Le “tette delle monache” sono dolci squisiti tipici di Altamura, in provincia di Bari. La pasticceria più rinomata che le produce è proprio quella delle monache clarisse, che avrebbero inventato la ricetta quattro secoli fa e che le vendono ancora oggi nell’antica pasticceria del convento di Santa Chiara dall’insegna scritta a lettere d’oro. Le monache di clausura del convento sono sempre meno numerose e le pasticciere, rimaste in due, ricevono la collaborazione di alcune persone all’esterno. Il lavoro alla confezione dei dolci, come la preghiera e il silenzio, fa parte dei loro voti. Le specialità delle clarisse devono il nome, evidentemente, all’aspetto dei manufatti e alle produttrici. Altre pasticcerie altamurane producono lo stesso dolce rivendicandone il primato qualitativo, ma chi se ne intende sostiene che le tortine di pandispagna farcite di crema del convento siano impareggiabili. Una di queste pasticcerie rivali è salita agli onori della cronaca per la sua pubblicità: una locandina che ritrae una ragazza giovanissima e sorridente in abito da suora con due dolci seniformi all’altezza del petto e la scritta: «Entra e assaggia le Tette delle monache» con traduzione (in verità piuttosto maccheronica) in inglese: «Taste our Nun’s tits cakes». La cosa ha causato clamore e sollevato proteste. Sulla stampa locale è stato messo in risalto il fatto che la locandina sarebbe stata generata dall’intelligenza artificiale.
Le notizie pubblicate lasciano qualche perplessità. La cosiddetta intelligenza artificiale, di cui si parla molto (e spesso a sproposito), appare come il male assoluto anche perché la vox populi la considera dotata di volontà propria e non come uno strumento, il che solleva l’autore o l’autrice da qualunque responsabilità, ma la pubblicità, anche la più becera, è considerata dagli stessi addetti ai lavori “il secondo mestiere più antico del mondo”. Negli ambienti produttivi in cui l’immagine della persona umana è sempre stata fondamentale, primo fra tutti quello del porno, l’i.a. ha creato un certo scombussolamento, anche perché rende possibile l’utilizzo di fotografie qualsiasi per produrre contenuti hard e la giurisprudenza di mezzo mondo sta lavorando per capire in che modo limitare l’uso dei software che attribuiscono caratteri fisici di persone famose a contesti espliciti o “nudizzano” filmati originariamente innocui. A Hollywood sono fioccate molte denunce, ma qualche sex worker virtuale ha già fatto molti soldi sfruttando le nuove possibilità tecnologiche. Probabilmente le proteste faranno desistere quella pasticceria dal tenere in mostra la locandina, ma intanto la pubblicità se l’è già fatta e non ci vorrà molto perché a qualcun altro vengano altre idee geniali e redditizie da realizzare in quattro e quattr’otto con la solita “intelligenza artificiale”, a spese delle monache o di altre donne.
Quanto al nome, i buonissimi dolci altamurani non hanno mai destato scandalo, essendo in compagnia con altri generi alimentari dalla denominazione ecclesiastica, quali le “cosce di monaca” (prugne di forma allungata), il “cappello del prete” (un taglio di spalla di carne bovina), o il “boccone del prete” (definito eufemisticamente il “sottocoda” del pollo). È comunque da notare che termini del genere, bonariamente accettati e che fanno sorridere, denotano una profonda differenza fra il maschile e il femminile, e le preposizioni articolate “della” e “del”, benché grammaticalmente simili, hanno significati ben diversi. I vari cibi “del prete”, sebbene riguardino anche parti anatomicamente impronunciabili dei volatili, ricordano che al chierico è sempre stata destinata la parte migliore ed è a lui che, nei secoli, sono state versate prebende e decime: è un possesso. I cibi che citano le monache, invece, si riferiscono al loro corpo e le sessualizzano. La risatina a commento non manca mai — suvvia, scandalizzarsi per una sciocchezza simile sarebbe bigottismo, no? — ma le monache altamurane non ridono, tanto è vero che quei dolci li hanno sempre chiamati “sospiri”, nome perfetto data la loro leggerezza. E i nomi, come sa bene chi frequenta Toponomastica femminile, sono non mera forma ma sostanza.
