Ogni mattina a Jenin

«Fu così che, nel 1948, otto secoli dopo la sua fondazione a opera di un generale dell’esercito di Saladino, nel 1189 d.c., a ‘Ain Hod non si videro più bambini palestinesi».
Per capire meglio quanto stava succedendo, dopo il 7 ottobre 2023, tra Israele e Palestina ho consultato articoli e saggi. Tra i tanti quello di Elena Basile, L’Occidente e il nemico permanente e quello del giornalista investigativo Antony Loewenstein, Laboratorio Palestina. Come sempre, però, è stato un romanzo a farmi avvicinare e sentire da vicino il dolore di quella terra martoriata: Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa. Il libro, edito nel 2006 con il titolo Nel segno di David da Sperling&Kupfer è stato pubblicato nel 2012 da Feltrinelli ed è in questa edizione e con questo titolo che l’ho letto. L’autrice, nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la guerra dei Sei giorni e cresciuta in un orfanatrofio di Gerusalemme, oggi risiede negli Stati Uniti. La storia che racconta le è stata ispirata dalla strage di Jenin, a cui ha personalmente assistito e comincia nel 1941, in un villaggio palestinese a est di Haifa, ‘Ain Hod, dove la famiglia che seguiremo vive felice sulla sua terra insieme alle altre, raccogliendo fichi e olive, in un sereno rapporto con la natura, con frontiere aperte e senza paura, salvo quella dei sionisti e degli inglesi che da qualche tempo scorrazzano per il Paese riempiendo di botte e fermando alcune persone palestinesi. Il figlio Hassan ha un amico ebreo, Ari, suo coetaneo, che va a trovare spesso a Gerusalemme e con cui trascorre giornate piacevoli. Tra i due nasce «un’amicizia all’ombra del nazismo in Europa e nel solco sempre più profondo tra arabi ed ebrei in patria […]» e va consolidandosi «nell’innocenza dei loro dodici anni, nella poetica solitudine dei libri e nel comune disinteresse per la politica». Piano piano però si sta avvicinando la Nakba, la catastrofe. Arriva il 1948 e le incursioni dell’esercito e dei sionisti colpiscono i villaggi vicini. Viene il giorno in cui arriveranno anche al loro, con l’uccisione della cognata di Hassan e il ferimento gravissimo del fratello, Darwish, bravissimo a cavalcare, colpito alla colonna vertebrale e immobilizzato per sempre, con sofferenze terribili che non possono non richiamare alla memoria quelle documentate in No Other Land, il film che descrive le violenze e le distruzioni dei coloni in Cisgiordania dal 2019 al 2023. A ciò si aggiunge la sparizione di un figlio di Hassan e Dalia, sua moglie, mentre inizia il trasferimento forzato a Jenin, in un campo profughi insieme a molte altre persone sfrattate dalle loro case e dai loro terreni, che saranno rubati e occupati da ebrei arrivati da Europa, Russia, Stati Uniti e altri angoli del mondo. La marcia verso Jenin, con i fucili dei soldati piantati nella schiena, ricorda quella delle persone ebree che più volte hanno raccontato nelle scuole, tra gli altri, Liliana Segre e Nedo Fiano, con persone che muoiono durante il tragitto, bambini e bambine disidratati che si afflosciano tra le braccia delle madri e altre atrocità.

