimo e finalmente nuovo pensiero pedagogico. Non un elenco infinito e desolante dei mali che affliggono il mondo dell’educazione nell’Italia del terzo millennio, ma uno sguardo pieno di speranza e proposte sulla necessità di una presa di coscienza, di una trasformazione delle radici profonde del fare e del pensare la scuola oggi in tronco, rami e frutti da gustare. Dipende dalla classe (Edizioni Il Margine, 2025) è un gioiello di autenticità e di crudezza, che anziché ancorarci allo stato miserevole delle dinamiche sociali ed educative contemporanee, ci spinge al loro miglioramento.

In terza di copertina, l’autore, Michele Arena, classe 1977, si descrive così: «Figlio di due amorevoli genitori comunisti, insieme a loro frequenta Feste dell’Unità, ospedali, ufficiali giudiziari amanti degli sfratti e case popolari. Si diploma con il minimo dei voti al professionale di Firenze. Dopo 10 anni da addetto alle pulizie, un giorno legge su un manifesto “corso di formazione per operatori delle marginalità sociali”. Si iscrive, comincia a lavorare in un centro diurno per minori e improvvisamente capisce di esserlo sempre stato, una marginalità sociale. Da 20 anni lavora come educatore, a 47 si laurea in Scienze dell’Educazione (…)».

Un pensiero lucidissimo, il suo, supportato da ricerche e saggi, citazioni ed esperienze documentate, in grado di restituire un quadro chiaro e definito dello stato delle cose nelle classi italiane di oggi. Riporto qui alcuni dati contenuti nel testo, che, va detto, scorre da una pagina all’altra come un appassionante romanzo, più che come un saggio.
Primo dato: percentuale di laureati in base al titolo di studio dei genitori: 12% genitori con licenza media; 75% almeno un genitore con laurea.
Secondo dato: differenza di reddito tra diplomati e laureati, una volta entrati nel mondo del lavoro: 23% tra i 25 e i 34 anni; 55% dai 45 anni in su.
Terzo dato: percentuali di bocciati in base alla cittadinanza: 48% studenti senza cittadinanza italiana; 16% studenti con cittadinanza.
Quarto dato: tasso di abbandono scolastico in base al titolo di studio dei genitori: 58% genitori con licenza media; 13% genitori con laurea.
Quinto dato: distribuzione degli studenti con cittadinanza non italiana nelle scuole superiori: licei 5,3%; istituti tecnici 10,4%; professionali 42%.
Sesto dato: tassi di abbandono universitario in base al diploma superiore: 9% liceo; 21% tecnico; 27% professionale.
I laureati in discipline umanistiche in Italia, che vengono dagli istituti professionali sono il 3,3% del totale. Una briciola.

Mi fermo qui, perché mi pare che il quadro sia già abbastanza chiaro. Quello che si vede, riprendendo le parole di Chiara Volpato, più volte citata da Arena, è che «la provenienza di classe condiziona ciò che si impara, che si crede e che si desidera». Per fare solo un breve parallelismo di natura personale su quanto anche nella mia vita una cosa del genere mi sia apparsa chiara solo da più che adulta, un giorno, mentre ero seduta a tavola con la mia famiglia per intero, uno dei miei zii paterni annunciò una cosa che accese in me la classica lampadina della rivelazione. Disse semplicemente che sua figlia (mia cugina, più giovane di me di quasi 15 anni) si era iscritta a ingegneria aerospaziale e che, chissà, magari un giorno avrebbe fatto la pilota di aereo! Io non ci avevo mai pensato. Non mi aveva mai nemmeno sfiorata l’idea che quella potesse essere una professione per donne. Semplicemente nella mia testa era ovvio e naturale che il pilota di aereo fosse un mestiere maschile. Nessuno me lo aveva mai detto esplicitamente, ma il fatto che il linguaggio e le evidenze numeriche pendessero da quella parte aveva creato in me una convinzione, una accettazione passiva e indiscutibile dello stato delle cose. C’è voluta un’altra donna, giovane e mentalmente più libera di me, per salvarmi dall’autoinganno indotto dalla cultura patriarcale. La provenienza di genere, non solo quella di classe, condiziona ciò che si crede e si desidera. Chiara Volpato ha assolutamente ragione. Così come ne ha Michele Arena quando, nel suo libro, afferma che «Possiamo iniziare dal considerare l’insuccesso scolastico sempre meno una colpa individuale e sempre più una responsabilità collettiva (…). Mi sono sempre chiesto come mai, alla riconsegna dei compiti, in cui magari una parte di alunni ha preso voti alti e una parte voti bassi, si chiede agli studenti di trovare delle soluzioni individuali (…), spesso con ripetizioni costosissime. E non si domanda invece alla classe: in che modo lavoriamo collettivamente per portare tutti allo stesso livello?».

Ecco, se siete insegnanti capaci di porre una domanda così, allora non potete farvi scappare questo splendido libro di un educatore vero, un pensatore umile e profondo, un uomo che, senza bisogno di piedistalli o corsie privilegiate, ha conquistato il suo sguardo libero e disarmante sul mondo dell’educazione.

Michele Arena
Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassicista
Il Margine, 2025
pp. 176

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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