L’Orlando furioso vanta un grandissimo ventaglio di personaggi che hanno da sempre ispirato la fantasia di vari autori provenienti dall’Italia, ma non solo. Un esempio eclatante è quello di Robert Greene, romanziere e drammaturgo appartenente alla generazione di scrittori elisabettiani conosciuti come University Wits. Egli, dopo aver avuto tra le mani la storia inventata e scritta da Ludovico Ariosto, decise di tradurla e adattarla per il pubblico inglese creando un’opera teatrale il cui titolo era The Historie of Orlando Furioso one of the twelue pieres of France, As it was plaid before the Queenes Maiestie. L’opera venne venduta alla compagnia dei Queen’s Men che si esibirono in occasione delle festività natalizie del 1591-1592 al cospetto della regina Elisabetta I. La commedia che nacque aveva il compito di moralizzare la trasgressiva Angelica descritta dal poeta italiano e, allo stesso tempo, addolcire l’idea negativa che gli uomini dell’epoca nutrivano nei confronti delle donne.
Nel primo capitolo di questo lavoro di tesi analizzo l’opera di Greene raccontandone l’evoluzione e le modifiche che ha subito nel corso degli anni. La complessità e l’incertezza della ricostruzione cronologica della stesura della commedia sono molto utili, al fine di cogliere e comprendere alcune sfumature o battute dei personaggi che altrimenti ci sembrerebbero banali o volgari.
Nel secondo capitolo mi concentro sull’opera originale di Ariosto evidenziando i canti specifici, spunto fondamentale per la fantasia di Greene. Ariosto, nonostante l’epoca dominata da un certo bigottismo, era mosso da uno spirito molto all’avanguardia per quanto riguardava i personaggi femminili. Angelica è una donna libera, che ragiona autonomamente e si comporta seguendo il suo cuore, senza dare credito agli uomini che la circondano e le impongono le loro idee e scelte. In seguito a questa prima analisi, parlo della produzione di alcune opere aggiuntive, scritte da autori minori italiani, in un’ambientazione successiva rispetto ai poemi di Boiardo e di Ariosto. Lo scopo principale era quello di completare la storia del personaggio di Angelica, per questo prendono il nome di Giunte Boiardesche e Giunte Ariostesche. La narrazione, dunque, prosegue oltre la fantasia degli autori più noti e consegna un finale “più adeguato” a quella figura femminile tanto giudicata e criticata dagli uomini dell’epoca. Gli autori delle Giunte Boiardesche puniscono Angelica attraverso finali in cui trionfano la morte e la violenza. Nelle Giunte Ariostesche la situazione peggiora ulteriormente in quanto Angelica subisce un destino di sofferenza, punizione e, solo alla fine, di morte. Gli autori di queste Giunte si accaniscono contro la coppia Angelica e Medoro, a differenza di Ariosto che permette loro la fuga. Gli scrittori inventano per Medoro una morte onorevole e trasformano la donna in un puro “oggetto” da torturare, costringendola a un percorso di espiazione. Angelica è considerata un personaggio scomodo, proprio per questo motivo è necessaria la sua dipartita all’interno di ogni singola opera in cui è presente. Ognuno sceglie di eliminarla come meglio crede: Ariosto fa in modo che la donna si allontani indisturbata con l’amante lasciando Orlando ad affrontare la sua pazzia. Le Giunte, al contrario, tendono a eliminare la figura femminile attraverso l’espediente narrativo della morte, vista come una giusta punizione per una donna tanto ribelle.
Nel terzo e ultimo capitolo mi approccio all’analisi dei versi di Greene paragonandoli a quelli originali di Ariosto, rivelando le differenze tra i vari personaggi quali Angelica, Orlando e Sacripante. Greene trasforma il personaggio femminile in una fanciulla innamorata che compie tutte le sue azioni e prende le sue decisioni in funzione dell’amore. È chiaro il contrasto tra l’idea negativa nei confronti delle donne e il comportamento impeccabile della protagonista rappresentata come l’eccezione alla regola. Greene vuole rendere la giovane perfetta, irreprensibile, intelligente ma sempre asservita all’amore. Ariosto invece ne racconta una versione più vera, più autentica. Riconosce la pericolosità delle donne, la loro capacità di destabilizzare gli uomini e le accusa di essere la causa di tutte le scelte sbagliate fatte dal genere maschile ma, nonostante questo, non la punisce. Sceglie piuttosto di allontanarla, la usa semplicemente come l’espediente della sua narrazione, la causa scatenante della pazzia di Orlando e dell’inizio di tutta l’opera. Angelica è la scintilla che accende la miccia della trama del poema, ma una volta servita al suo scopo viene lasciata andare lontano dal pericolo, dalla punizione e dalla morte.
