Hélène Langevin-Joliot è una fisica nucleare francese, nata a Parigi il 19 settembre 1927. I suoi genitori, Irène Joliot-Curie e Jean Frédéric Joliot-Curie e i suoi nonni materni, Marie Skłodowska-Curie e Pierre Curie, nel complesso hanno collezionato ben cinque premi Nobel, per la fisica o per la chimica. Sua nonna Marie, che li ha vinti entrambi, quello per la fisica nel 1903 e quello per la chimica nel 1911, può essere considerata non solo una delle figure più emblematiche della storia della scienza, ma anche una pietra miliare lungo il cammino della parità di genere in campo scientifico, a tutt’oggi non completamente compiuto.

Hélène rivolge molte energie per mantenere viva la memoria della sua eccezionale famiglia e, oltre ad aver dedicato la propria vita alla ricerca nel campo della fisica nucleare, non ha mai smesso di seguire il sentiero tracciato dai suoi nonni e dai suoi genitori col loro impegno costante nella società del loro tempo oltre che nella scienza.
Come loro, non ha mai smesso di promuovere il valore della cultura scientifica, assumendosi in prima persona la responsabilità di vigilare perché il frutto della ricerca sia reso disponibile per il benessere comune, sempre battendosi perché anche alle donne sia data la possibilità di essere scienziate. In altri termini, dalla sua famiglia non solo ha ereditato la passione per la scienza, ma ha anche imparato a esercitare il ruolo di scienziata militante.
A chi le chiede un consiglio per le persone giovani che si avvicinano alla ricerca in fisica, risponde di resistere alla crescente tendenza alla competizione aggressiva tra individui, aggiungendo che la ricerca è un’attività molto impegnativa, in cui il successo richiede un giusto equilibrio tra il coinvolgimento negli sforzi di ricerca personali e collettivi, la vita personale e familiare e le responsabilità scaturite dal fatto di interpretare il proprio ruolo di persone di scienza in un’ottica di cittadinanza attiva.
«Non ricordo molto della mia infanzia — racconta — e i miei genitori non mi hanno mai detto che avevo una nonna molto famosa! Ho qualche ricordo di Marie con me al Jardin du Luxembourg, a Parigi. I miei pochi ricordi diretti sono mescolati a fotografie, filmati di famiglia e ricordi dei miei genitori.
Avevo sette anni quando Marie è morta. La verità è che ricordo vagamente mia nonna da bambina… Ho letto di lei. Ho sentito i miei genitori parlare di Marie e del suo amore per la scienza. Vedo Marie e Pierre, francamente, […] come persone eccezionali, ma anche nella vita, come lo sono gli altri. Sono più vicini a me. Non sono personaggi mitici».

Hélène ritiene che non è affatto vero che sua nonna Marie abbia sacrificato la cura della famiglia alle sue ricerche, come molti pensano e, per dimostrarlo, nel 2011 ha voluto curare la pubblicazione dell’epistolario fra Marie e le sue figlie Irene e Eve, che ci mostra una madre molto amorevole, sempre attenta dell’educazione delle due giovani, alle quali riusciva a comunicare l’interesse per lo studio e per la cultura. E ricorda anche la passione con cui la grande scienziata sapeva trasmettere l’amore per la scienza: «Mi ha insegnato a fare i primi esperimenti. In cantina aveva una specie di laboratorio. Creavamo i cristalli e ogni giorno andavamo a controllare come crescevano, come cambiavano colore. Io ovviamente toccavo di tutto, non usavamo precauzioni, avrei potuto combinare chissà che guaio o ingerire qualche sostanza chimica».

Racconta che Marie e Pierre «amavano le gite in campagna, in bicicletta o a piedi. Pensavano che fosse molto importante per i bambini non solo studiare, ma anche essere in buona salute. Questa è una tradizione che è stata tramandata di generazione in generazione. Poche persone lo facevano, a quei tempi».
L’infanzia di Hélène è stata vissuta in un ambiente estremamente stimolante da un punto di vista culturale e fondamentalmente sereno, nonostante nella sua famiglia non siano mancati eventi drammatici. Era particolarmente brava in matematica, ma i suoi genitori le fecero scoprire e amare la fisica nucleare.
A loro nel 1935, come ai nonni 32 anni prima, era stato assegnato il premio Nobel, stavolta per la chimica. Marie, che era morta da pochi mesi, aveva fatto in tempo a rendersi conto dell’importanza della loro scoperta, la radioattività artificiale, per la quale lo avrebbero ricevuto.
Hélène frequentò il liceo femminile di Sceaux, che nel 1937 era stato battezzato Lycée Marie-Curie e inaugurato ufficialmente alla presenza dei suoi genitori e di Jean Zay, ministro dell’Istruzione nazionale del Fronte Popolare, ma nel 1944 dovette sostenere il suo esame di Baccalauréat in un piccolo e sperduto villaggio, mentre insieme a sua madre e a suo fratello cercavano di raggiungere la Svizzera per sfuggire all’occupazione tedesca. Intanto suo padre era rimasto a Parigi, dove partecipava alla Resistenza.
In quegli anni Irène e Frédéric avevano scelto di interrompere le loro ricerche, fortemente orientate nella direzione che avrebbe da lì a poco portato alla costruzione del primo ordigno nucleare. Decisero di mettere al sicuro in un luogo segreto tutta la documentazione relativa al loro lavoro, contravvenendo per la prima volta al principio — che era stato di Pierre e Marie — che i risultati della ricerca scientifica devono essere sempre messi a disposizione di tutta l’Umanità. Poi Frédéric rimase a combattere per la liberazione dai tedeschi e Irene, che in un primo tempo aveva condiviso con lui la decisione di restare, si rifugiò in Svizzera con i figli, perché gravemente ammalata.
Dopo la guerra, Hélène continuò i suoi studi all’École supérieure de physique et de chimie industrielles della città di Parigi (Espci ParisTech), nei cui laboratori Pierre e Marie Curie avevano scoperto il radio e il polonio. Qui fece la conoscenza con Michel Langevin, suo compagno di corso, che diventerà suo marito.
Per una strana coincidenza, Michel era nipote di quel Paul Langevin, anche lui un celebre fisico degli inizi del secolo, che era stato allievo di Pierre Curie e poi stretto collaboratore di Marie.
Dopo la morte di Pierre, Marie aveva attraversato un periodo di grande prostrazione, che era riuscita a superare solo impegnandosi fortemente a portare avanti le ricerche che aveva intrapreso con lui. Paul, da parte sua, stava uscendo da un matrimonio infelice. La loro intesa professionale e umana si era trasformata in una storia d’amore dalla quale era scaturito un terribile scandalo, alimentato da coloro che rimproveravano a Marie la sua origine straniera e soprattutto il prestigio che lei, una donna, si era conquistata nel mondo della scienza.
Dopo la laurea, Hélène svolse il suo dottorato presso il laboratorio di fisica e chimica nucleare del Collège de France. La tesi verteva sui fenomeni della radiazione di frenamento interna e della autoionizzazione. Dopo un periodo come tirocinante al Cnrs (Centro nazionale di ricerca scientifica francese) divenne ricercatrice a tempo indeterminato ancor prima di discutere la sua tesi, nel 1949. Una volta concluso il dottorato, cominciò a lavorare sulla spettroscopia beta-gamma e sugli esperimenti di non conservazione della parità, fino a che il laboratorio del Cnrs non si trasferì nel nuovo Istituto di fisica nucleare sorto nella periferia sud-ovest di Parigi, dove lei cominciò a dedicarsi alle reazioni nucleari a media energia.

