Tre donne per l’Unità. Cristina Trivulzio di Belgiojoso

Il termine “partecipazione” non basta a descrivere il ruolo delle donne nel Risorgimento: rischia di ridurle a presenze marginali e occasionali in una storia dominata dagli uomini. In realtà, la loro azione fu decisiva non solo sul piano quantitativo, ma anche per i significati simbolici e politici che generò, ben oltre il 1848 e l’Unità d’Italia. Furono coinvolte come patriote a pieno titolo, seppur non poste sullo stesso piano degli uomini. Il patriottismo femminile, infatti, nacque in una contraddizione: lottare per una patria che non riconosceva la loro cittadinanza politica e sociale. Nella memoria delle loro storie persistettero l’anonimato, il sospetto morale verso chi travalicava i ruoli tradizionali e la continua identificazione del contributo femminile con i sentimenti (materni o amorosi) contrapposti alla razionalità politica maschile. Proprio questa dicotomia, però, rivelò il limite di una politica che si voleva senza sentimenti e che, nel lungo periodo, si impoverì. L’eredità delle donne risorgimentali sta dunque nell’aver posto le basi per una genealogia femminile che avrebbe alimentato i movimenti successivi e nell’aver mostrato come l’azione delle donne, pur non riconosciuta, abbia inciso profondamente sul destino nazionale.

Continuiamo quindi con la serie di donne che combatterono in nome della Repubblica Romana, in cui non può mancare la figura di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, patriota, giornalista e scrittrice italiana che si adoperò attivamente a favore dell’Unità. Nel 2021 la città di Milano le dedicò la prima statua attribuita a una personalità femminile, esclusi soggetti di iconografia religiosa o allegorici.

statua di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, artista Giuseppe Bergomi

Cristina Trivulzio nacque in una famiglia nobile e ricca nel 1808. Nonostante la perdita del padre a soli quattro anni, ebbe un’infanzia serena grazie alla madre, Vittoria Gherardini, al patrigno, Alessandro Visconti d’Aragona, e ai fratellastri. La sua istruzione avvenne solo attraverso lezioni private in casa, durante le quali l’insegnante di disegno, Ernesta Bisi, la introdusse per la prima volta alle idee liberali e progressiste, sgradite al nonno materno, Gran Ciambellano dell’imperatore d’Austria.
Dopo un matrimonio combinato rifiutato e uno non andato a buon fine (quello con il principe Emilio di Belgiojoso), Cristina riuscì a essere indipendente grazie al patrimonio familiare di 400 mila lire austriache. Le sue idee politiche cominciavano a prendere forma quando negli anni Venti iniziò a frequentare i patrioti e le patriote milanesi, attirando l’attenzione della polizia austriaca. Ben presto fu costretta a fuggire, prima in Svizzera, poi in Francia, dove conobbe lo storico Augustin Thierry e altre/i intellettuali europei e dove decise di trasferirsi definitivamente dopo che le autorità austriache le sequestrarono tutti i beni in Italia. Per un periodo riuscì a mantenersi realizzando pizzi e coccarde, fino a quando il patrimonio fu dissequestrato. Nel frattempo, aveva continuato a sostenere alcuni giornali patriottici, a finanziare iniziative mazziniane e a promuovere la causa italiana in Europa. A Parigi, dove visse in un appartamento in affitto, mantenne una vita culturale e politica intensa: fondò un salotto, frequentò e strinse amicizia con Heine, Liszt, de Musset e La Fayette, finanziò persino un tentativo di colpo di stato mazziniano in Sardegna. In questo modo Cristina Trivulzio portò la situazione dell’Italia davanti agli occhi del mondo.

La sua bellezza dalla pelle pallidissima e dai capelli neri come la pece la rendeva riconoscibile ovunque andasse. Dopo che diede alla luce una figlia, Maria, di padre ignoto, decise di tornare a Locate Triulzi (Milano), nella vasta proprietà di famiglia. In Italia, ispirata dalle idee socialiste di Fourier, si dedicò alla apertura di asili e scuole, sia maschili sia femminili, e di istituzioni di previdenza per contadini/e. Seguirono anni di studio e di attività incessante: tradusse in francese le opere di Gian Battista Vico e continuò a sviluppare le sue idee politiche, avvicinandosi alla soluzione unitaria e monarchica che anticipa il 1848. Inoltre, usò tutte le risorse a lei disponibili per diffondere il pensiero patriottico. Fondò la rivista Ausonio e strinse legami con Cavour, Balbo, Tommaseo e Montanelli.