A questo proposito la buona notizia è che, dopo centotrentasette anni, sulla torre Eiffel i nomi di settantadue scienziati avranno compagnia. Gustave Eiffel aveva infatti apposto sulla sua torre i nomi dei francesi che avevano reso onore in campo scientifico al Paese nei cento anni intercorsi fra il 1789, data d’inizio della Rivoluzione, e il 1889, anno della Esposizione universale parigina e della costruzione della torre. Ora la sindaca Anne Hidalgo ha approvato la lista di settantadue scienziate — preparata da una commissione presieduta dall’astrofisica Isabelle Vauglin e da Jean-François Martins, presidente della società che gestisce la torre — i cui nomi saranno collocati accanto a quelli dei colleghi uomini entro il 2027. Era ora. Come quelli dei colleghi maschi, e come l’insegna della pasticceria delle clarisse di Altamura, i nomi delle scienziate saranno scritti a lettere d’oro.
Apriamo la rassegna degli articoli di questa settimana con La Shoah vista dalla Toscana: Le mura sorde, che espone le iniziative per il Giorno della Memoria a Pescia, in particolare la presentazione del libro “Le mura sorde” di Gabriella Nocentini (2025), dedicato alla storia del campo di internamento e poi di concentramento di Villa La Selva, a Ponte a Ema (Firenze). Attraverso nuove fonti archivistiche e testimonianze inedite, l’autrice ricostruisce le condizioni di vita degli e delle internate dal 1940 al 1944, la deportazione degli ebrei verso Auschwitz e Bergen-Belsen e il ruolo attivo del regime fascista nella persecuzione razziale. Il libro restituisce dignità e memoria alle vittime, spesso dimenticate anche dalla popolazione locale, e riflette sul significato attuale del “mai più”. L’evento ha sottolineato l’importanza della memoria storica, delle microstorie e dell’impegno civile verso le giovani generazioni, concludendosi con testimonianze dal pubblico e un richiamo alle parole di Primo Levi. Scopriamo anche un altro libro con la recensione di “Ogni mattina a Jenin”, il romanzo di Susan Abulhawa che espone la storia del popolo palestinese attraverso la vita di Amal, nata nel campo dei profughi/e di Jenin dopo la Nakba del 1948. Partendo da un villaggio palestinese pacifico, il testo attraversa espulsioni, violenze, guerre e massacri, intrecciando la grande storia del conflitto israelo-palestinese con le vicende intime di una famiglia distrutta e dispersa. Attraverso l’infanzia, l’esilio, l’istruzione, l’emigrazione negli Stati Uniti e il ritorno in Palestina, Amal diventa testimone del dolore, della perdita e della resilienza del suo popolo. Il libro, scritto dal punto di vista delle vittime, unisce memoria storica e narrazione emotiva, invitando chi legge a confrontarsi con l’ingiustizia subita dal popolo palestinese e con l’indifferenza della comunità internazionale.
Il 4 febbraio 1926 veniva emanata la legge n.237. Come nasce una dittatura. Le leggi fascistissime avrebbero completamente stravolto lo Statuto albertino, costituzione flessibile e perciò modificabile con una fonte del diritto primaria. Ne scrive l’autrice dell’omonimo articolo, con una serie di riflessioni preziose.
Guardiamo ora all’attualità: Dal libero consenso al “dissenso”. Un disegno di legge stravolto denuncia l’alterazione di un disegno di legge che avrebbe dovuto introdurre in Italia il principio del consenso esplicito, in linea con molti Paesi europei. Dopo un accordo bipartisan alla Camera, il testo è stato riformulato sostituendo il consenso con il concetto di dissenso, spostando di fatto l’onere della prova sulla vittima. L’autrice analizza quanto questa modifica possa rimettere sotto accusa i comportamenti della donna, riaprendo ambiguità interpretative e rendendo più difficile dimostrare la violenza, ignorando che silenzio o incapacità di reagire non siano prova di consenso. #microfemminismo. Quando le dimensioni non contano per approfondire il fenomeno del microfemminismo come una pratica quotidiana, fatta di piccoli gesti sovversivi che aiutano a scardinare il patriarcato soprattutto tra le nuove generazioni. Nato come fenomeno social, mostra quanto gli stereotipi di genere siano profondamente radicati nel linguaggio, nei comportamenti e nelle abitudini sociali con esempi di sovversione linguistica, sociale e di microfemminismo “cazzimma”, fatto di risposte ironiche e assertive a domande e atteggiamenti sessisti. Con Mai più invisibili. Accendiamo i riflettori sulle storie che non fanno rumore riflettiamo, ora, sull’importanza di dare visibilità alle “donne invisibili”: donne comuni che, pur senza riconoscimenti pubblici, contribuiscono in modo decisivo al benessere sociale, culturale e umano. L’autrice critica una narrazione dominante che valorizza solo l’eccezionalità e il successo visibile, sostenendo invece il valore politico e trasformativo delle microstorie quotidiane. Attraverso esempi concreti di donne che agiscono nel silenzio — nella cura, nel lavoro, nell’attivismo e nella creatività — il testo mostra come il cambiamento nasca spesso lontano dai riflettori. Da questa visione nasce il contest “Racconta la tua donna invisibile”, promosso da Donnemente, che invita a raccontare storie di donne significative per trasformarle in memoria collettiva e contrastare l’oblio, riaffermando che nominare e raccontare è un atto politico.
