Il filo di questa storia si allunga, si allunga, si allunga… fino ad arrivare al Cinquecento. È infatti dal Cinquecento che si trova traccia, in provincia di Modena, di un’attività che, pur modificandosi nel tempo, costituisce ancora gran parte della ricchezza del territorio che i modenesi chiamano “Bassa”.
La “Bassa” modenese si stende a nord della città di Modena ed è ricchissima di acque, il che favorisce la crescita di salici e pioppi. Già dal Cinquecento, soprattutto nella zona del cosiddetto Distretto di Carpi (comuni di Carpi, Cavezzo, Concordia, Novi e S. Possidonio e territori limitrofi), si scoprì che, tagliando in strisce sottilissime i rami di queste piante, se ne potevano ricavare dei trucioli che erano molto flessibili e potevano essere lavorati. Questi trucioli erano chiamati paglie e pagliaro colui che li produceva. Il pagliaro, dopo averle trattate con zolfo per mantenerle bianche,consegnava le paglie a una partitante, colei che le consegnava a domicilio, per conto di più imprese, alle trecciaiole.
Le trecciaiole (prevalentemente contadine, che intrecciavano le paglie nel tempo lasciato libero dai lavori domestici e da quello nei campi o in inverno) formavano le trecce in modo velocissimo e abile, contribuendo con il loro guadagno a un’importante integrazione del reddito familiare. La partitante ritirava le trecce finite e le consegnava alle imprese con cui era collegata, che producevano cappelli di paglia. I cappelli modenesi erano così pregiati che già nel Seicento avevano mercato non solo in Italia, ma anche a Londra, Parigi, in Svizzera e in Germania, nelle Americhe.


Fra coloro che si dedicarono alla produzione delle trecce e dei cappelli, si distinsero alcune donne, fra cui Bice Ascari, elencata fra gli industriali del truciolo nel censimento di Carpi del 1921.
Un’altra donna importante per la treccia fu Adelaide Menotti Mazzoni. Nata a Migliarina di Carpi nel 1813, nipote del patriota Ciro Menotti, impiccato dal duca Francesco IV d’Este per il tentativo di rivolta dei carbonari modenesi del 1831, a 22 anni si sposò ed ebbe nove figli, di cui quattro morti in tenera età. Provenendo da una famiglia legata all’industria del truciolo, sviluppò la passione di inventare nuove forme di intrecciare le paglie. Adelaide Menotti collaborò con il nonno Giuseppe Menotti (il padre di Ciro) nella conduzione delle fabbriche di cappelli di paglia, che in quegli anni si stavano affermando sui mercati italiani ed esteri, ed è ricordata come donna di «fantasia instancabile e di mano virtuosa, un insieme di abilità e di gusto singolarissimi». Alcuni suoi campioni di trecce furono esposti al pubblico nell’estate del 1846, suscitando ammirazione sia per «il numero sorprendente de’ trucioli sia per la rara maestria ond’erano formati», ai quali aggiungeva la novità dei trucioli colorati. Le sue capacità, unite al “fervore produttivo” di Giuseppe Menotti, consentirono alla loro impresa di innovarsi con prodotti sempre più differenziati e personalizzati, realizzati con le più nuove tecniche produttive. Adelaide Menotti morì a soli 35 anni, pochi mesi dopo la nascita della figlia Virginia, ma le sue trecce sono arrivate fino a noi grazie ad alcune fotografie.

