La sua figura è stata riscoperta e rivalutata nel corso del XX e XXI secolo, specialmente nell’ambito degli studi di genere e della storia rivoluzionaria. Oggi è considerata una delle pioniere del femminismo messicano e un esempio di coerenza politica e passione civile. Fu molto più di una semplice testimone della Rivoluzione messicana: fu una protagonista che non esitò a mettere in gioco la propria libertà e la propria vita per difendere le persone più deboli, per lottare contro l’oppressione e per costruire un Messico più giusto e solidale. La sua voce, spesso dimenticata dai grandi manuali di storia, risuona oggi come quella di una donna libera, combattiva e visionaria, la cui eredità è ancora viva nelle lotte sociali contemporanee.


Nata nel 1848 ad Aguascalientes, una piccola città dell’omonimo Stato messicano, Dolores Jiménez y Muro è stata una scrittrice, giornalista, attivista politica e rivoluzionaria. Figura straordinaria nella storia del Paese, è stata una delle poche donne a occupare ruoli di leadership nel contesto turbolento della Rivoluzione messicana e si è distinta per la sua instancabile lotta a favore della giustizia sociale, dei diritti delle donne e delle riforme agrarie.
Cresce in una famiglia della media borghesia e fin da giovane si interessa alla letteratura e alla politica, un interesse poco comune per una ragazza del suo tempo. Riceve un’istruzione solida, cosa relativamente rara per le donne nel XIX secolo in Messico, grazie alla mentalità progressista dei genitori.


Durante la giovinezza, vive sotto il regime di Porfirio Díaz, un periodo segnato da grandi disuguaglianze sociali ed economiche. Questo contesto alimenta il suo spirito critico e la sua vocazione riformista. Inizia a scrivere articoli e poesie in cui mette in luce le ingiustizie sociali e la condizione femminile, che spesso firma con pseudonimi per evitare la censura e le repressioni.

Negli anni successivi, Dolores si trasferisce a San Luis Potosí, dove si unisce ai circoli liberali che si opponevano alla dittatura di Díaz. Comincia a pubblicare articoli su giornali indipendenti come La Mujer Mexicana e La Voz de la Mujer, riviste pionieristiche del femminismo messicano. I suoi scritti toccano temi come l’istruzione per le donne, la riforma agraria, il diritto al voto e la giustizia sociale. Il suo stile diretto e appassionato le fa guadagnare rispetto tra le persone di idee riformiste, ma anche la sorveglianza delle autorità.
Nel 1911, quando scoppia la Rivoluzione messicana, aderisce con entusiasmo al movimento rivoluzionario: è tra i primi sostenitori di Francisco I. Madero, che combatteva contro il regime di Díaz. In questo periodo redasse il Plan Político Social, un documento in cui proponeva profonde riforme, tra cui la distribuzione delle terre ai contadini, il miglioramento delle condizioni lavorative e l’emancipazione delle donne. Il manifesto, steso insieme ad altri intellettuali, diviene un punto di riferimento per la politica rivoluzionaria.
Nello stesso anno Dolores viene arrestata a causa del suo attivismo e incarcerata per alcuni mesi, ma la prigione non fa altro che rafforzare la sua determinazione. Dopo la caduta di Díaz e l’ascesa di Madero, viene liberata e riprende la sua attività politica, anche se non manca di criticare lo stesso Madero per le mancate riforme sociali. Il suo impegno non è legato a partiti o personalità specifiche, ma a ideali profondi di giustizia ed equità. Successivamente si unisce alle forze zapatiste, guidate da Emiliano Zapata, condividendone il progetto di riforma agraria. Contribuisce attivamente alla redazione del Plan de Ayala (1911), uno dei documenti più importanti della rivoluzione, in cui si chiede la restituzione delle terre alle popolazioni indigene e ai contadini. Dolores è una delle poche donne ad avere un ruolo rilevante all’interno del movimento zapatista e il suo pensiero politico si basa sulla convinzione che la libertà del popolo non può prescindere dalla giustizia economica.

Oltre alla lotta rivoluzionaria, si distingue per il suo impegno a favore dell’emancipazione femminile: promuove la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e sociale del Paese, e sostiene la necessità di un’educazione laica, gratuita e di qualità per le ragazze. È tra le fondatrici di varie organizzazioni femminili e incoraggia le donne a prendere coscienza del proprio ruolo nella trasformazione del Messico. In un’epoca in cui le donne sono per lo più escluse dalla sfera pubblica, Dolores si batte con coraggio per l’uguaglianza di genere: è, infatti, una delle prime a sostenere il diritto di voto per le concittadine, diritto che verrà riconosciuto solo nel 1953, quasi trent’anni dopo la sua morte.




Dopo il 1917, con la fine delle principali ostilità della rivoluzione, Dolores si ritira gradualmente dalla politica attiva, pur continuando a scrivere e a partecipare a eventi pubblici. Muore nel 1925 a Città del Messico, in relativa povertà e lontana dai riflettori, ma con la coscienza di aver dedicato la propria vita a una causa più grande. E questo è un dato su cui riflettere. Dolores muore all’età di 77 anni e il suo ultimo periodo è segnato dalla marginalizzazione politica e da una crescente solitudine, nonostante il ruolo cruciale avuto nella Rivoluzione. Dopo la fine del conflitto armato e l’instaurarsi del nuovo ordine costituzionale, molte figure rivoluzionarie che avevano partecipato da posizioni critiche o autonome — come lei — vengono messe da parte. Nonostante il suo impegno, non ottiene mai un incarico ufficiale di rilievo nel nuovo governo post-rivoluzionario e vive la vecchiaia in modeste condizioni economiche: muore quasi dimenticata dall’opinione pubblica e dalle istituzioni, senza onori ufficiali né riconoscimenti pubblici. Solo anni dopo la morte, il suo nome cominciò a riemergere negli studi storici e femministi, restituendole un posto d’onore tra le protagoniste della trasformazione sociale e politica del Messico. La sua scomparsa, silenziosa e dignitosa, è stata comunque in linea con la sua vita: una lotta costante e generosa, condotta non per vanagloria ma per convinzione profonda. La Città del Messico, in cui si spense, era ormai molto cambiata rispetto alla capitale che aveva conosciuto da giovane — ma i suoi ideali, allora come oggi, restano ancora straordinariamente attuali.
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Articolo di Virginia Mariani

Docente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.
