Primo Ottocento pugliese. Osservando il femminile. Parte prima

Da bambina avevo un mappamondo che fungeva anche da abatjour. Quando la spina non era attaccata alla presa e bastava la luce del sole a mostrarne i dettagli, ci giocavo come fosse la sfera di cristallo della chiaroveggente che impersonavo. Lo facevo roteare velocemente dandogli lo spin con i polpastrelli delle mie dita e poi, quando ero pronta ad accogliere il mio destino, ne bloccavo la roteazione con le falangi. Chiudevo gli occhi e puntavo l’indice della mia mano destra su quella superfice liscia. Ogni tanto sprofondavo nell’acqua dell’oceano o del mare ma, comunque, non mi demoralizzavo: nel futuro avrei attraversato quelle distese blu e celesti per raggiungere terre nuove e riempirmi gli occhi di meraviglia.
Quando mi sono accinta a scrivere questo articolo, mi sono rivista nelle mie fattezze infantili mentre, seduta a gambe incrociate sul parquet, tenevo quella Terra di plastica tra le mani. Non è più uno strumento di gioco ma di osservazione; non sono più i primi anni del Duemila ma gli inizi dell’Ottocento e, nonostante non sia ancora nata, sono già grande.
Il globo si mostra a me con tutto il fervore di quegli anni. Con un close-up — per dirla alla maniera cinematografica — sul Belgio (allora parte dei Paesi Bassi Uniti), e uno zoom in su Waterloo, vedo l’esercito napoleonico mentre viene sconfitto da quello del Duca di Wellington. Sposto lo sguardo a Nord-Ovest e mi ritrovo in Inghilterra, in una fabbrica tessile; gli operai e le operaie sono in rivolta. In Sud Africa vedo insediarsi l’impero Zulo. Una carrellata di eventi si mostra a me mentre faccio roteare il mondo tra le mani.
Torno a casa, in un’Italia frammentata. Insurrezioni, salotti patriottici, i moti rivoluzionari, la pubblicazione di Inni Sacri, il Romanticismo… il mappamondo mi mostra tutto quello che ho studiato nei manuali di storia, letteratura, arte. Ma è solo la superficie esterna, quella più visibile, e io voglio andare nel dettaglio, scoprire storie che non conosco, identità celate, vissuti silenziati; e poi vorrei saperne di più di loro, delle mie ave: le donne. Così, dovendo pur partire da qualche parte, decido di iniziare l’esplorazione di questo lembo di terra a forma di stivale come se fosse una calzatura da scegliere e mi soffermo su un dettaglio a cui noi donne guardiamo sempre, per valutarne la comodità o i centimetri di altezza che potrebbe regalarci: il tacco. Zummo sulla Puglia.

Quanto si mostra a prima vista non è poi diverso da quanto ho già osservato con l’inquadratura più ampia a tutto il territorio italiano: il brigantaggio, i moti reazioni proletari, le conseguenze della disfatta napoleonica fanno da protagonisti e da scenario al primo Ottocento pugliese. Ma non solo; con la restaurazione del governo borbonico e la nascita del Regno delle Due Sicilie (1815), l’Apulia viene ridotta alla fame e quando non si perisce per carestia, si muore per la peste o il colera. Contro il governo partenopeo, artefice della miseria regionale, si mobiliteranno la Carboneria e il brigantaggio pugliese.
E le donne? Se le più sono a casa, affaccendate tra prole e famiglia, altre partecipano attivamente ai moti rivoluzionari. Ci sono poete, pittrici, patriote e benefattrici. Queste sono le figure che si mostrano più nitidamente, ma intorno a loro centinaia di corpi femminili, fisionomie spettrali, si muovono lente ma decise, vigori nei gesti ma non nella memoria conservata di loro, svanita nel tempo. Ci sono, sono presenti, ma ancora non sappiamo dargli dei nomi e attribuirgli delle storie. Forse, con lo scorrere degli anni, riusciremo nell’impresa.
Nel frattempo, guardo la vita di quelle di cui abbiamo serbato il ricordo.

