Continua, con grande entusiasmo da parte di protagonisti/e, il nostro giro di ascolto delle voci di alunne e alunni, alla scoperta del loro punto di vista sulla scuola. Questa volta abbiamo chiesto a una classe quinta di una piccola scuola primaria di montagna, a una ventina di minuti dal lago di Como, di raccontarci un episodio scolastico che non dimenticheranno mai. Ragazze e ragazzi hanno impiegato qualche manciata di secondi a identificare quello che valeva la pena ripescare dalla memoria e, forti dell’energia tipica della loro età, ci hanno dato risposte molto interessanti. Giorgia, per esempio, non dimenticherà mai l’ultimo giorno di classe prima, quando, insieme ai suoi compagni, ha guardato un film alla Lim, mangiando pop-corn sui tavoli. A un’altra Giorgia, invece, è piaciuto il primo giorno di scuola primaria, quando i bambini e le bambine hanno lanciato in cielo un palloncino ciascuno e letto insieme, seduti in cortile, la storia del Mostro dei colori. Alessandro, dal canto suo, butta lì, con spiccato spirito scientifico, un ricordo che gli ha procurato un’emozione particolare: il giorno in cui la classe ha fabbricato una molla di carta gigante ed è poi scesa in cortile a misurarla. «La molla era lunghissima, era lunga come tutto il campetto da calcio e non me lo dimenticherò mai».
Soffermiamoci per un istante su questi primi tre esempi di scuola che rimane impressa ed è capace di entusiasmare. Cos’hanno in comune? Due su tre sono racconti di attività svolte all’esterno; tutte hanno per sfondo un contenuto didattico, di puro apprendimento, ma proposto con modalità non convenzionali. Non c’è traccia di lezione frontale, qui. Va sottolineato che nelle nostre interviste, fino a ora, nessun’alunna o studente, grande o piccolo che fosse, ci ha mai riportato come indimenticabile un esempio di lezione classica, in cui chi insegna spiega e la classe ascolta. Quelli che vanno per la maggiore sono invece momenti in cui chi deve imparare apprende facendo e facendo si diverte. Lezioni in cui deve attivare una parte di sé che non è solo cognitiva, né puramente mentale. Sono sempre momenti sociali, in cui gli/le alunne stanno in situazione con piacere, sono rilassate, si sentono perfettamente a loro agio, mentre apprendono qualcosa tutti e tutte insieme.
Tornando agli esempi riportati qui sopra, nel primo caso la maestra non apre bocca, limitandosi a distribuire pop-corn; nel secondo, legge ad alta voce una storia, che poi chi la ascolta renderà viva lanciando in cielo i palloncini colorati. Nel terzo siamo di fronte a un vero e proprio esperimento scientifico, che la maestra conduce con l’aiuto concreto di tutta la sua classe. Perché mai questi tre episodi saranno rimasti impressi a Giorgia, Alessandro e Giorgia, tanto da spingerli a indicarli come momenti indimenticabili del loro percorso scolastico? Perché si tratta di proposte in grado di coinvolgere la persona a tutto tondo: muovono emozioni; accendono la creatività; implementano le capacità sociali e quelle cognitive; attivano la curiosità e il gusto della scoperta, muovono il senso di appartenenza, oltre a quello di partecipazione.
Questa è la scuola che rimane impressa ai bambini e alle bambine: quella dove ci si sente parte del gruppo e si impara divertendosi. Quella dove la maestra facilita l’apprendimento agendo sul contesto e lasciando che bambini e bambine, partendo dagli stimoli pensati per loro, riempiano da soli lo spazio della comprensione e della codifica di ciò che ci circonda. La maestra guida senza svelare, conduce alla scoperta senza imporre dall’alto la spiegazione, ma attendendo che alunni e alunne la intuiscano e la costruiscano insieme.
Maria, che si è aggiunta alla classe un pochino più tardi rispetto agli/alle altre, dice che il momento per lei più bello in assoluto è stato quando ha conosciuto una sua compagna: «Noi ora siamo molto amiche, anche se a volte litighiamo un po’». Certo, perché la scuola non è una scalata in solitaria, nelle aule si sta in gruppo e prima di tutto sono queste le cose che contano: le relazioni, l’amicizia, la capacità di interagire in maniera positiva con chi trascorre con noi ogni mattina per cinque anni. Maria ha trovato nella scuola, prima di tutto, un luogo d’incontro privilegiato, dove poter coltivare un legame autentico. Non parla di una relazione perfetta, non dice che i problemi non ci sono, ma che l’essersi conosciute e scelte, con una compagna, per diventare amiche speciali ha costituito per lei il momento più importante della sua esperienza scolastica. E chi se ne importa se, magari, non siamo tanto brave in scienze o in grammatica? Intanto ci siamo trovate e ci vogliamo bene!
