Tre donne per l’Unità. Giuditta Tavani Arquati

Nel corso del XIX secolo, Roma fu scenario di due esperienze repubblicane che segnarono irreversibilmente la coscienza politica e civile della città. La prima Repubblica Romana avvenne tra il 1798 e il 1799, con l’occupazione francese che introdusse nuovi princìpi — come quello di uguaglianza davanti alla legge e alle riforme amministrative — nonostante la resistenza di gran parte della popolazione fedele al papa.
La seconda Repubblica Romana, del 1849, nacque in pieno Risorgimento, in un clima di profonda crisi politica e fermento patriottico: la fuga di papa Pio IX a Gaeta lasciò Roma senza alcuna guida e tra l’8 e il 9 febbraio la città fu proclamata Repubblica, affidata inizialmente a un comitato esecutivo, poi al triumvirato Mazzini-Armellini-Saffi, il quale cercò di introdurre riforme sociali e politiche. Tuttavia, pochi mesi dopo, il 3 luglio, la Repubblica cadde e Pio IX ritornò a Roma, restaurando il potere pontificio. Negli anni successivi però gli ideali di libertà e indipendenza continuarono a vivere tra le patriote e i patrioti romani, dando vita a nuove azioni di resistenza.

Giuditta Tavani Arquati

È in questo contesto che nasce e cresce Giuditta Tavani Arquati, nata il 30 aprile 1830 nell’ospedale dell’Isola Tiberina. Il padre, Giustino Tavani, infatti, aveva partecipato alla prima Repubblica Romana, pagando il prezzo delle proprie idee con anni di carcere pontificio. L’ambiente familiare in cui la giovane si formò fu fortemente laico e repubblicano, ma questo non le impedì di maturare dei sinceri sentimenti religiosi. A soli quattordici anni sposò Francesco Arquati, un commerciante di lana conosciuto tra le stoffe nel magazzino paterno. La cerimonia avvenne nella Parrocchia di San Crisogono, nel cuore del popolare rione di Trastevere. Il suo entusiasmo patriottico e la sua convinzione democratica coinvolsero anche il marito nella causa repubblicana e nel 1849 presero parte insieme alla difesa della seconda Repubblica Romana.
Dopo la caduta, il 4 luglio 1849 i due si unirono a migliaia di patrioti e patriote al seguito di Garibaldi, in direzione di Venezia, per sostenere la Repubblica di San Marco, proclamata il 22 marzo del 1848 e assediata dalle truppe austriache. Nonostante la loro determinazione e la speranza di riscatto, la città veneta cadde sancendo la fine di quell’esperienza repubblicana anche nel nord-est d’Italia.
In seguito, la coppia visse per un periodo prima nelle Romagne, poi a Subiaco, dove Francesco trovò lavoro come direttore di una filanda di proprietà di un imprenditore tedesco. Solo nel 1865 la famiglia, nel frattempo allargatasi notevolmente, rientrò a Roma: portarono con loro figlie e figli piccoli, mentre le/i maggiori rimasero a Filettino impegnati a mandare avanti il commercio di lana avviato dal padre.
Come è noto, durante quegli anni l’Italia era già formalmente unita, ma Roma rimaneva chiusa al resto della penisola. La città, infatti, continuava a essere dominio del papa, sostenuto militarmente da Napoleone III, ed era dunque inaccessibile.

Nel 1867, Roma fu nuovamente al centro del movimento nazionale, che vide Giuseppe Garibaldi come promotore della Campagna dell’Agro Romano, con l’obiettivo di abbattere il potere temporale e liberare la città dal dominio papale. Alla sua chiamata risposero circa ottomila volontari e volontarie. Per favorire una insurrezione interna, Garibaldi inviò sotto falso nome il patriota Francesco Cucchi, incaricato di riunire e coordinare piccoli nuclei cospirativi. La stessa Giuditta Tavani Arquati fu sua collaboratrice, diventando una delle organizzatrici più attive e partecipando alla preparazione logistica, pronta a trasformare il suo impegno civile in azione concreta.
Il centro del nucleo insurrezionale era il lanificio di Giulio Ajani, in via della Lungaretta 97, a Trastevere, all’interno del quale, dietro l’apparenza di una normale attività artigianale, si celava un vero e proprio arsenale: qui erano custodite armi e munizioni necessarie alla rivolta. L’obiettivo era ambizioso: occupare il Campidoglio, Castel Sant’Angelo, Porta San Paolo, le carceri di San Michele e varie chiese cittadine, le cui campane a stormo avrebbero dato il segnale a volontarie e volontari garibaldini che attendevano fuori dalle mura.