Maria Costanza Lipari è sdraiata sul letto madida di sudore. Sull’uscio Giovanni Giuseppe Riccardi, suo marito, attende scalpitante e preoccupato l’arrivo della nascitura. Un grido accompagna l’ultima spinta; il pianto della bambina si propaga nella stanza. È il 1802 quando Maria Caterina Riccardi viene al mondo. Il 1818 quando diventa Maria Caterina Riccardi Tateo, moglie di Giovanni Pasquale Tateo.
Do una rapida occhiata d’insieme a tutta la sua esistenza: a intervalli irregolari, per tredici volte, la vedo distesa su un letto mentre fa nascere da lei la vita.
Torno indietro, scorrendo in retrospettiva. Maria e Giovanni sono nel salone della tenuta dei Caracciolo di Santeramo (Palagianello) circondati da uomini distinti e donne dallo sguardo vivo. Ogni volta che interagiscono tra di loro, nella sala risuona l’appellativo “Buon cugino”. Alcune/i sono carbonari, altre/i patrioti della setta mazziniana “La volpe”.
Nel frammento successivo Maria piange mentre guarda il capezzale su cui giace morente suo marito. Ma non c’è troppo tempo per il dolore; suo figlio Giangiuseppe ha bisogno di lei: costretto alla fuga dopo la condanna in contumacia ad «anni venti di ferri» e per via della taglia di 5.000 piastre che grava su di lui, il ragazzo le delega il suo lavoro, dandole il compito di accogliere i più poveri e ospitare patriote/i e insorgenti.
Scorrendo i fotogrammi alla ricerca della vita, mi ero imbattuta più volte nella morte. Ora che mi ci soffermo vedo tutte le esalazioni: prima quella di Giangiuseppe (24 giugno 1859), poi quella del figlio Vincenzo, «che a sue spese organizzò un gruppo di volontari per favorire l’avanzata dei garibaldini in Basilicata» e del fratello Vito Domenico, imprigionato per rappresaglia dai Borboni; vedo la morte di Beniamino che «combatté con le camicie rosse a Desenzano» e quella di Francesco Saverio che «con la divisa di capitano garibaldino prese parte alla battaglia di Villa Glori, dove perse la vita».
Alla fine mi ritrovo dove tutto ebbe inizio: a Putignano, nella via dedicata alla patriota Maria Caterina Riccardi Tateo.

Una voce giunge dalla costa; sposto lo sguardo verso Gallipoli e incontro Antonietta De Pace. Se ne sta nel convento delle Clarisse insieme alle sorelle, affaccendata a svolgere quelli che, a una precoce studiosa di economia e finanza come lei, sembrano essere compiti piuttosto elementari.

