Ci sono donne che non hanno una via intitolata, né una piazza, né una targa, non hanno un palco, un microfono o una biografia su Wikipedia, eppure tengono insieme pezzi di mondo.
Sono le donne invisibili, quelle che fanno cose straordinarie nella quotidianità, nella cura, nel lavoro, nell’impegno civile, educativo, sociale. Donne che incidono profondamente nella vita degli altri senza mai diventare “notizia”.
Eppure, se vogliamo davvero un cambiamento, soprattutto culturale, che possa penetrare nella mentalità e che aspiri a rendere la nostra società realmente più equa, probabilmente è proprio da loro che dovremmo partire.
E allora siccome il racconto è uno strumento potentissimo per rendere reale ciò che può sembrare inizialmente strano, difficilissimo, impossibile, partire da una “microstoria del quotidiano” è un atto funzionale alla valorizzazione delle possibilità, delle capacità e dell’apporto femminile nel mondo.
Una narrazione differente
La narrazione dominante continua a dirci che il valore passa solo dall’eccezionalità, dalla performance, dal successo riconosciuto e certificato.
Per meritare attenzione una donna deve essere “straordinaria” secondo parametri esterni, spesso maschili, competitivi, elitari.
Questa è però una trappola culturale: finisce per escludere proprio quelle esperienze che tengono in piedi la società, che producono cambiamento reale, che generano benessere diffuso senza clamore.
Dare visibilità alle donne invisibili significa rompere questa gerarchia del valore, spostare lo sguardo da ciò che fa rumore a ciò che fa radici.
Raccontare le storie delle donne che restano nascoste è un atto politico nel senso più profondo del termine: ridefinisce chi conta, cosa conta e perché.
Il cambiamento non nasce solo nei luoghi del potere visibile, ma anche e soprattutto nelle pieghe della quotidianità, nei gesti, nelle scelte coerenti, nelle resistenze silenziose.
Invisibili, ma potenti

Silvia fa la parrucchiera, ma è appassionata di fotografia. Quando viene a sapere che nel 2023 il governo talebano dell’Afghanistan ha ordinato di chiudere tutti i saloni di bellezza decide di documentare il lavoro che un’altra donna, Deborah, ha raccontato in un libro.
Scegliere di acconciarsi i capelli come si vuole non è solo una scelta estetica, ma consente di comunicare un po’ di se stesse agli altri e diventa un rito collettivo che lega persone e comunità.
Quello che può sembrare scontato in molte zone del mondo, non lo è affatto per le donne afghane.
Deborah ha aperto una scuola per parrucchiere nella capitale Afghana nel 2002 e dopo il decreto di chiusura l’ha spostata in Pakistan, dove ha portato anche le sue allieve e dove continua a seguire il suo lavoro.
Silvia lo ha documentato in immagini e ha portato la sua mostra The cut al festival della fotografia di Bergamo, mostrando a tutti le parrucchiere afghane.
Ruth è partita dall’Ecuador con una borsa di studio e la speranza di realizzare i suoi sogni futuri e dare soddisfazione anche alle donne della sua famiglia che non hanno avuto l’opportunità di realizzarli.
Ha vissuto in 4 Stati diversi, ha ottenuto un Phd, ha insegnato all’Università, si è sposata, ha fatto due figli e si è dovuta reinventare più e più volte, senza mai perdersi d’animo: oggi è un’esperta di digital marketing freelance che vive a Firenze e ci è arrivata superando ostacoli che un uomo non avrebbe mai avuto.


Rina, nata all’inizio del XX secolo, era la figlia di una importante famiglia ebraica di Ferrara, appartenente all’alta borghesia e decise di lasciare il suo nido confortevole per dedicarsi a un ideale.
A soli 18 anni uscì di casa, attirando su di sé le ire paterne, e si gettò anima e corpo sul suo progetto: fondò il primo giornale italiano di propaganda socialista interamente dedicato ad un pubblico femminile, “Eva”, battendosi per i diritti delle donne e del lavoro e dedicando tutta la sua vita alla causa.
Queste sono solo alcune delle storie delle donne “invisibili” che nel tempo si perdono tra le mille narrazioni della quotidianità, spesso a favore di soggetti più frequentemente enfatizzati.
È però dal quotidiano, dall’apparentemente ordinario, che si dovrebbe partire per cambiare lo sguardo: tramandare le imprese femminili significa rendere visibile ciò che è stato sistematicamente coperto e ignorato per poter creare poi modelli alternativi, più veri, più accessibili e allargare il concetto di ciò che per le donne è possibile fare.
Un contest per valorizzare le donne “invisibili”
Dall’esigenza di accendere una luce su queste storie nasce un contest specifico, su iniziativa di Donnemente, progetto che si occupa di equità in pratica, in tutte le sue sfumature.

“Racconta la tua donna invisibile” è un’iniziativa che si inserisce in un tempo in cui le grandi questioni femminili e di genere rischiano di essere nuovamente messe in ombra; pertanto, risponde a una necessità ben precisa: quella di non abbassare la guardia e continuare a valorizzare l’operato femminile, specialmente quando si presenta come sommerso.
“Racconta la tua donna invisibile” è un invito aperto a tutte e tutti e si apre alla ricerca non di donne celebri, ma di donne significative.
Possono essere viventi o no, giovani o anziane, attiviste, educatrici, operaie, scienziate, volontarie, donne che hanno fatto la differenza nella vita di qualcuno, soprattutto donne che meritano di essere nominate, ricordate, raccontate.
Per partecipare è sufficiente pensare alla propria donna invisibile, scrivere la sua storia, anche brevemente, raccontando chi è, cosa ha fatto e perché è stata scelta.
C’è tempo per raccogliere le segnalazioni che arriveranno fino all’8 marzo 2026.
Una giuria qualificata valuterà le proposte ricevute e dieci donne saranno scelte per diventare protagoniste di un podcast originale Donnemente.
Un modo per trasformare le storie individuali in narrazione collettiva, per restituire spazio pubblico a vite che ne sono state escluse.
Si può partecipare inviando un messaggio alle pagine Facebook o Instagram di Donnemente, oppure scrivendo una mail a redazione@donnemente.it
Il desiderio di accendere una luce muove questa iniziativa sociale di partecipazione popolare.
Nominare è un atto politico, raccontare significa resistere all’oblio: senza storie non c’è memoria e senza memoria non c’è cambiamento.
In copertina: The cut, foto di Silvia Alessi.
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Articolo di Silvia Alessandrini Calisti

Laureata in Lettere e Archivistica e Biblioteconomia, ha lavorato nel settore bibliotecario per poi passare a occuparsi di contenuti web, social media management e web marketing. Ha ottenuto il Golden Media Marche nel 2015 e il Premio Impresa Donna nel 2016. Collabora con l’Osservatorio di Genere. Nel 2016 ha pubblicato il saggio Sani e Liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVI-XX), e nel 2020 Marche stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana, entrambi con Giaconi Editore.
