Quando si avvicina il Giorno della Memoria ovunque si moltiplicano le iniziative: compaiono pubblicazioni con nuove scoperte archivistiche, escono diari e testimonianze inedite, documentari e film (i bellissimi La zona di interesse e Lezioni di persiano, fra i tanti) trovano spazio sui canali televisivi, si realizzano sceneggiati che aggiungono particolari e situazioni poco note, come il recente Morbo K., andato in onda su Rai 1. In molte città si tengono cerimonie, manifestazioni, mostre, eventi e si pongono pietre di inciampo in ricordo delle vittime della Shoah. Il Giorno della Memoria fu introdotto in Italia con la legge n.211 del 20 luglio 2000 e fu celebrato dal 27 gennaio successivo; la data prescelta ricorda infatti il momento in cui l’Armata Rossa sovietica liberò il lager di Auschwitz. Nel 2005 la celebrazione fu adottata a livello internazionale, con una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu. Anche a Pescia (Pistoia) la Giornata è stata degnamente ricordata: mercoledì 28 gennaio, alle ore 16, presso la bella sede dell’Archivio di Stato è avvenuta la presentazione del libro Le mura sorde di Gabriella Nocentini, edizioni Apice libri (2025).
L’evento era organizzato da Storia e Storie al Femminile, Sezione speciale dell’Istituto Storico Lucchese, con il patrocinio dei comuni di Pescia e di Uzzano, i cui sindaci hanno portato il loro saluto al pubblico intervenuto. La commissaria della Sezione Sandra Magnani ha presentato l’opera e introdotto la relatrice.


Il pregevole lavoro della studiosa fiorentina, ex-docente, saggista e narratrice, si inserisce in un ambito scarsamente noto e ancor meno studiato della nostra storia recente: viene indagata infatti la triste vicenda di Villa La Selva di Ponte a Ema, presso Bagno a Ripoli, da quando fu requisita e divenne un campo di internamento per civili nel 1940. Dopo l’8 settembre 1943 fu trasformato in campo di concentramento provinciale per le persone ebree catturate, dirette poi al lager di Auschwitz, e per ebrei anglo-libici, destinati invece a Bergen-Belsen. Il campo venne liberato dalla Brigata Rosselli il 9 luglio 1944.
L’autrice si è avvalsa di nuove testimonianze, ricognizioni archivistiche, documenti qui pubblicati per la prima volta e finalmente resi noti persino alla popolazione della zona, spesso ignara di quanto avveniva in un luogo tanto vicino meritevole del giusto ricordo. Nocentini non è nuova a simili indagini, infatti ha già pubblicato vari studi sulle deportazioni e singole figure come la sopravvissuta slovena Maria Rudolf e Dino Francini, morto nel micidiale sottocampo di Gusen; ha affrontato anche personaggi del mondo della moda come la straordinaria “artigiana del tessuto” Dianora Marandino (Vv n. 46) e dell’ambito scolastico come la creativa maestra Elena Salvestrini attiva in gioventù a Ponte Sestaione (Pistoia), la cui biografia è inserita alla voce Memorie sul nostro sito. Da citare pure l’originale descrizione delle bellissime maschere ancora diffuse in Sardegna, terra a lei molto cara, con i relativi carnevali (Vv n.155).

Nei loro interventi i sindaci Riccardo Franchi e Dino Cordio hanno sottolineato l’importanza del ricordo e delle testimonianze dirette, finché sarà ancora possibile, affinché sia “memoria” ogni giorno, messaggio di rispetto, condivisione, accoglienza, specie a vantaggio delle giovani generazioni. È stato annunciato che nel comune di Uzzano il 31 gennaio verrà inaugurata una pietra d’inciampo in ricordo di Leonetto Pallini, una delle tante sconosciute vittime della Shoah, mentre già da tempo il Centro polivalente è stato dedicato all’eroica coppia di coniugi Amina Nuget e Umberto Natali, Giusti fra le nazioni, protagonisti di una delle mille microstorie da studiare e valorizzare.
Sandra Magnani ha fatto riferimento al titolo del libro di Nocentini: perché “mura sorde”? Perché, come la storiografia ci spiega, anche qui in Toscana l’ambiente circostante al campo fu insensibile alle sofferenze, non capì o non volle capire cosa accadeva, non si chiese chi fossero e che fine facessero quelle persone quando venivano trasportate altrove. L’autrice, prendendo la parola, non ha potuto ignorare quanto avviene oggi, domandandosi se il bello slogan a cui per molto tempo ha creduto, “mai più”, sia sempre valido mentre assistiamo impotenti e spesso in silenzio alle tragedie di Gaza e di altre parti del mondo. Ha iniziato quindi, utilizzando slide, a spiegare il senso e il contenuto del suo lavoro, partendo proprio dalla villa che era di proprietà della famiglia Ottolenghi, una della cinquantina di residenze che furono requisite in Italia con i medesimi scopi, di cui si sa molto poco.
Oggi è stata suddivisa in appartamenti e l’unica traccia di quello che fu è una lapide posta purtroppo lontano dall’edificio e quasi invisibile.