Antonietta De Pace

Scorrono gli anni e le immagini. Ora Antonietta siede alla destra della sorella Rosa mentre il marito di lei, Epaminonda Valentini — cospiratore, fervente repubblicano e rappresentante del movimento antiborbonico leccese — l’avvia alla rivoluzione, coinvolgendola nel Circolo patriottico salentino. È il 1848. Ferdinando II ha inviato le sue truppe a sedare la rivolta. Il riarmo intentato da Valentini e Antonietta a favore della guardia nazionale fallisce miseramente: Epaminonda viene arrestato e condotto nelle carceri del Regno, dove morirà di stenti.
Seguo i suoi spostamenti e mi ritrovo a Napoli. È il 1849, lo stesso anno in cui fonda un comitato segreto di donne composto prevalentemente da nobili e altoborghesi incaricate di assistere i numerosi detenuti politici nelle carceri borboniche. Poco tempo dopo la scorgo nell’atto di bussare al portone del convento di San Paolo, dove rimane per un po’ lavorando come corista. La carrellata di eventi che la interessano è molto fitta; sembra di star sfogliando un libro pop-up: ogni volta che giro la pagina elementi tridimensionali si innalzano come una molla davanti ai miei occhi. L’amicizia con Luigi Sacco, il cameriere in servizio sulle navi che percorrono la tratta Marsiglia-Genova–Napoli grazie al quale i messaggi segreti vengono recapitati a Giovanni Nicotera, a Genova, e poi da lì raggiungono Londra, dove Mazzini si trova in esilio; la sorveglianza della polizia borbonica e l’arresto il 27 luglio 1855: è tutto qui, davanti ai miei occhi.
Nel carcere giudiziario di Santa Maria Agnone i diciotto mesi di prigionia scorrono lenti, sospesi tra la vita e la possibile condanna a morte. Ma non è ancora giunto il momento… Antonietta esce dal carcere e ritorna a respirare.
Mansueta nei gesti ma non nell’animo, entra nella casa del fedele borbonico barone di Caprarica e si va a sistemare nella sua nuova stanza. Nonostante sia sottoposta alla sua custodia e al controllo della polizia, riesce comunque a riprendere la sua attività, ora sostenuta da Beniamino Marciano, suo futuro marito e segretario del Comitato femminile da lei istituito.
Nel 1859, dopo la morte di Ferdinando II, è tra chi organizza la manifestazione patriottica che si svolge a Napoli sotto la residenza dell’ambasciatore piemontese. Il 7 settembre dell’anno successivo, insieme all’eroe dei due mondi, Antonietta rientra trionfalmente a Napoli, dopo il breve tempo trascorso a Salerno alla ricerca di armi e di combattenti.
Vedo la sua fine in lontananza, preceduta dai tanti frammenti dedicati alla promozione dell’istruzione femminile (la causa a cui si dedicherà anche la corregionale Fulvia Miani Perotti), alla lotta per rendere Roma capitale dell’Italia Unita e alle cure verso il cognato Giuseppe. Poi però la fine arriva, il 4 aprile del 1893, di nuovo nella sua città natia.

Come Antonietta, anche Giuseppina Barbara (Lecce; 1840) ha sposato la causa risorgimentale, mettendosi a servizio dell’impresa per l’Italia Unita. Ma la linea della sua vita, a differenza di quella di De Pace, è incredibilmente corta. Un fotogramma rapisce la mia attenzione: è il 1860, dopo una delle consuete riunioni segrete, uscendo dai sotterranei del castello di Alessano, Giuseppina e altre/i cospiratori vengono raggiunti da una scarica di proiettili. Tra i feriti c’è anche lei. Nonostante il pronto intervento di suo marito e di un medico amico della coppia e l’apparente guarigione, dopo solo tre anni, a causa delle sofferenze che la grave ferita le comporta, la patriota muore tra gli omaggi e il riconoscimento cittadino del suo valore e dell’impegno mostrato per la causa, a costo della sua stessa vita.

I tempi che corrono, con la povertà dilagante, la carestia e le lotte politiche, necessitano non solo di combattenti politiche ma anche di assistenza umana.
Ne sono ben consapevoli Marianna Manfredi, Letizia Balsamo e Maria Grazia Barone che, affiancando le donne impegnate in prima linea, agiscono in retroscena, a favore di chi è povera/o, anziana/o e delle/dei meno abbienti, assistendoli e dando loro conforto.

Mi ero fermata a Lecce ed è da qui che riparto, sostando con lo sguardo ancora un attimo per poi salire verso Foggia. Nell’Atene delle Puglie incontro Letizia Balsamo. I frati minori del convento dell’Idria sono in procinto di lasciare la città: la casa religiosa deve essere donata ai “Vincenziniani”. Pur di trattenerli sul territorio la nobildonna gli cede la sua dimora cinquecentesca, Villa Fulgenzio, a un prezzo irrisorio, riservandosi il solo usufrutto dell’agrumeto. È grazie a lei se oggi i cittadini e le cittadine di Lecce possono godere del patrimonio conservato nella Biblioteca Roberto Caracciolo, proprietà di quei Frati a cui lei tese la mano, risparmiandoli al ritiro dal territorio leccese.