Esploriamo, ora, le diverse figure femminili presenti in questo numero.
Marguerite Durand, protagonista di Calendaria di questa settimana, intraprese inizialmente una carriera come attrice per poi avvicinarsi alla politica e al giornalismo fondando “La Fronde”, il primo quotidiano interamente diretto, scritto e gestito da donne con lo scopo di difendere i diritti femminili e promuovere l’uguaglianza. Il giornale divenne un punto di riferimento del femminismo francese, sostenendo battaglie come il suffragio, l’accesso delle donne alle professioni, la partecipazione alla vita politica e culturale e la difesa della giustizia. Anna Freud, ultima figlia di Sigmund Freud seppe trasformare il ruolo di “figlia prediletta” in un percorso intellettuale autonomo e rivoluzionario. Fuggita dal nazismo si stabilì a Londra dove, durante la Seconda guerra mondiale, si dedicò insieme a Dorothy Burlingham all’assistenza dei minori colpiti dal conflitto. Fondò la “Psicologia dell’Io” sistematizzando lo studio dei meccanismi di difesa come elementi fondamentali dello sviluppo psichico. Della storia imprenditoriale della famiglia di Benedetta Rossi, fondatrice del marchio “Nina Leuca”, leggiamo in Lucia e Maddalena Santorufo: le origini di una storia imprenditoriale (quasi) tutta al femminile, celebrando anche una genealogia femminile che ha saputo tramandare l’arte della tessitura e della sartoria per sei generazioni. Una storia che inizia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento a Lecce con un laboratorio di sartoria e che, grazie alla qualità dei tessuti, al taglio su misura e alla modisteria, divenne un punto di riferimento per l’aristocrazia del Sud Italia. Il filo della storia illustra l’evoluzione del Distretto di Carpi, dalla lavorazione delle trecce di paglia nel Cinquecento alla moderna industria della maglieria e dell’abbigliamento. Al centro c’è il ruolo decisivo delle donne che per secoli hanno lavorato a domicilio, sostenuto le famiglie e guidato le trasformazioni produttive. Di fronte a crisi, guerre e cambiamenti della moda, il territorio seppe riconvertirsi con successo, dando vita a un modello industriale diffuso e flessibile. Figure femminili come Adelaide Menotti, Libera Garuti, Leda Tirelli e Odette Gualdi Molinari incarnano questa storia collettiva di lavoro, inventiva e imprenditorialità che ancora oggi caratterizza Carpi.
Dal racconto di un’escursione in Valle d’Aosta in occasione della prima nevicata autunnale, La prima neve di settembre offre una riflessione sulla bellezza e sulla fragilità dell’ambiente montano, celebrando il legame profondo tra gli animali, il territorio e il ciclo delle stagioni; la rubrica Scatti urbani. Murcia ci porta ancora alla scoperta di una nuova città con fotografie in bianco e nero.
Se è verde è solo broccolo? No! è la ricetta vegana che chiarisce la distinzione tra il broccolo “classico” e le cime di rapa, spesso confusi tra loro. Con un riferimento alle proprie origini pugliesi, l’autrice si sofferma anche sulle diverse varietà di cime di rapa in base al periodo di raccolta per poi proporre la gustosissima ricetta delle orecchiette alle cime di rapa con un tocco gourmet, come l’aggiunta di taralli sbriciolati.
Il gennaio di Toponomastica femminile offre un resoconto di tutte le attività svolte in questo mese dalla nostra associazione.
Prima di lasciarci un pensiero va a Maria Rita Parsi, esperta di diritti dell’infanzia, che ci ha lasciato il 2 febbraio scorso.
Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco
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Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e qualcos’altro in una blues band.ciali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