Le donne, gli uomini, i bambini e le bambine arrivati a Jenin immaginano che la loro collocazione sia temporanea e che presto qualcuno consentirà loro di tornare nelle proprie case. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, si accorgeranno che il campo profughi di Jenin è la loro sistemazione definitiva; questo fino al 1967, anno in cui una persecuzione ancora più straziante distruggerà anche questo accampamento provvisorio. La storia è raccontata da Amal, bambina nata nel campo profughi di Jenin, sorella minore del fratellino scomparso. Amal ci accompagna nel racconto di tutto il male che i sionisti conservatori e i coloni hanno fatto al popolo palestinese. Il fratellino di Ismal, rapito da un soldato israeliano crescerà e diventerà il nemico di suo fratello che, una vota cresciuto, sceglierà di combattere per la causa palestinese.
Amal è molto legata al padre, innamorato dei libri e dell’istruzione. Scrive Amal: «Papà mi disse: “Possono portarti via la terra e tutto quello che c’è sopra, ma non potranno mai portarti via quello che sai o le cose che hai studiato”. Avevo sei anni e i bei voti a scuola diventarono la moneta di scambio per conquistarmi l’approvazione di papà, che desideravo come non mai. Diventai l’alunna più brava di tutta Jenin e imparai a memoria le poesie che mio padre amava così tanto. Anche quando il mio corpo diventò troppo grande per il suo grembo, il sole ci trovava sempre abbracciati e con un libro tra le mani». Presto Amal perderà tutti gli affetti e sarà ferita in una delle tante incursioni armate degli israeliani nel campo, in cui riporterà un grande squarcio all’addome. Rimasta sola sarà presa a cuore dalla comunità, che riuscirà a mandarla a studiare in un orfanatrofio per bambini palestinesi di Gerusalemme, in cui la ragazza apprenderà la forza della sorellanza e dell’amicizia tra donne, già sperimentata con un’amica del campo. La storia della donna che ha fondato questo orfanatrofio, Hind Husseini, merita di essere conosciuta.
Così Amal descrive il suo arrivo a Gerusalemme: «Sono figlia di questa terra, e Gerusalemme mi rassicura di questo titolo inalienabile molto più degli atti di proprietà ingialliti, dei registri catastali ottomani, delle chiavi di ferro delle nostre case rubate, di tutte le risoluzioni o i decreti che possano emanare l’Onu o le superpotenze».
Al termine della scuola superiore la ragazza nata a Jenin vincerà una borsa di studio per frequentare l’Università negli Usa, dove continuerà a sentirsi una straniera, cambiando in Amy il suo nome. «Mi dibattevo in un mondo senza limiti, cercando di adattarmi. Ma la mia diversità traspariva dalla mia pelle scura e dal mio accento. Mi portavo addosso la condizione di esule come un cattivo odore, e i dirottamenti aerei degli anni settanta scrivevano il mio cognome arabo nel cielo». L’unico posto in cui si sentirà capita è il quartiere malfamato di West Philly, vietato ai bianchi, a Filadelfia, dove il suo accento non suscita diffidenza.

Un capitolo del libro, Il mio cuore a Beirut, è dedicato al viaggio di Amal, dopo la laurea, in Libano. Qui conoscerà l’amore, ma questa terra meravigliosa e sfortunata ben presto sarà attaccata dall’esercito israeliano che si spingerà fino a distruggere i campi di Sabra e Shatila, commettendo una serie di efferatezze nei confronti di uomini, donne, anche incinte, bambini e bambine, non diverse da quelle poste in atto dal 2023 a Gaza. 

Amal racconta sullo sfondo le vicende della Palestina, gli anni dell’Intifada, «una combustione spontanea dopo vent’anni di occupazione israeliana, cui Israele rispose rompendogli le ossa “con forza, determinazione e pestaggi”», secondo gli ordini di Rabin. Il dolore e le ingiustizie patite da Amal, unite al senso di colpa per essere stata risparmiata la faranno oscillare tra la follia e la depressione, fino a quando un evento importante non scioglierà il suo gelo. Da lì inizierà un percorso di liberazione e un ritorno in Palestina con la figlia Sara per ritrovare le sue origini e nuovi legami. Naturalmente troverà la sua casa occupata da una nuova famiglia mentre le incursioni e i colpi dei militari israeliani continueranno a mietere vittime, fino alla strage di Jenin del 2002.

Il pregio di questo libro sta nel riuscire a intrecciare la storia del conflitto israelo-palestinese con le esistenze dei tanti personaggi, attraverso la vita di una ragazzina prima e poi una donna palestinese, che riserva alle persone israeliane uno sguardo di grande pietà. Il suo è il racconto delle vittime, scritto da una donna la cui storia è stata fortemente segnata dalla violenza di Israele, nata però da decisioni prese da governi europei, come è più volte ricordato. Un bagno di realtà a cui chi legge non può sottrarsi e che ci invita finalmente a prendere coscienza di ciò che è stato fatto a un popolo inizialmente inerme e indifeso. 

«Come si può vivere in un mondo che volta le spalle a questa ingiustizia da così tanto tempo? È questo che significa essere Palestinesi, madre?». 

Susan Abulhawa
Ogni mattina a Jenin
Feltrinelli, 2011
pp. 390

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Lascia un commento