Biblioteca R,Caracciolo

Dalla città barocca, costeggiando con lo sguardo la costa adriatica, faccio tappa a Polignano a mare, per ricontrare Fulvia Miani Perotti; poi ancora su, addentrandomi nell’entroterra, fino a raggiungere Cerignola. È il 18 aprile del 1868 e Marianna Manfredi, vedova di Pasquale Pavoncelli — Ministro dei Lavori Pubblici e promotore dell’Acquedotto Pugliese — sta esalando l’ultimo respiro. Ma come fu in vita, anche dopo la morte la “piissima” rimarrà a fianco delle/dei più bisognosi.
Il notaio Ottavio Farina sta leggendo le sue ultime disposizioni: tutto il suo patrimonio deve essere impiegato a favore del Comune di Cerignola per la costruzione di due asili nido, uno per gli/le anziane e gli/le inabili al lavoro e l’altro per le/gli orfani; a quest’ultimi dovrà essere garantito il diritto ad andare a scuola fino ai 12 anni. «La educazione morale sarà comune ai due Asili. La intellettuale sarà proprio di quello infantile. In questo si insegneranno le lettere, l’agricoltura, la musica e le arti diverse, che potranno meglio vantaggiare le condizioni del paese, e di coloro che le eserciteranno». Il 14 aprile del 1870 viene aperto l’Asilo infantile; il 15 gennaio di nove anni dopo Giuseppe Rinaldi relazionava la nascita della Scuola di Agricoltura “G. Pavoncelli”: «L’Italia eminentemente agricola aspetta dal perfezionamento dell’arte dei campi la sua maggiore floridezza. E la nostra Cerignola messa nella vasta pianura della Capitanata per fertilità di suolo non è da meno alle città sorelle… l’empirismo antico deve cedere il campo ad un sistema razionale di agricoltura… Io quindi ritengo pienamente che il migliore impiego del denaro che viene ritratto dal patrimonio Manfredi sia speso nel dare a questo Comune una Scuola di Agricoltura con convitto non già per avere letterati ed insegnanti, ma abili agricoltori ed intelligenti fattori abituati alle cure del bestiame, alla preparazione del letame, alla semina, alla raccolta e mantenimento dei prodotti, esercitati al maneggio delle macchine e degli strumenti agrari, istruiti nella stima dei prodotti e nei giudizi dei fatti agricoli ed economici».
Il comune della sua città — dove ancora oggi si erge l’Istituto Tecnico Agrario costruito grazie al suo lasciato testamentario — ha riconosciuto la sua opera dedicandole una strada.

«Di tutto il mio patrimonio, dispongo che venga istituita nella città di Foggia, un’opera pia per dare assistenza agli anziani e ai bisognosi». Il mio sguardo è salito ancora: sono a 40 chilometri a Nord di Cerignola. Maria Grazia Barone, vedova del Marchese Giacomo Celentano e figlia del patriota Alessio e della nobildonna Gaetana d’Ayala Valva, sta redigendo il suo testamento, disponendo che tutti i suoi averi vengano destinati alla realizzazione di una fondazione a suo nome di assistenza alle/agli anziani, alle/ai poveri, alle trovatelle e alle orfane a cui, in caso di matrimonio, l’Istituto dovrà garantire una dote.
Quindici anni dopo la sua morte, nel 1934, la città inaugura l’Istituto di ispirazione cristiana, elevando nell’atrio un busto in bronzo della donna realizzato dallo scultore Enzo Puchetti. I fondamenti su cui si erge l’operato della struttura sono gli stessi che ispirarono Maria Grazia Barone: l’uguaglianza, l’imparzialità, il rispetto e il diritto di scelta.

Ho viaggiato col mio sguardo lungo tutto il tacco d’Italia alla ricerca del femminile. Mi sono imbattuta in patriote e benefattici, donne vigorose, determinate, combattenti, incapaci di tacere o di restar ferme di fronte alla miseria e alla povertà. E mentre tutto intorno, anche io come loro, vedevo la fame e le rappresaglie, la decomposizione della società e le guerriglie, quando il mio sguardo si è posato su di loro mi sono resa conto, e sono stata testimone, di qualcosa che ora si fa verità: mentre l’Italia si frantumava, loro lottavano per tenerla unita; le ho viste farsi giganti per abbracciarla nella sua totalità e poi tornare di nuovo a grandezza umana per abbracciare il suo popolo.

Vedo le mani agitarsi su fogli e tele bianche… ora sono le pittrici e le poete del primo Ottocento pugliese a rapire il mio sguardo.
(continua)

***

Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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