Come la pratica di piccoli gesti sovversivi può aiutarci a smantellare il patriarcato. È il 2024 quando l’hashtag #microfeminism compare per la prima volta lanciato dalla conduttrice americana Ashley Chaney. Il micro femminismo è un vero e proprio fenomeno di costume della Gen z, esso porta con sé due aspetti molto interessanti: il primo è che la causa femminista non è stata dimenticata dalle giovanissime, anzi, è più sentita e viva che mai, considerando la rapida diffusione che i social le garantiscono, il secondo è quanto la pratica di quest’ultimo ci faccia capire come tanti aspetti della società patriarcale siano così intrinsecamente radicati in noi. Vi siete mai accorte/i che in un libro di grammatica, sia esso in italiano o in qualsiasi altra lingua, se viene fatto l’esempio di una regola, il soggetto sarà al 90% maschile? Mario mangia la mela/ He is eating an apple. Il micro femminismo èsovvertire quello che ci sembra l’ordine naturale delle cose, usare lei al posto di lui, she al posto di he può sembrare una piccolezza ma in realtà è un passo avanti verso la distruzione di un retaggio culturale antico e stantio. Un’altra cosa interessante di questo fenomeno è la sua grande varietà. Sì, perché di micro femminismo ce n’è uno per tutti i gusti: eccovi una breve guida fatta in casa per le piccole trasgressioni quotidiane.
Piccole sovversioni linguistiche
Nonostante questo trend nasca oltreoceano e quindi venga applicato alla lingua inglese, c’è tanto che possiamo fare per esercitare il microfemminismo anche in italiano. Il maschilismo della nostra lingua è lampante, anche rispetto ad altre che distinguono il genere dei sostantivi come il tedesco, che risulta dunque essere meno sessista della lingua di Dante. Parlare di parità linguistica oggi è un argomento spinoso: studiosi e studiose talvolta non risultano essere concordi tra di loro, ma tanto si può fare senza stravolgere le basi della grammatica italiana. Eccovi una breve serie di espressioni tranquillamente utilizzabili senza che muoia un linguista. Chi è oggi la Presidente del consiglio? La Meloni. Basta accendere un televisore e sintonizzarlo su un qualsiasi telegiornale per sentire nominare “La Meloni” o “La Schlein” ma mai “il Calenda” o “il Conte”. Questo è un automatismo che ci viene pressoché naturale, come se andasse segnalato che col solo cognome di famiglia non si intendono le donne, un retaggio culturale maschilista degno delle gentes romanae, in cui le donne venivano chiamate col nome della famiglia (Flavia della Gens Flavia, Iulia della Gens Iulia). Un altro retaggio culturale è quello che io personalmente chiamo il patronimico, ovvero identificare una donna in base agli uominiche le orbitano intorno: “la figlia di …”, “la moglie di…”, come se l’identità potesse essere ridotta all’appartenenza a una data famiglia. Il maschile sovraesteso nella nostra lingua è così comune che parole come “l’architetta” o “l’avvocata” sembrano ancora ferirci le orecchie tanto sono poco diffuse. Il peggiore poi è “la donna delle pulizie”, come se all’alba del 2026 nelle imprese di pulizie ci lavorassero solo le donne. Se si deve indicare una ragazza “signorina” è decisamente il modo peggiore di farlo, poiché non ha un corrispettivo maschile, anzi, suonerebbe a dir poco ridicolo chiamare un ragazzo signorino. Come si definisce una donna forte? Una donna con le palle. Gli attributi maschili vengono spesso utilizzati come sinonimo di forza, anche se la vera forza, diciamolo, è avere le ovaie e sopportarle tutti i mesi.
