Le molestie come strumento di terrorismo sessuale

Durante una lezione sul corpo, la mia relatrice mi colpì per la definizione che diede del significato di una molestia sessuale. Da lì ha origine il mio elaborato.
Nel momento in cui il soggetto femminile travalica i confini dello spazio domestico, la sua irruzione come corpo Altro, come soggetto imprevisto all’interno della sfera pubblica, costringe a un ripensamento dei termini entro i quali si è istituzionalizzata la società civile e il diritto che la sostiene.
L’irruzione di un corpo di donna, con le sue peculiarità anatomiche, tradisce l’universalità e la neutralità del diritto e, insieme, obbliga a un ripensamento delle libertà civili. Questo corpo mostra la natura sessuata della libertà maschile e vi impone un nuovo disciplinamento.
Nella nuova arena sociopolitica, ora abitata da corpi dissimili, il contenzioso inatteso riguarda la libertà dell’uno e dell’altra: nel momento in cui la sessualità femminile e quella maschile si incontrano nasce l’esigenza di ridistribuire responsabilità. Il fenomeno delle molestie sessuali mostra chiaramente i termini della ripartizione. In gioco vi sono i confini di una libertà che, nel caso degli uomini, pertiene alla possibilità di desiderare, e in quello delle donne, alla facoltà di rifiutare. La sovranità del rifiuto definisce lo spazio di libertà degli uomini, limitandone l’estensione.
In qualsiasi forma si manifesti, una molestia porta con sé il senso di una pressione sociale: stigmatizzare, oggettificare, apprezzare sono strumentali al messaggio di esclusione del femminile che il patriarcato intendente trasmettere: Questo non è il tuo posto!
Le molestie diventano allora il dispositivo strategico di un terrorismo psicologico e sessuale che induce le donne ad agire in uno stato di cosciente visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere.

La distinzione tra molestie e molestie sessuali contenuta nell’art.26 del d.lgs. n.198/2006 (Codice delle Pari Opportunità tra Uomo e Donna), con cui si intendono rispettivamente comportamenti indesiderati posti in essere per ragioni connesse al sesso e comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, sebbene sia utile per la mappatura del dominio concettuale del fenomeno, appare sfumare nel momento in cui i comportamenti molesti vengono agiti nei confronti delle donne. In questi casi, infatti, movente e contenuto si sovrappongono.
Le fattispecie considerate in questo elaborato sono le molestie sessuali di tipo fisico, ovvero quelle che si esplicitano in comportamenti intrusivi della corporeità e intimità del soggetto paziente dell’azione; quelle di tipo verbale, tipologia multiforme che ricomprende differenti tipologie di comportamenti abusanti, ognuno connotato verbalmente; le molestie non verbali, che si esplicitano attraverso strumenti, materiali, gesti e suoni privi di articolazione semantica e quelle di tipo psicologico, intese come atteggiamenti degradanti esplicitati con rimandi manifesti al corpo della donna.
La scelta di focalizzare l’indagine al contesto lavorativo, accademico e a quello urbano si deve alla quotidianità con cui tutte le donne li attraversano, in modi e momenti diversi.

La contemporanea rivitalizzazione dell’attenzione rivolta al fenomeno delle molestie sessuali si deve in particolare al movimento #MeToo che, attraverso la pratica del naming and shaming — letteralmente “nominare e svergognare” —, è riuscito a erodere il senso di impunità strutturale che fino a quel momento aveva celato nell’invisibilità i colpevoli, obbligandoli ad affrontare le conseguenze delle loro azioni e imponendo una nuova responsabilizzazione sociale e giuridica. Progressivamente si è assistito a un lento ma deciso processo di accountability. Nonostante la cascata di esperienze che hanno trovato espressione sotto l’hashtag, la conversazione che ne è derivata non è riuscita a includere tutte le diversità coinvolte: il coinvolgimento di figure celebri prevalentemente bianche, eterosessuali e abili ha permesso il riconoscimento pubblico del movimento ma, allo stesso tempo, ha offerto l’appiglio per un’ermeneutica del MeToo centrata su una un’epistemologica occidentale e razzializzata.
Sebbene abbia conosciuto una diffusione capillare, divenendo il catalizzatore di una rinnovata consapevolezza circa la pervasività delle molestie sessuali e il promotore di una presa di parola collettiva da parte delle donne, l’impatto del movimento, a seconda dei diversi contesti nazionali, con le loro determinanti sociali, politiche e culturali, è stato profondamente disomogeneo. Con riguardo al nostro Paese, qui il MeToo non ha trovato condizioni favorevoli per un’effettiva affermazione, configurandosi, in definitiva, come un’occasione mancata di avanzamento culturale e politico. Il suo fallimento sarebbe stato determinato dai retaggi culturali ereditati dall’epoca berlusconiana e dall’incapacità dei media nazionali di farsi vero e proprio strumento di denuncia a servizio delle vittime.

