Tempo prima di superare l’ultimo esame di Lingua e letteratura giapponese per me particolarmente ostico, riflettei su quale tematica doveva vertere la tesi per la laurea triennale. Dopo tanta fatica, volevo scegliere come argomento qualcosa di interessante, magari pure “fuori dagli schemi”, per concludere il mio percorso all’Università L’Orientale di Napoli. Scoprii inoltre che avevano modificato le regole della tesi, pertanto dovevo pure sbrigarmi, prima di un’ulteriore banalizzazione della laurea.
Avevo trovato su internet qualcuno che parlava di un tema che mi ha sempre attirato molto, ovvero le guerriere. L’immagine pubblicata era una stampa che raffigurava una donna con al fianco una katana: era una guerriera giapponese, una onna-musha (女武者, lett. “donna guerriera”) risalente all’epoca medievale!

Purtroppo, non riuscii a trovare ulteriori informazioni a riguardo, ma iniziai così la mia ricerca.
Quasi nessuno sapeva dell’esistenza di donne combattenti nel Paese del Sol Levante, quindi si può immaginare la mia sorpresa nello scoprire che esistevano diverse guerriere, alla pari degli uomini. Non solo: molte di loro erano delle vere e proprie samurai, in quanto facevano parte di clan che appartenevano a tale classe, per nascita o matrimonio.
Inizialmente, trovai informazioni su persone che sapevano certo combattere, ma solo per difendere casa e villaggio. Le ammiravo, tuttavia mi sembrò che le donne venissero ugualmente lasciate “indietro”, a curare la casa, in un certo senso. Speravo di trovare qualche figura che fosse stata anche su un campo di battaglia.
Continuai la ricerca, spinta da un’altra stampa antica, trovata ancora casualmente, di Utagawa Kuniyoshi: Tachibana-hime che usa la sua spada contro un dragone sotto il ponte (1855). Scoprii che quella stampa faceva riferimento a una leggenda. Mi piacque subito, soprattutto perché dimostrava che qualcuno in passato aveva creduto che una donna fosse così potente da poter affrontare dei pericoli da sola, alla pari di una figura maschile come San Giorgio. Cercai la vicenda a cui si riferiva, ma in proposito trovai solo un sito di dubbia veridicità, che non solo citava la leggenda stravolgendone il senso, ma non riportava nemmeno fonti certe. Pertanto, non potevo inserirla nella tesi.