Quel laboratorio era stato voluto da sua madre Irène, che aveva individuato il sito di Orsay, ottenuto i finanziamenti governativi e ordinato un nuovo sincrociclotrone, una macchina ingombrante che non poteva essere costruita a Parigi, all’Istituto del Radio o al Collège de France. Irène morì nel marzo del 1956, prima che il laboratorio fosse costruito e Frédérich trascorse i restanti due anni della sua vita a realizzare il progetto che aveva pensato insieme.
Il risultato fu la nascita del laboratorio Irène Joliot-Curie dell’Università di Parigi-Saclay, nel quale Hélène dal 1979 al 1983 ha diretto la divisione di fisica nucleare e dove ha continuato a fare ricerca fino al suo pensionamento nel 1992, quando le fu conferito il titolo di Direttrice emerita per il grande contributo da lei dato a quell’istituzione durante tutta la sua carriera.
Negli ultimi anni di lavoro e dopo il pensionamento ha collaborato col governo francese come componente del Gruppo consultivo scientifico dell’Ufficio parlamentare delle opzioni scientifiche e tecnologiche.
Come i genitori, si è sempre impegnata con forza per l’uso pacifico dell’energia nucleare. Suo padre era stato uno degli undici firmatari del “Manifesto Russel-Einstein”, che si concludeva con un appello accorato in favore della pace, nella consapevolezza che un nuovo conflitto mondiale rischiava di provocare la fine del genere umano. Inoltre, il grande interesse per la diffusione della cultura scientifica l’ha portata, dal 2004 al 2012 a diventare presidente dell’Unione Razionalista. Questa associazione, creata da Paul Langevin nel 1920, dal 1946 al 1955 era stata presieduta da Frédéric Joliot. Essa si pone l’obiettivo di difendere la laicità dello Stato e l’istruzione pubblica e di diffondere lo spirito e i metodi della scienza tra il grande pubblico.
Ma il più grande impegno per Hélène in questi ultimi anni è senza dubbio quello per la parità di genere nel mondo scientifico. A tale proposito, lei non si dichiara troppo ottimista: «Per prima cosa bisognerebbe combattere tutti i pregiudizi che ancora esistono sui lavori delle donne, anche in famiglia. Vorrei aggiungere però che, malgrado il concetto di parità di genere sia oggi ampiamente riconosciuto, è evidente quanto la precarietà dei contratti penalizzi in particolare le donne che fino a 40 anni non riescono ad avere una carriera stabile, quindi sono costrette a scegliere tra la carriera e la maternità, tra il lavoro e la famiglia. Anche per questo, a livello globale, assistiamo a una stagnazione del numero di donne che intraprendono le carriere Stem. Per questo ritengo che sia necessario ricreare le condizioni di lavoro stabile — non bastano le borse di studio — che permettano sia a uomini sia a donne, di accedere alla ricerca».
E, conclude: «Bisogna gettare le basi per spingere ragazzi e ragazze nei laboratori. Non basta celebrare i Curie, bisogna ispirarsi al loro modo di fare scienza».
Per saperne di più:
- Intervista a Hélène Langevin-Joliot, nipote di Pierre e Marie Curie. Consultato il 14 gennaio 2026.
- Intervista a Hélène Langevin-Joliot http://www.manhattanprojectvoices.org. Consultato il 13 gennaio 2026.
- Progrès scientifique et progrès: pour sortir de la confusion, Raison présente, vol. 194, n. 2, 2015, pp. 19-29.
- Les Joliot-Curie, au laboratoire, en famille, engagés dans les combats de leur temps. Société Française de Physique. Consultato il 15 gennaio 2026.
- Marie Curie e le sue figlie. Lettere, a cura di Hélène Langevin-Joliot e Monique Bordry, Ed. Dedalo, 2013.
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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 è dirigente scolastica. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.