Le trecciaiole, vista la richiesta del mercato, crebbero velocemente di numero e, rendendosi conto di dover essere più garantite sul lavoro (che era a cottimo), crearono delle cooperative, una delle quali (quella di Migliarina di Carpi) durò fino agli anni Ottanta del secolo scorso.
Lo scoppio della I guerra mondiale fece però diminuire la richiesta di trecce e di cappelli e alcuni imprenditori provarono a dedicarsi ad altre produzioni. In particolare, fu sperimentata quella per le reti mimetiche, che era svolta soprattutto dalle donne. Alcuni imprenditori si dedicarono invece alla produzione di maglie e camicie, utilizzando la rete già esistente per le trecce di paglia: pagliari, partitanti e lavoratrici a domicilio.
Anche durante il periodo fascista il settore della treccia conobbe diverse difficoltà, soprattutto quelle legate alla rivalutazione forzata della Lira sulla Sterlina (la cosiddetta “quota novanta”) nel 1926, che danneggiò in modo significativo i produttori che commerciavano con l’estero, come avvenne poco dopo con il crollo del commercio mondiale a seguito della grave crisi economica del 1929-1932.

Finita la II guerra mondiale, un altro importante cambiamento avvenne ai danni di chi produceva cappelli: i gusti della moda mutarono profondamente e il cappello non era più indispensabile nelle occasioni pubbliche. Nel modenese, si diceva che, quando le donne uscivano dalla messa, vedendo i caplein (cappellini) e i scialtein (scialletti), si poteva distinguere a quale classe sociale appartenessero. I cappellini erano esibiti dalle donne più agiate, gli scialletti da coloro che appartenevano alle classi sociali più povere, ma la quasi totale scomparsa dei cappellini fece cadere in disuso il modo di dire.
La rete delle trecce dovette quindi modificarsi completamente. Per la produzione di camicie il passaggio non fu molto impegnativo; molte famiglie contadine possedevano già la macchina per cucire e le relative competenze, vista l’abitudine di confezionare gli abiti in casa. Più complicato fu invece il passaggio per la maglieria, sia per le nuove abilità che richiedeva sia soprattutto per l’alto costo della macchina rettilinea. Per acquistarla le famiglie impegnavano i risparmi familiari o, più spesso, interminabili e impegnative rate. Negli anni Cinquanta, nella zona di Carpi, si calcola che siano state vendute non meno di 20.000 macchine rettilinee per maglieria.


Nel passaggio dalla lavorazione del truciolo alla maglieria e all’abbigliamento, l’esperienza di far ricorso, come per le paglie, alle lavoranti a domicilio fu riutilizzata e potenziata. Gli imprenditori effettuavano all’interno dell’azienda solo la preparazione dei modelli, mentre la produzione era affidata a piccoli laboratori artigiani e soprattutto alle lavoranti a domicilio. Di portare il lavoro a casa si occupava quasi sempre il o la gruppista, una persona di fiducia dell’imprenditore che riceveva gli ordini dal committente, recapitava a casa i filati o i semilavorati e, a lavoro finito, ritirava i manufatti. A questo punto il committente eseguiva i lavori di finitura e la spedizione.

Emblematica di questa fase della produzione del distretto di Carpi è la vita di Libera Garuti. Nata nel 1904, iniziò a lavorare come partitante per le trecciaiole, poi, al momento dell’avvio della produzione della maglieria, divenne gruppista. Severa nell’aspetto e nei modi, era in realtà molto sensibile alle necessità del prossimo e lo dimostrò con il suo testamento nel 1998. Lasciò, infatti, tutti i suoi beni al Comune di S. Possidonio, dov’era nata, chiedendo in cambio solo di essere ricordata, il 25 aprile di ogni anno, con un mazzo di garofani rossi sulla sua tomba (era stata staffetta partigiana durante la Resistenza). Il Comune di S. Possidonio continua ancor oggi a deporre i garofani e, con la sua eredità, ha costruito una comunità-alloggio per anziani, ancor oggi funzionante, che ha chiamato “Libera” in suo onore.
Sia la produzione di maglia sia quella di abbigliamento cambiarono radicalmente il lavoro a domicilio: da attività secondaria la produzione di maglie e abiti divenne l’attività principale delle donne, spesso aiutate dall’intera famiglia, che traeva da ciò la principale fonte di reddito, abbandonando il lavoro nei campi.