I momenti salienti su cui concentro l’analisi sono vari, fra cui il ruolo chiave del personaggio di Sacripante, un pretendente di Angelica che viene rifiutato ed è guidato da un particolare moto di vendetta e, infine, la furia di Orlando che, da tragicamente epica, si trasforma in una violenta farsa. L’Orlando della commedia è sin da subito sfiduciato nei confronti della sua amata, crede immediatamente alle frasi lette nel bosco, convincendosi che si trattino di prove inoppugnabili del “tradimento” di Angelica. La follia subentra con una velocità esagerata e ne modifica il personaggio, facendolo passare dal bravo e onesto cavaliere che noi conosciamo all’inizio della commedia, allo stereotipo dell’uomo incapace di avere fiducia nella donna che ama e che perde velocemente il lume della ragione a causa di una gelosia del tutto infondata. La convinzione errata dell’epoca, che vedeva le donne come esseri predisposti al tradimento, portava gli uomini ad assumere un atteggiamento diffidente nei loro confronti. Per questo la figura femminile risulta impossibilitata ad amare veramente, perché pronta a cedere alle attenzioni a lei rivolte. Questo è il paradosso infondato e insensato che avvelenava la mente degli uomini di quegli anni screditando in continuazione la donna e il suo ruolo nella società.
Angelica è innocente in entrambe le opere. Nel poema L’Orlando furioso non ha mai dato prova a Orlando di essere innamorata di lui, di conseguenza non può aver tradito un amore che non è mai stato corrisposto. Nella commedia di Greene rappresenta l’innocenza per eccellenza in quanto vittima di un piano ordito da un uomo ferito nel suo orgoglio. Nonostante la sua innocenza, viene perseguitata da Orlando nel poema cavalleresco e da tutti i cavalieri che l’hanno condannata a morte nella commedia inglese. Il finale del poema la vede fuggire e non ritornare più, mentre il finale della commedia la vede catturata e processata. La passività di Angelica è evidente: smette di difendersi, come se sapesse quanto poco valgano effettivamente le sue parole alle orecchie di quei sordi uomini che, in cuor loro, l’hanno già condannata ingiustamente. Fino alla fine, tutte le sue energie sono rivolte al suo amato. Le ultime parole sono in difesa di Orlando e giustificano le scellerate azioni che ha compiuto nel pieno della sua pazzia. Proprio in questo momento il lieto fine prende avvio.
Ormai le due opere viaggiano su due binari paralleli e non si incontrano più. L’Orlando furioso, che tanto era servito di ispirazione a Greene, viene soppiantato da una pura e semplice esaltazione dell’amore grazie al combattimento tra cavalieri per salvare la donna amata. Così facendo l’amore trionfa, la donna è salva e anche il suo onore. Tutto si conclude come era iniziato: con i due innamorati, uniti da questo vincolo indissolubile. L’oppressione, la persecuzione e l’infamia subite da Angelica sono cancellate, come se non fossero mai esistite, e Greene è riuscito nell’intento di dimostrare al suo pubblico come si comporta una “vera donna”. La donna in sé non è sbagliata o malvagia, semplicemente deve seguire un comportamento che agli occhi degli uomini risulti corretto e coraggioso per far sì che venga considerata come qualcosa di puro e giusto. Bisogna che le donne prestino attenzione perché il pericolo è dietro l’angolo, d’altronde tutto è conseguenza delle loro azioni e delle loro scelte, devono accettare questa verità e comportarsi in modo adeguato se vogliono avere una vita serena. Questa era la verità nel lontano 1500, anche se adesso abbiamo talvolta l’impressione che non sia tanto diversa.
Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/359_Di%20Terlizzi.pdf
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Articolo di Chiara Di Terlizzi

Laureata in Lettere moderne all’Università del Salento, ho scelto di proseguire i miei studi magistrali alla facoltà di Editoria e scrittura dell’Università La Sapienza di Roma. Da sempre appassionata di libri, lettura e cinema faccio oscillare la mia esistenza tra una pagina di libro e una sala cinematografica.