Piccole sovversioni sociali
Immaginiamo di entrare in uno studio dentistico, vediamo un uomo e una donna col camice: chi è il dentista e chi l’assistente alla poltrona? “Io non l’ho pensato…”, “Eh ma generalmente…” avrà suggerito il tuo cervello, cara lettrice o caro lettore, e il punto è proprio qui: generalmente. La nostra mente è category bound, cioè è abituata a ragionare per categorie. Per riflettere più in fretta usiamo dei bias cognitivi e da questo nessuna/o è immune: siamo abituate/i a fare deduzioni inconsce, a percepire un ordine naturale delle cose; banalmente per retaggio culturale certe professioni ci sembrano prettamente maschili e altre esclusivamente femminili. Quindi, nel caso dello studio dentistico, al posto di: «Buongiorno dottore, buongiorno signorina», si potrebbe dire semplicemente: «Buongiorno» o «Salve». Avere due piccoli cuginetti mi ha fatto aprire gli occhi su tante cose: per esempio, mi è capitato di comprare loro due penne, automaticamente per lei ho scelto quella rosa e per lui quella blu. A quel punto mi sono bloccata, le ho messe a posto entrambe e ne ho prese due rosa, dopodiché ho pensato che lui lo avrebbero preso in giro, ricordandomi di quando da piccola le mie amichette mi dicevano che il mio colore preferito, l’azzurro, era da maschio. Morale della favola: ne ho comprate due rosa, perché è un colore che mi piace e perché, se i miei cuginetti mi avessero chiesto il motivo di quella scelta, avrei potuto spiegare loro che i colori non hanno genere e che le convinzioni che abbiamo tante volte sono frutto del marketing e del consumismo. Una cosa interessante sul rosa è che, durante la crescita di ogni bambina, avviene la fase dell’odio di questo colore, perché viene considerato da piccola, bambinesco. Studi dimostrano che tale fase non si associa all’avversione per il colore in sé, ma all’odio dei modelli e degli stereotipi che ci vengono cuciti addosso, in poche parole non si odia il rosa ma il patriarcato. Tornando sempre ai cuginetti, da buona beauty addicted spesso mi chiedono di giocare con i miei trucchi. L’offerta, ovviamente, è valida anche per lui, così come giocare con bambole o con le Barbie: in fondo non sono nient’altro che piccoli esseri umani di plastica.
Sovversioni Cazzimma
Se siete arrivate/i a leggere fin qui avrete capito che questo è il mio tipo di microfemminismo preferito: allegro ma tagliente. L’educazione, certo, non deve mai mancare, ma alle volte non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Il micro femminismo cazzimma è quello che ti fa rispondere: «Tranquilla zia, non mi manca niente» con tanto di occhiolino alla domanda: «E il fidanzatino?». Perché spiegare alla zia di turno che non ci serve per forza un uomo per essere complete può essere poco efficace, e alle volte può anche stancare. Come ci insegnava Cher, a chi ci dice: «Devi trovarti un uomo ricco», si risponde: «Sono io l’uomo ricco». Gli esempi di questo tipo di microfemminismo sono svariati anche nel cinema: da Elle in Legally Blonde, che dimostra che essere carina non le impedisce di essere la più preparata nella stanza, Cher in Clueless, che in una scena di dibattito ci insegna che sottovalutarla è un errore, fino a Bridget Jones, che in un clima di avance sul posto di lavoro ci insegna che non è troppo corta la gonna, ma troppo maniaco il capo. Insomma, c’è chi la cazzimma la chiama maleducazione e chi semplicemente la chiama grinta, perché la verità è che certe domande non andrebbero nemmeno poste e la vera maleducazione è proprio questa.
Non ci servono gesti eclatanti, ci serve il femminismo di tutti i giorni, quello di chi non ha dimenticato che ogni diritto è una conquista, ogni pregiudizio una condanna. Quindi, che stiate evitando di usare l’articolo davanti ai cognomi femminili, che stiate comprando una maglia rosa a un bambino, o che troviate il coraggio di rispondere male a una battuta sessista, per quanto piccolo sia il gesto, voi fatelo, perché si sa: le dimensioni non contano.
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Articolo di Camilla Dabini

Sognatrice e letterata di stampo romantico, classe 2004, studia Scienze della comunicazione all’Università di Torino e lavora come insegnante di inglese. Quando non parla, scrive di donne, di letteratura e di costume.