A Roma, nel momento delle Cinque Giornate di Milano, organizzò l’“esercito Belgiojoso”: 200 volontari trasportati in piroscafo fino a Genova e poi nel capoluogo lombardo. Nell’aprile del 1849 ricevette dal Triumvirato l’incarico di direttrice del Comitato di soccorso per i feriti, con il compito di coordinare le ambulanze e le strutture di supporto agli ospedali civili. Accanto a lei Giulia Bovio ed Enrichetta De Lorenzo: insieme firmarono l’Appello alle donne romane e l’Invito del 1° maggio, in cui si chiedevano biancheria, filacce e materassi per i feriti, con parole che invitavano le cittadine a farsi protagoniste della scena politica: «Romane, coraggio! Si avvicinano i momenti nei quali faremo conoscere al mondo come da noi si onori l’amor della Patria».
Il sistema sanitario romano, ereditato dallo Stato Pontificio, era troppo fragile e disorganizzato. Cristina, consapevole del problema, iniziò una attività instancabile di sopralluoghi, dai conventi agli ospedali civili, denunciandone, in rapporti incisivi destinati ai Triumviri, la negligenza del personale e sollecitando un intervento diretto da parte del governo.
La risposta della popolazione fu sorprendente: materassi, lenzuola e biancheria venivano lanciati dalle finestre, e circa seimila donne si presentarono per assistere i feriti, tra loro povere e prostitute. Cristina selezionò le più adatte, le addestrò con criteri moderni e le affiancò ai medici, inventando in pratica il ruolo delle infermiere moderne che anticipa la missione di Florence Nightingale.
La presenza femminile provocò scandalo e resistenze. La Comunità di Santo Spirito parlava di «invasione muliebre»; il personale maschile accusò le volontarie di arrogante dispotismo. Cristina rispose con fermezza, denunciando gli abusi e sostenendo il valore delle donne anche di fronte alle critiche più moralistiche, fino a scrivere al Papa ricordando Cristo e la Maddalena. Con l’amica Jaubert raccontava la dedizione delle volontarie: «Ho visto le più depravate, le più corrotte di tutte, restare inchiodate al capezzale di un moribondo, senza mai abbandonarlo né per mangiare né per dormire, per tre o quattro giorni di fila e altrettante notti».
Dalla Trinità dei Pellegrini, Cristina progettò una riforma dell’assistenza sanitaria: propose un Comitato stabile per tutti gli ospedali, la creazione di un ospedale militare e una «casa centrale di assistenza» per l’istruzione delle donne, che dovranno imparare medicazioni, cure ed effetti dei medicamenti. Nacque così una vera e propria scuola di infermiere, un «semenzaio» di donne preparate, capaci di sostituire gradualmente il personale maschile rozzo e spesso ubriaco.
Questa esperienza, seguita dalla caduta della Repubblica, segnò un punto decisivo nella sua vita. Dopo Roma, Cristina infatti partì per l’esilio con la figlia: a Costantinopoli acquista una proprietà, fonda una colonia agricola per rifugiati italiani e continua ad assistere la popolazione locale, guadagnandosi da vivere con articoli di sorprendente realismo su Anatolia, Libano, Siria e Palestina.

Nel 1855 ottenne finalmente la restituzione dei beni confiscati dal governo austriaco e tornò in patria. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861, si ritirò dalla vita politica, trascorrendo gli ultimi anni tra Milano, Locate e il lago di Como, con il fedele servo turco Burdoz e la governante inglese miss Parker, compagni di viaggi e avventure da vent’anni.
Cristina morì nel 1871, a 63 anni, a Locate, lasciando un’eredità di coraggio, cultura e impegno civile.

In copertina: ritratto di Cristina di Belgiojoso, di Francesco Hayez (1832), Firenze (Particolare).

***

Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

Lascia un commento