Per tutti gli anni Cinquanta l’abbigliamento prodotto a Carpi ebbe un prezzo alquanto basso ed era destinato ai segmenti medio-bassi del mercato. In concomitanza con l’allargarsi dei mercati, alcuni imprenditori compresero che si doveva spostare in alto la qualità del prodotto, anche per far fronte alla concorrenza, sul basso prezzo, dei Paesi orientali. E anche in questo passaggio furono le donne ad avere un ruolo di primo piano.
Leda Tirelli (1928-2025) nel 1951 sposò Clodo Righi (detto Dino), industriale carpigiano del tessile e fondatore, insieme al fratello Cleomede, della “Frarica”, storica fabbrica di camicie, fra cui la famosa “camicia coi baffi” della pubblicità con Maurizio Costanzo. Dopo aver cresciuto i due figli, Leda Tirelli entrò in azienda, occupandosi dapprima del taglio e in seguito della direzione operativa dell’impresa. Dipendenti, sindacati e concorrenti le riconobbero sempre competenza, onestà e coerenza, anche quando fu costretta a prendere decisioni difficili, motivate dal ridimensionamento dell’azienda. Nel 1994 fu nominata Commendatore della Repubblica. Il suo legame con il territorio fu dimostrato nel 2004, quando si candidò a Sindaco di Carpi alla guida della lista di Alleanza Nazionale ed entrò nel Consiglio Comunale. Fu candidata al Consiglio Comunale anche nel 2014, in appoggio a un candidato sindaco di centro destra, ma non fu eletta.

Nell’ambito dell’abbigliamento, fu forse Odette Gualdi Molinari la prima industriale del tessile di Carpi a compiere il salto verso il prodotto di alta classe. Nel 1938 aveva sposato Guido Molinari, di origini ravennati, appassionato di auto e motori, con il quale ebbe fino alla fine un rapporto strettissimo, tanto che fu definita «la fonte di ispirazione di tutto quello che [Guido] ha fatto». Negli anni fra il Cinquanta e il Sessanta fondò a Carpi il maglificio di lusso “Molly”, inizialmente al piano terra della sua villa e successivamente nella sede appositamente costruita per lei dal marito.
Efficiente, dinamica e dotata di piglio dirigenziale, nella sua attività fece sempre prevalere il piacere dell’invenzione, la capacità di prevedere le esigenze delle sue clienti, l’abilità nel proporre e far accettare le sue invenzioni. Si dice che “la signora Odette” si muovesse nel suo maglificio come una sarta d’altri tempi o come la padrona di un salotto borghese.
Accanto a lei crebbero e compirono l’apprendistato le due figlie gemelle Licia e soprattutto Anna Molinari, che fondò in seguito il marchio Blumarine.
Oggi, oltre a Blumarine, hanno sede a Carpi i marchi Twin Set (fondato da Simona Barbieri), Denny Rose (creato da Daniela Malpighi), Gaudì, Navigare e LiuJo e non è un caso che il Comune di Carpi abbia dedicato una via alle trecciaiole e una alle magliaie. Va però sottolineato che il sistema che ha consentito al Distretto di Carpi di diventare un importante punto di riferimento per la maglieria e l’abbigliamento è dovuto non tanto a singole persone, ma al lavoro, alla capacità imprenditoriale e all’inventiva di migliaia di persone (soprattutto donne) sia nei paesi sia nelle campagne, che riuscirono a creare una rete pur senza appartenere a nessuna organizzazione che li associasse e a mantenere un certo equilibrio sociale.
Attualmente, molte imprese del Distretto producono anche in conto terzi per le grandi firme della moda, come Armani, e tante hanno a capo una donna, ma di questo riparleremo.
La nostra storia finisce qui, ma il filo con cui è iniziata avvolge ancora il Distretto di Carpi e soprattutto le sue donne con un caldo abbraccio.


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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.