Nella prima parte del volume, che tratta il periodo fino all’8 settembre, vengono spiegate sia la scelta delle sedi sia le condizioni degli internati: tutti uomini, per 220 posti letto, ma con una sola vasca a disposizione per lavarsi, e condizioni di grande disagio per l’affollamento, la sporcizia, la carenza di servizi igienici, la mancanza di riscaldamento e il cibo pessimo. Erano greci, slavi, italiani, ebrei e non ebrei, ritenuti pericolosi dal regime, internati in base a circolari del Ministero degli Interni, che era nelle mani di Mussolini. Particolarmente penosa la condizione degli anglo-libici che arrivarono già provati dal viaggio, ma che poi nel lager di Bergen-Belsen sopravvissero quasi tutti.
Nella seconda parte viene trattato il periodo seguente, fino alla liberazione a opera dei partigiani della Brigata Rosselli; al momento dell’armistizio ci fu parecchia confusione ovunque, come si sa, e anche da questa villa, su 190 uomini, 50 slavi e due ebrei poterono uscire. Ma ben presto la Repubblica di Salò, pur senza dirette sollecitazioni da parte tedesca, fece sua l’ideologia razzista e antisemita con grande zelo e con una semplice ordinanza si procedette al rastrellamento di intere famiglie ebree; fu così che giunse tanta gente, per cui furono allestite persino le soffitte. Cominciarono anche le deportazioni: con il primo convoglio da qui partirono in 44, alla volta di Milano, al famoso binario 21 di cui molte volte ha parlato Liliana Segre; ne sopravvissero due. Il secondo convoglio fu diretto a Fossoli, e nel libro Nocentini aggiunge dettagli di grande interesse e fa l’elenco e la storia delle persone internate perché ogni individuo ha diritto alla sua dignità, al suo ricordo. Dopo la liberazione del campo due famiglie, con gravissimo rischio, ritornarono a vivere dentro la villa, fino all’aprile del 1945, a testimonianza della mancanza di alloggi e di sicurezza all’esterno. Questo luogo di dolore fu poi chiamato “Villa profughi” perché ospitò, finita la guerra, donne e uomini sopravvissuti, reduci dai campi di sterminio e di concentramento. In conclusione del suo intervento l’autrice ha voluto dedicare un pensiero commosso a due giovani donne ebree che finirono tragicamente le loro esistenze.
Anna Disegni Vogelmann era una insegnante che fu uccisa con la figlioletta al suo arrivo nel lager, mentre il marito Schulim sopravvisse perché era un uomo robusto, un bravo tipografo e conosceva la lingua tedesca essendo di origini polacche; fu impiegato dai comandi nazisti che avevano avuto l’idea di immettere sul mercato sterline false. È una figura che si ritrova nel film Schindler’s list (1993), unico italiano inserito nella lista.
L’altra è Carolina Lombroso Calò, madre di tre figli e incinta del quarto, che verrà partorito sul treno per Auschwitz; sappiamo che in qualche modo era stata avvertita del pericolo di rastrellamento, ma non se la sentì di fuggire; anche lei e i suoi bambini Elena, Renzo, Alberto furono uccisi appena giunti nel lager. Il marito Eugenio Calò invece morì da partigiano nel 1944 nella strage di San Polo, in un conflitto a fuoco per cui ricevette la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Al termine alcune signore del pubblico sono intervenute sia per apprezzare il prezioso lavoro svolto da Gabriella Nocentini sia per raccontare le toccanti esperienze vissute dai loro padri, internati militari che riuscirono a ritornare, pur piegati nel fisico e nel morale. Degno commiato per un pomeriggio all’insegna della riflessione e dell’impegno, a cui ben si accordano i seguenti versi di Primo Levi: «Meditate che questo è stato:/Vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore/Stando in casa andando per via,/ Coricandovi alzandovi;/Ripetetele ai vostri figli».
In copertina: Uzzano (PT), Centro polivalente Amina Nuget. Foto di Laura Candiani.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
