Un salto nel 2148. Il patriarcato diventa oggetto da museo

Secondo i più recenti indicatori, l’Italia registra uno dei tassi di occupazione femminile più bassi dell’Unione Europea, con un divario che si accentua drasticamente in presenza di figli. La maternità continua a rappresentare un fattore di esclusione dal mercato del lavoro, mentre il lavoro di cura, ancora oggi prevalentemente sulle spalle delle donne, resta in gran parte non riconosciuto né retribuito. A questo si aggiunge il gender pay gap, che non si manifesta solo nella differenza salariale diretta, ma soprattutto nella segregazione occupazionale: le donne sono sovrarappresentate nei settori meno pagati e più precari, e sottorappresentate nelle posizioni decisionali e dirigenziali.
Le disuguaglianze non si fermano all’ambito economico. Sul piano sociale e culturale, il patriarcato continua a strutturare linguaggi, rappresentazioni e relazioni di potere. La violenza di genere resta un fenomeno sistemico, che non può essere letto come una somma di episodi isolati: femminicidi, abusi e molestie si inseriscono in un contesto in cui la disparità è normalizzata, giustificata, spesso minimizzata. Anche il modo in cui la violenza viene raccontata — nei media, nei tribunali, nel dibattito pubblico — contribuisce a rafforzare dinamiche di colpevolizzazione delle vittime e di deresponsabilizzazione dei colpevoli.

Interessante la lettura che ne ha dato ActionAid, da un punto di vista retrospettivo, nella mostra “Il Museo del Patriarcato” esposta a novembre a Roma. L’idea del museo è nata a partire dall’ultimo Global Gender Gap Report, che analizzando l’andamento delle disuguaglianze sociali ed economiche stima il raggiungimento della piena parità di genere proprio nel 2148. Da qui l’intuizione: immaginare un futuro in cui il patriarcato non è più una struttura viva, ma un oggetto da museo.
«Non si può prevenire la violenza senza promuovere uguaglianza, e non si può costruire uguaglianza senza mettere in discussione le radici culturali del patriarcato. Il Mupa (Museo del Patriarcato) nasce proprio da questa consapevolezza: per sradicare la violenza serve un cambiamento profondo, che attraversi il linguaggio, l’educazione, le politiche pubbliche e la vita quotidiana. È necessario che le istituzioni vadano oltre la risposta emergenziale e si impegnino in interventi strutturali e trasformativi, capaci di agire sulle cause e non solo sugli effetti. Con il Mupa vogliamo offrire uno spazio di riflessione e di azione collettiva, per immaginare insieme un futuro in cui la parità non sia più un obiettivo, ma una realtà», dichiara Katia Scannavini, co-segretaria generale di ActionAid Italia.

Siamo nel 2148, l’anno in cui, secondo le previsioni, il patriarcato è finalmente giunto al termine. In questo futuro possibile, ciò che oggi appare come sistema radicato di potere diventa un reperto storico, da osservare e analizzare: come vivevano le donne, quali forme assumeva l’oppressione, in che modo la disuguaglianza permeava la quotidianità.
Ma guardare al 2148 significa anche interrogarsi sul presente. Perché se il patriarcato è ancora oggi un sistema attivo, le sue conseguenze sono visibili nei dati che raccontano le disuguaglianze sociali e di genere in Italia, un Paese che continua a collocarsi nelle retrovie europee sul piano della parità. In questo quadro, la mostra non si limita a immaginare un futuro distante, ma diventa uno strumento di lettura del presente: le installazioni dialogano direttamente con le disuguaglianze che ancora attraversano la società italiana, rendendo visibili quei meccanismi che spesso agiscono in modo silenzioso, quotidiano, apparentemente “normale”.
Bastano poche immagini, pochi oggetti per raccontare la violenza spesso normalizzata, talvolta invisibile, la violenza fisica ignorata, la forza dirompente degli stereotipi.
Un vestito rosso accompagnato da frasi che alludono all’abbigliamento come presunta “causa” della violenza, indica come, nei casi di stupro, la responsabilità venga frequentemente spostata dalla violenza subita al comportamento della vittima: un dispositivo narrativo che restituisce con forza il meccanismo del victim blaming, una delle dinamiche più radicate del patriarcato, quella che colpevolizza chi subisce invece di chi agisce.

Un graffito raffigurante un bambino deriso per aver indossato pantaloni rosa racconta come il patriarcato abbia imposto modelli rigidi di mascolinità, limitando l’espressione individuale e punendo ogni deviazione dalle norme stabilite.

L’interiorizzazione degli stereotipi è presente sin dalla nascita. L’esposizione contrappone due universi apparentemente innocui: da un lato i giochi destinati ai bambini, dominati dal blu e associati a guerra, competizione, violenza, pistole e automobili; dall’altro quelli pensati per le bambine, caratterizzati dal rosa e legati a maternità, cura, pulizia e dolcezza. Una divisione che, fin dall’infanzia, orienta desideri, comportamenti e aspirazioni, spingendo i più piccoli a incarnare aspettative sociali rigide e spesso diseguali.

Il linguaggio sessista e la cancellazione del femminile dallo spazio pubblico e dai mass media, che per anni ha attraversato informazione e comunicazione, sono resi attraverso l’esposizione di pubblicità stereotipate, video di conferenze sull’aborto composte esclusivamente da uomini, articoli che mettono in luce il diverso trattamento linguistico riservato a donne e uomini nella narrazione politica.
La mostra attraversa i reperti del patriarcato contemporaneo: buste paga di colori diversi per uomini e donne, ante segnate da pugni, specchi che restituiscono frasi di mansplaining. Accanto ai reperti, trovano posto le costruzioni simboliche. Tra queste, la piramide patriarcale: una struttura di mattoncini che rivela come comportamenti spesso liquidati come “superficiali” — battute sessiste, catcalling, linguaggio offensivo — costituiscano la base di una piramide ben più ampia, che sostiene forme estreme di violenza come stupri e femminicidi.

Altri elementi alleggeriscono il percorso senza svuotarlo di senso, come il tappeto su cui è possibile “calpestare il patriarcato”: un gesto semplice, quasi ironico, che invita però a riflettere su quanto sia necessario smontare, passo dopo passo, un sistema che per secoli ha regolato corpi, parole e potere.

Immaginare il patriarcato come un reperto museale non è soltanto un espediente narrativo, ma una presa di posizione culturale e politica. Il Museo del Patriarcato dimostra come le disuguaglianze non appartengano a un passato remoto, ma siano il prodotto di un sistema che continua a operare nel presente, spesso in forme normalizzate e invisibili. Per questo un’esperienza come questa non dovrebbe restare confinata nel tempo e nello spazio di una mostra temporanea, ma trasformarsi in un progetto culturale e didattico permanente, capace di attraversare scuole, università, spazi pubblici e contesti sociali differenti. Rendere il museo itinerante e accessibile significherebbe riconoscere che la decostruzione del patriarcato non è un momento simbolico, ma un processo lungo e collettivo, che passa dall’educazione, dal linguaggio e dalla responsabilità condivisa della società.

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Articolo di Margherita Brescia

Laureata in Cinema e nuovi media con una tesi sull’influenza dei media nella costruzione degli stereotipi di genere, è attualmente studente magistrale in Giornalismo. I suoi interessi ruotano attorno alla comunicazione, ai media e alle tematiche di genere, con particolare attenzione al modo in cui l’informazione contribuisce a modellare l’immaginario collettivo.

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