Capii allora che dovevo usare la prima immagine della onna-musha che avevo trovato, descrivendola su internet, per risalire a guerriere che avevano combattuto davvero. Trovai altre stampe antiche e scoprii che dovevo orientarmi verso l’epica, iniziando dallo Heike monogatari, che avevo già studiato, ma senza approfondire. Nell’opera, anche se solo in poche frasi, erano nominate ben due guerriere samurai: Yamabuki e Tomoe Gozen. Da lì, risalii a ulteriori figure in altri scritti. Tra i nomi appartenenti alla leggenda, scoprii per esempio la guerriera e imperatrice Jingū, esistita secoli prima della nascita della classe samuraica. Trovai persino un dagherrotipo di Yamamoto Yae e foto della statua di Nakano Takeko, entrambe samurai della fine del XIX secolo. Infine, mi capitò addirittura una tesi di laurea magistrale che parlava di alcune guerriere.
Un grande aiuto è arrivato dalla relatrice prescelta, ovviamente: la prof. Roberta Strippoli, che aveva scritto libri a proposito di varie figure femminili in Giappone (nel 2017 pubblicò Dancer, Nun, Ghost, Goddess: The Legend of Giō and Hotoke in Japanese Literature, Theater, Visual Arts, and Cultural Heritage). La docente accettò l’argomento che proposi, mi fornì le fonti da cui potevo attingere e mi diede assoluta libertà, fornendomi solo qualche norma tecnica per la stesura e correggendomi quando opportuno. Inoltre, si dimostrò disponibile e paziente.
Nella stesura dell’elaborato, avere molta libertà ha innumerevoli vantaggi, ma porta anche notevoli dubbi: non sapevo ancora come strutturarlo, né se parlare di tutte le figure che avevo trovato. Le fonti non erano tantissime e erano state usate anche nella tesi trovata in precedenza, sul medesimo argomento. Stando attenta alla rielaborazione e all’ordine delle informazioni, usando il mio stile e una struttura ben differenti dall’altra laureanda, riuscii a superare l’ostacolo e il pericolo di plagio.
Le bozze iniziali furono più di una ed estremamente caotiche, come per tutte le opere in fase di elaborazione.
All’inizio, pensai di scrivere di diverse guerriere e samurai, ma il nuovo formato minimo della tesi dava più limiti di quanto pensassi. Seguendo un consiglio della relatrice, decisi allora di trattare di una sola figura, ma anche in questo caso dovetti tralasciare qualcosa. Scelsi di affrontare colei che mi aveva colpito più di tutte per le sue abilità e perché compariva in un’opera letteraria importante: Tomoe Gozen, la samurai. Alcuni mettono in dubbio l’esistenza stessa della guerriera, ma vari autori, autrici e io, siamo del parere che sia esistita davvero. Ricercatori e archeologi stanno tuttora analizzando resti antichi, sperando di trovarne traccia.
Tomoe Gozen compare nello Heike monogatari e in tutte le sue varianti, oltre che in opere successive. Tomoe non era una “semplice” guerriera: sapeva combattere con qualunque arma, oltre alla naginata (una sorta di alabarda che si pensava fosse più adatta a essere usata dalle donne e dai monaci). Secondo alcune fonti, il capo del suo clan, Minamoto no Yoritomo, l’aveva eletta generale dell’esercito per i suoi meriti in battaglia, la prima donna a ricevere tale nomina in Giappone. Tuttavia, a parte il suo ruolo nel conflitto tra i clan Minamoto e Taira, di lei non si sa molto, ci sono però numerose ipotesi. Grazie a vari autori e studiosi, nella mia modesta tesi ho cercato di delineare la vita della guerriera e non solo, scrivendo le informazioni nell’ordine cronologico più accurato possibile. Tramite opere letterarie, ma anche tramite cenni storici ho cercato di stabilire le origini di Tomoe, i legami di sangue e il tipo di rapporto che intercorreva tra lei, il suo signore Kiso no Yoshinaka e i compagni d’armi. Ho poi elencato alcune delle più importanti battaglie che l’hanno vista protagonista. In seguito, ho riportato alcune delle teorie sui motivi dell’allontanamento della samurai dall’ultima fase della guerra cui fece parte, per poi delineare le ipotesi riguardo a cosa potrebbe esserle accaduto, dopo la sconfitta del suo signore. L’epilogo della vita di Tomoe che ho aggiunto ha note “sovrannaturali”, in quanto deriva da un’opera del teatro “nō” in cui Tomoe compare come fantasma, interpretata però da un uomo, come da tradizione. Inoltre, ho approfondito la descrizione della naginata, l’arma che anche l’attore usa sul palcoscenico durante la rappresentazione. Nella conclusione, ho riflettuto sui motivi per i quali le guerriere del Paese del Sol Levante sono rimaste misconosciute per molto tempo. Ho accennato poi alla loro riscoperta grazie a nuove opere, come La saga di Tomoe Gozen (1980 e 1982) di Salmonson; nello Jidai Matsuri (il festival delle ere) che si tiene a Kyoto, ogni 22 ottobre; e nella mostra Storie di donne samurai (2023) dell’artista Benjamin Lacombe Tomoe e molte altre vengono ricordate e celebrate.
Spero che tale figura, come quelle a lei affini, continui a trovare sempre più popolarità e non solo da parte di chi studia le lingue e le culture orientali.
Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/361_Milano.pdf
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Articolo di Marianna Milano

Nata a Milano, ha conseguito la laurea in Lingue, Lettere e Culture comparate all’Università L’Orientale di Napoli. I suoi interessi sono soprattutto la letteratura orientale, l’arte in tutte le sue sfumature, tra cui fotografia, cinematografia e critica. Svolge volontariato presso le associazioni Toponomastica femminile, Se non ora, quando? Snoq Lodi, Viva Vittoria e La metà di niente.