È la notte del 22 ottobre 1867. Due muratori romani, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, fecero esplodere due barili di polvere alla Caserma Serristori, sede degli Zuavi pontifici (corpo militare creato da papa Pio IX per difendere lo Stato Pontificio e il suo potere temporale), a pochi passi dal Vaticano. L’attentato provocò la morte di venticinque soldati della banda musicale e due civili romani, aprendo la strada a giorni di scontri e sangue. Il piano iniziale fallì sul nascere: venne scoperto un deposito d’armi a Villa Mattei, portando alla proclamazione dello stato d’assedio e al coprifuoco. Monti e Tognetti furono arrestati e, nonostante un appello alla clemenza di Vittorio Emanuele II, giustiziati tramite ghigliottina l’anno seguente. Nel frattempo, a Roma, la sera del 24 ottobre, un altro nucleo di una quarantina di patrioti e patriote si riunì nel lanificio. Tra loro anche Francesco, Giuditta, incinta, e il figlio dodicenne Antonio. La mattina successiva, un reparto di zuavi pontifici e poliziotti, allertato da una soffiata, fece irruzione nel quartiere. Seguì una battaglia disperata: Antonio, dalla terrazza, scagliò una bomba a mano, mentre i patrioti e le patriote sparavano dalle finestre contro i soldati. Dopo ore di scontri, le truppe papaline riuscirono a sfondare l’ingresso. Giuditta, colpita diverse volte, tentò di salire al piano superiore per prestare soccorso alla gente in rivolta. Prima di cadere trafitta dalle baionette, assistette all’uccisione del marito e del figlio.

Quella del lanificio Ajani fu una delle pagine più tragiche della Campagna dell’Agro Romano. Vi furono ben dodici vittime, molti patrioti e patriote furono catturate e condannate, mentre i soldati papalini banchettavano tra i cadaveri con il cibo preparato precedentemente da Giuditta e altre donne. Il popolo romano non insorse. Garibaldi, isolato e osteggiato persino da Vittorio Emanuele II, dovette ritirarsi a Tivoli e sciogliere la Legione dei volontari. Poco dopo lo sbarco delle truppe francesi a Civitavecchia, inviate da Napoleone III, e la sconfitta a Mentana fu decretato il fallimento definitivo della Campagna.
La salma di Giuditta Tavani Arquati fu sepolta al Verano, insieme agli altri compagni d’armi, in una tomba semplice, coperta da un lastrone di travertino e ombreggiata da una palma, simbolo del martirio. Per la popolazione di Trastevere e per le associazioni laiche e repubblicane divenne il simbolo della resistenza e del sacrificio per la libertà. Dieci anni dopo, infatti, la sua memoria venne onorata con una lapide e un busto apposti sulla facciata del lanificio di via della Lungaretta 97, luogo della strage, grazie all’impegno della Società operaia centrale romana e della cittadinanza. Nel 1887, la nascita dell’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati diede continuità a quelle commemorazioni e trasformò il suo nome in un punto di riferimento per le battaglie laiche e anticlericali.
Nel 1909, l’Associazione ottenne il permesso di intitolare a Giuditta la piazza accanto all’ex lanificio.

Nonostante la repressione fascista, che nel 1925 decretò lo scioglimento dell’Associazione e coprì di calce le lapidi risorgimentali, la memoria resistette: Spartaco Buffacchi, scalpellino e presidente dell’Associazione, ebbe il coraggio di ripulire personalmente la lapide dedicata a Giuditta e ai caduti del lanificio. Nel 1941 le sue spoglie, insieme a quelle di altri patrioti e patriote, furono traslate al Mausoleo Ossario Garibaldino al Gianicolo, accanto ai caduti della Repubblica del 1849 e della Campagna del 1867.
Con la fine del fascismo, nel 1945, l’Associazione fu ricostituita e da allora ha continuato a battersi per i valori di libertà e laicità. Ancora oggi, ogni anno, due ricorrenze mantengono viva la memoria: il 9 febbraio, al Mausoleo del Gianicolo, per celebrare la proclamazione della Repubblica Romana, e il 25 ottobre, davanti al busto di Giuditta in via della Lungaretta, per ricordare il sacrificio di lei e di chi cadde nel 1867. Quell’eccidio ha ispirato il film In nome del Papa Re (1997), scritto e diretto da Luigi Magni.

Roma non sarebbe restata ancora a lungo lontana dall’Unità: la determinazione di Giuditta e dei suoi compagni e compagne preparò il terreno per quel giorno del 1870, quando la città divenne finalmente parte del Regno d’Italia e, poco più tardi, cuore e simbolo della nazione.

In copertina: Carlo Ademollo, L’eccidio della famiglia Tavani Arquati (1880), Museo del Risorgimento, Milano.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Nomi di mestiere: Sessismo Linguistico tra Sincronia e Diacronia. Attualmente sto frequentando il corso di laurea magistrale di Editoria e Scrittura presso la medesima università. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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