Il vuoto normativo che la giurisprudenza italiana sconta in relazione alla previsione e introduzione di una norma penale specificatamente dedicata a reprimere le molestie sessuali è da intendersi come inadempienza rispetto agli obblighi internazionali derivati dalla sottoscrizione della Convenzione di Istanbul (ratificata con legge 77 del 2013). In assenza di una normativa incriminatrice ad hoc, la giurisprudenza penale italiana supplisce attraverso il ricorso a una costellazione eterogenea di fattispecie delittuose, selezionandole in base alle modalità di manifestazione dell’abuso e dei beni giuridici lesi in ciascun caso.
Il fenomeno delle molestie è stato indagato anche in relazione ai regimi di frontiera e nel mondo online, con riguardo agli ambienti di gaming nel metaverso.
«Nell’attuale contesto globalizzato, il fenomeno migratorio, definito e trattato come problema da controllare e risolvere, rilancia la sovranità in declino attraverso il controllo dei confini e del territorio, ivi incluse le frontiere simboliche di una naturale differenza tra noi e loro».
Nel lessico dei protocolli umanitari, il corpo femminile “altro”, soprattutto se sovversivo rispetto ai parametri di bianchezza, progresso culturale ed etica occidentale, diviene il destinatario di dettami comportamentali e di promozione del sé impartiti dall’alto che, insieme al disinteresse rivolto alle testimonianze delle molteplici forme di abuso e molestia subite nei luoghi di origine, di transito e di arrivo, le configura quali soggetti depoliticizzati, privi di qualsiasi istanza per elaborare idee di emancipazione, giustizia e libertà proprie.

Con l’avvento dei social network e il progressivo tramonto dell’anonimato su Internet, l’idea della Rete come luogo libertario, egualitario e democratico tipica degli anni Novanta comincia a venire meno. Per alcuni e alcune la mancanza delle norme sociali che caratterizzano l’interazione faccia a faccia fa sì che la comunicazione mediata dal computer contribuisca all’esposizione degli aspetti più nocivi della violenza maschile sulle donne.
Con molestia online si definisce qualsiasi atto di abuso commesso, assistito o aggravato dall’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Sulla falsa riga delle molestie offline, quelle che si manifestano negli ambienti digitali ricalcano le medesime logiche e gli stessi intenti: escludere, zittire e ridicolizzare i soggetti femminili e la loro libertà di espressione. I videogiochi immersivi si connotano quale terreno fertile per la diffusione, la perpetrazione e l’incitamento a comportamenti aggressivi, discriminatori e molesti agiti nei confronti di soggettività appartenenti a categorie sociali marginalizzati. L’immersione garantita dalle funzionalità atte a potenziare i livelli di embodiment, ovvero la sensazione che il proprio corpo fisico sia strettamente connesso a quello digitale, rende gli individui che frequentano tali ambienti particolarmente sensibili alle esperienze prossemiche con gli/le altre utenti, contribuendo all’intensificazione dei sentimenti di abuso, ansia e insicurezza che le giocatrici percepiscono nel momento in cui taluno invade il loro spazio fisico online.
Il corpo è un elemento imprescindibile dell’esistenza umana; la nostra esistenza è inevitabilmente incarnata e l’io corporeo è sorgente di significato e punto di partenza di ogni esperienza vissuta. Ciò presupposto, nel tentativo di porre fine a questo terrorismo contro le donne in quanto donne, si rilancia la validità del pensiero della differenza che, da Irigaray a Cavarero, invita a partire dall’esperienza incarnata, quale fonte per il riconoscimento di un nuovo ordine simbolico e come condizione della relazione, rifiutando la neutralità postmoderna che riduce il corpo femminile a pura pratica discorsiva e l’esistenza dei due sessi come costruzione culturale. Adottare un’impostazione simile significherebbe, infatti, disconoscere i presupposti delle molestie sessuali e le specificità corporee che rendono le donne il principale bersaglio di comportamenti abusanti.
In una società che ci insegna a essere grate dell’attenzione maschile, in cui persiste la tendenza culturale a ritenere i corpi delle donne a disposizione delle fantasie e dei desideri degli uomini, l’importanza che si auspica venga riconosciuta alla corporeità femminile si sostanzia quale riappropriazione autodeterminata dell’esperienza incarnata.

Concludendo, sebbene si riconosca l’imprescindibilità dell’introduzione del reato di molestie sessuali nel Codice penale italiano, quale strumento potente per fissare simbolicamente i confini morali di una collettività e normare il riconoscimento dell’inviolabilità del corpo, allo stesso tempo, subentra il timore che la risposta repressiva possa finire per mettere in ombra la necessità di piani di prevenzione capaci di operare cambiamenti sociali e culturali profondi, con il rischio che anche le molestie sessuali vengano assorbite nella logica securitaria ed emergenziale.

Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/362_Fattori.pdf

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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