La voce dietro i banchi

Ci sono docenti che sanno, meglio di altre, intuire cosa pensano e vivono le persone, grandi o piccole, sedute ai banchi di fronte a loro ogni mattina. Le guardano negli occhi, si tolgono il cappotto e si sentono già sulla pelle i pensieri e le emozioni che aleggiano nell’aula, il clima che si respira, come arrivasse loro, magicamente, un messaggio in codice morse puntellato sui pori del collo. Sarà un talento, una sorta di intuitivo sesto senso, non so, ma io lo invidio immensamente. Il problema è che per una o uno di queste colleghe, accidenti, ce ne sono altre abbondanti migliaia che non hanno il dono dell’iper-sensibilità relazionale e che, più che sensitive, sono umili interpreti del quotidiano gioco dei ruoli docente/studenti. Noi comuni funambole dell’arte di insegnare, ci sediamo alla cattedra e attendiamo, piene di speranza, segnali evidenti a prova di imbecille, in grado di palesare, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo stato di benessere o malessere di chi ci sta di fronte. Un attacco di panico, una lacrimuccia che scappa furtiva spalmando rimmel blu notte dappertutto, uno sguardo trasognato fuori dalla finestra, figlio dell’ultimo innamoramento adolescenziale… Tuttavia, se non siamo abili osservatrici, esiste un modo infallibile per capire cosa passa nella testa dei nostri pargoli e delle nostre ragazze, durante le interminabili mattine scolastiche, uno strumento altamente efficace e abbondantemente testato, in grado di restituire un’immagine trasparente e veritiera di gran parte dei pensieri e dei sentimenti che attraversano alunni ed alunne: chiederglielo.

Lo so, siete deluse. Vi sareste aspettate qualcosa di molto più avveniristico, tipo applicazioni di elettrodi guidati dall’intelligenza artificiale o microcamere sottocutanee in grado di trasformare i battiti cardiaci in codici emotivi, invece no. Me lo dicono sempre che sono vecchia dentro, del resto. La comunicazione, il banalissimo e ultra-obsoleto scambio di parole, gesti e sguardi, è ancora la mia migliore risposta al bisogno di incontro, scambio e conoscenza profonda tra le persone. Anche a scuola. Non per niente le prime forme espressive dell’umanità risalgono forse a 500 mila anni fa, mentre il linguaggio vero e proprio, è comparso tra i 100 mila e i 50 mila anni or sono. E allora, se di scuola dobbiamo parlare con un minimo di cognizione, perché continuare a farlo da dietro la cattedra? Perché non ribaltare i ruoli, per una volta, e dar voce ai veri protagonisti e protagoniste dell’apprendimento?
Proprio questo abbiamo pensato di fare quest’anno con Vitamine vaganti, interpellando scuole di ogni ordine e grado, in giro per l’Italia, per raccogliere idee e opinioni, racconti ed esempi che loro studenti hanno voglia di condividere con noi.
Oggi, per esempio, siamo andati in una secondaria di primo grado (quella che un tempo si chiamava semplicemente scuola media) della Bassa Valtellina, dove sorge una struttura splendida, nuova di zecca, incastonata tra le Alpi Orobiche, in un paese di 4.600 abitanti, a nemmeno 300 metri s.l.m. E già ci stupiamo, noi cittadine moderne (Istat ci dice che in Italia il 55,8% della popolazione vive in città medio-grandi) nel sentire la voce di Giacomo che ci racconta: «Io a scuola, per ora, ho vissuto due sfide principali. La prima è stata il passaggio tra elementari e medie, non solo perché i compiti e lo studio sono aumentati, ma anche perché io vengo da una scuola piccola, con solo 20 bambini in tutta la scuola ed è stato un grande passo contando che adesso siamo in 18 solo nella mia classe (…)». Ebbene sì, quando parliamo di territori montani, torniamo ad accorgerci che esistono ancora realtà come le pluriclassi, dove alunne e alunni di età diverse condividono la stessa maestra, la stessa aula e lo stesso tempo scuola. Va da sé che l’ambiente protetto, piccolo e familiare di una realtà simile stride enormemente nel passaggio di grado, quando un bimbetto o una pargoletta di undici anni appena compiuti si ritrova gettata in quello che, ai suoi occhi, può apparire una riedizione dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco: le malebolge, un luogo vasto e terribile (riservato ai peccatori di frode), caratterizzato da dieci fossati concentrici, in cui i dannati sono puniti in modo specifico e sorvegliati da diavoli addetti al controllo e ai supplizi. Come dire, dalla ninna nanna al rock metal nel tempo di un’estate. Eppure, quando i genitori di chi arriva da esperienze come le pluriclassi parlano dei loro timori per il futuro dei figli o delle figlie, non lo fanno quasi mai in termini emotivi o psicologici. In genere si è preoccupati del fatto che i ragazzi e le ragazze non siano abbastanza preparate sui contenuti, che non imparino abbastanza, che non approfondiscano sufficientemente le discipline. Quello che svela Giacomo, invece, in queste sue poche parole, è proprio il contrario: non è il sapere contenutistico a essere uno scoglio o un ostacolo, ma le competenze sociali e relazionali, la capacità di sentirsi a proprio agio in contesti variegati e organizzati secondo criteri basati sui grandi numeri. È l’intelligenza sociale ed emotiva che chiede di fare il salto, di adeguarsi, di essere all’altezza. In questo dovremmo aver cura di accompagnare bambini e bambine, anziché perdere tempo a preoccuparci se sanno abbastanza di matematica e grammatica. Come sempre, la scuola del cognitivismo, da cui arriviamo tutte e tutti, ci rende educatrici miopi. E, sempre parlando di competenza emotiva, cosa dire invece delle parole di Yousra, quasi commoventi nella loro semplice verità: «A scuola ho imparato molte cose, ma in particolare ho imparato a leggere e a scrivere. Questo mi è servito perché quando i miei genitori erano piccoli, non ebbero l’opportunità di studiare dato che le scuole non erano così sviluppate in Marocco. Leggere e scrivere mi è stato utile per comunicare con le persone, per apprendere ciò che leggo come documenti, la posta per i miei genitori, messaggi… Queste due abilità mi servono ora, ma mi serviranno anche più avanti poiché sono fondamentali per trovare lavoro. La scrittura e la lettura mi rendono più sicura di me stessa e più indipendente. Per tutti questi motivi leggere e scrivere è per me essenziale, è un passo importante per la mia crescita e anche per il mio futuro. Mi serve anche per migliorarmi, e chissà magari anche per costruire un domani migliore». Senza magari, Yousra, ti prego! Se il mondo fosse tutto fatto di persone come te, il futuro che avremmo davanti sarebbe meraviglioso.

La scuola a volte funziona, accidenti, e cambia davvero in meglio la vita delle persone, riempiendola di occasioni! Le parole di questa fantastica ragazzina ci mostrano, con palese evidenza, la differenza tra chi arriva da una storia familiare di privazioni e diritti negati, e quindi sa che le cose vanno conquistate, che le opportunità non sono scontate per tutti e vanno colte con impegno e gratitudine, e chi è cresciuto nell’abbondanza, diventando cieco e dando per scontato tutto: istruzione, occasioni, possibilità, al di là del proprio investimento personale. Direi che oggi la lezione ce l’ha fatta Yousra. Molto meglio di come avremmo potuto scriverla o raccontarla noi da dietro una cattedra.

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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