Un altro bimbo della classe, Gioele, sarebbe sicuramente d’accordo con questo pensiero, dato che alla domanda «Cos’è la cosa che odi di più della scuola?» risponde «Non essere simpatico a tutti». Appunto. La scuola primaria, e ancor prima quella dell’infanzia, è anzitutto una palestra di relazioni, un luogo dove i bambini e le bambine imparano cosa significhi stare insieme, volersi bene, ma anche tradirsi, offendersi, arrabbiarsi, sentirsi feriti, o scoppiare talmente di gioia da provare forte il desiderio di contagiare tutto il mondo.
In questo va detto che sia la formazione universitaria che viene offerta alle future maestre, che la letteratura per l’infanzia hanno a mio avviso fatto passi da gigante negli ultimi vent’anni. L’educazione emotiva e quella affettiva non mancano mai nei percorsi formativi rivolti alle future insegnanti di bambini e bambine e sono il tema di migliaia di pubblicazioni per l’infanzia, dalle raccolte di storie agli albi illustrati, fino alle fiabe moderne. La storia de Il mostro dei colori, che Giorgia ricorda con emozione come sfondo integratore del primo giorno di scuola, ne è un esempio perfetto, perché si tratta di un albo generalmente proposto per i momenti in cui piccole e piccoli studenti hanno bisogno di gestire lo stress e aprirsi alla fiducia. Direi una scelta perfetta per un passaggio importante come quello che segna la fine della scuola dell’infanzia e l’inizio della primaria.
Un caso fortunato? Non credo proprio. Dietro la scelta di un racconto da condividere in classe c’è (o per lo meno dovrebbe esserci) sempre una attenta analisi da parte dell’adulta/o di turno, che non solo sceglie la narrazione più adatta, ma ne definisce anche la modalità di condivisione: lettura animata o teatrale? Lettura espressiva? A più voci? Narrazione libera senza il testo? Proiezione di immagini? Tecnica del Kamishibai? Spettacolo di burattini? Coinvolgimento diretto del pubblico? Improvvisazione guidata? E chi più ne ha, più ne metta. Ogni occasione, ogni setting pedagogico offre delle opportunità diverse, che l’adulta-animatrice deve saper codificare e cogliere al meglio.
Purtroppo troppo spesso la nostra scuola propone alle/agli studenti la solita minestra riscaldata: aula con disposizione a file di banchi, focus sulla cattedra o sulla Lim, monologo del/della docente (o, al massimo, dialogo asimmetrico tra insegnante e discente). Inoltre tutti gli studi sulla qualità della scuola in Italia mostrano come, da noi, più gli/le alunne crescono e più la proposta didattica perde per strada gli strumenti per l’elaborazione e la gestione dei vissuti emotivi. Questi, alla scuola secondaria, vengono generalmente delegati a esperte/i esterne, attraverso percorsi specifici che si integrano poco e male col curriculum di studi. Ma questioni come l’empatia, le relazioni, gli affetti, le emozioni e i sentimenti non possono essere ridotte a qualche ora di approfondimento sul tema, oltretutto proposto da chi con i ragazzi e le ragazze non ha fatto un cammino, neppure breve. Accompagnare gli alunni e le alunne nella crescita significa prendersi cura di questi aspetti fondanti la vita quotidiana e il benessere, dare loro spazio, lasciare che attraversino e riempiano le giornate, dar loro voce e cittadinanza, guardarli in volto e chiamarli per nome. Così Gioele, che odia non risultare simpatico a tutti, potrebbe capire che quello che sente è perfettamente umano ed estremamente comune, anche se fastidioso, perché il limite fa parte del nostro essere uomini e donne. Anzi, da prof di sostegno, mi verrebbe da dire che proprio questo mettere sul piatto, con spontaneità e franchezza, senza imbarazzi o paura, le nostre debolezze è il solo vero presupposto per realizzare quella meravigliosa idea di inclusione che è l’accoglienza serena dei limiti di tutti e tutte. Perché non vi è nulla di più umano, nulla che ci aiuti a rispecchiarci gli uni negli altri come la consapevolezza delle nostre innumerevoli imperfezioni.
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
