Femminismo su TikTok e Instagram. Attivismo reale o trend passeggero?

Scrolliamo, mettiamo like, condividiamo. In meno di sessanta secondi un/a creator ci spiega cos’è il mansplaining, perché il body shaming è violenza simbolica o come riconoscere una relazione tossica. Il femminismo oggi passa anche — e soprattutto — dai social network. TikTok e Instagram sono diventati spazi centrali di diffusione del pensiero femminista tra le giovani generazioni. Ma la domanda resta aperta: si tratta di attivismo reale o di un trend destinato a svanire?
Per molte ragazze e giovani donne, il primo contatto con il femminismo non avviene più nei libri, nei collettivi o nelle piazze, ma attraverso un video verticale. Il linguaggio è semplice, diretto, spesso ironico. L’algoritmo premia i contenuti emotivi, immediati, facilmente condivisibili. Così il femminismo diventa spiegabile, accessibile, pop.
Questo ha un valore enorme: democratizza il sapere. Concetti complessi come patriarcato, intersezionalità, consenso o cultura dello stupro vengono tradotti in parole comprensibili, spesso attraverso esempi di vita quotidiana. Per chi non ha strumenti culturali o spazi sicuri in cui confrontarsi, i social diventano un primo luogo di consapevolezza.
Eppure, proprio questa semplificazione è anche uno dei principali punti critici. Il rischio del femminismo social è quello di trasformare una lotta politica in una serie di slogan. Video brevi, caption incisive, frasi a effetto: tutto deve essere immediatamente fruibile. Ma il femminismo non è immediato. È conflitto, studio, complessità, autocritica.
Quando l’algoritmo detta i tempi e i contenuti, ciò che funziona non è sempre ciò che è più corretto o più profondo. Alcuni temi vengono ripetuti fino alla saturazione, altri — più scomodi e meno adatti ai social — restano ai margini. Il risultato è un femminismo che a volte rischia di diventare performativo, più orientato al consenso che alla trasformazione reale.

Un’altra questione centrale riguarda il confine tra attivismo e costruzione del brand personale. Molte creator femministe lavorano sui social, guadagnano attraverso collaborazioni, sponsorizzazioni, visibilità. Nulla di sbagliato, in sé. Il problema nasce quando il messaggio politico viene adattato alle logiche del mercato. Il femminismo diventa allora un’estetica: colori pastello, slogan di empowerment, frasi motivazionali. Un femminismo “sicuro”, che non disturba troppo, che non mette in discussione i privilegi, che non rompe davvero gli equilibri. In questo contesto, l’attivismo rischia di perdere la sua carica sovversiva per trasformarsi in un prodotto.
Eppure, è anche vero che il lavoro politico è lavoro, e che alle donne — ancora una volta — viene spesso richiesto di produrre contenuti gratuitamente, in nome di una causa. La critica non dovrebbe essere rivolta al fatto che le creator monetizzino, ma a un sistema che premia solo alcune voci, per lo più bianche, magre, cisgender, abili, lasciando indietro le altre.

Fare femminismo sui social non è mai neutro. Le donne che espongono posizioni femministe sono tra le più colpite da hate speech, minacce, molestie. Commenti sessisti, body shaming, delegittimazione costante. Il prezzo della visibilità è alto, soprattutto per chi appartiene a più categorie marginalizzate. Questa violenza non è un effetto collaterale, ma parte integrante del sistema. Serve a silenziare, a scoraggiare, a ricordare che lo spazio pubblico — anche quello digitale — non è mai stato pensato per le donne. In tal senso, la sola presenza femminista online è già un atto politico.

La vera domanda, però, è un’altra: il femminismo sui social produce cambiamento fuori dallo schermo? La risposta non è univoca.
Da un lato, molte giovani donne raccontano di aver riconosciuto dinamiche violente nelle proprie relazioni grazie a contenuti visti su TikTok. Altre hanno trovato il coraggio di definirsi femministe, di porre limiti, di fare rete. In questo senso, l’impatto è reale, concreto, quotidiano.
Dall’altro lato, esiste il rischio di fermarsi alla consapevolezza individuale. Like, condivisioni, commenti solidali possono dare l’illusione di partecipazione, senza tradursi in azione collettiva. Il femminismo, tuttavia, non è solo un percorso personale: è una lotta strutturale, che richiede organizzazione, conflitto, presenza nei luoghi politici e sociali.
Nonostante i limiti, sarebbe un errore liquidare il femminismo social come superficiale o inutile. TikTok e Instagram sono spazi di passaggio, non di arrivo. Sono porte d’ingresso. Per molte ragazze rappresentano il primo contatto con un pensiero critico che poi può — e deve — approfondirsi altrove. La sfida sta nel costruire ponti: tra online e offline, tra divulgazione e studio, tra generazioni diverse di femminismo. Senza snobismo, ma anche senza rinunciare alla complessità. Il femminismo sui social è entrambe le cose: un trend e un’opportunità. Come tutti i fenomeni culturali contemporanei, è attraversato da contraddizioni. Può essere svuotato di senso o diventare strumento di emancipazione. Dipende da come viene usato, da chi ha voce, da quali pratiche collettive riesce a generare.

Forse la domanda giusta non è se sia attivismo “vero”, ma che tipo di femminismo vogliamo costruire anche online. Uno che si limiti a rassicurare o uno che sappia ancora disturbare. Uno che accumuli follower o uno che produca alleanze. Uno che resti nel feed o uno che scenda, finalmente, anche in strada.

Il femminismo non nasce per essere comodo. Nemmeno sui social.

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Articolo di Roberta Zaffora

Dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze e lingue per la comunicazione presso l’università di Catania e la laurea magistrale in Editoria e giornalismo presso Roma Tre, attualmente lavora presso un’azienda informatica. Appassionata da sempre di tutto il mondo editoriale, è lettrice dipendente e da sempre attratta del mondo digital&social.

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