Chen Xiefen, la ribelle che sfidò il silenzio

L’aria umida di Jiangsu portava con sé l’odore inconfondibile dell’inchiostro. Nella casa della famiglia Chen una bambina sedeva accanto al padre, osservando affascinata i caratteri cinesi che prendevano vita sulla carta di riso. Il suo nome era Chen Xiefen, e fin da piccola aveva compreso che la parola scritta possedeva un potere straordinario: quello di cambiare il mondo. La bambina che cresceva in una famiglia di intellettuali, in un ambiente dove la cultura era al centro della sua formazione, presto avrebbe preso consapevolezza del potenziale di quella scrittura che l’aveva tanto attratta. Il suo destino sarebbe stato segnato da una battaglia intellettuale, culturale e politica che l’avrebbe vista protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia moderna della Cina: la lotta per i diritti delle donne.

Chen Xiefen

Nata nel 1883 a Hengshan, nella provincia di Hunan, Chen Xiefen si trasferì poi con la sua famiglia a Changzhou, nei territori Jiangsu, in un periodo di grandi sconvolgimenti per la Cina. La fine della dinastia Qing, le crescenti pressioni sociali e politiche e l’influenza delle idee occidentali segnavano un’epoca di trasformazioni profonde. Era figlia di Chen Fan, un magistrato che, dopo aver perso il suo incarico, si trasferì a Shanghai e fondò il giornale Subao; Xiefen si trovò così immersa in un ambiente stimolante, che la portò a sviluppare una forte consapevolezza critica. Il padre, uomo colto e idealista, le insegnò a vedere nella parola scritta uno strumento di cambiamento e resistenza. In un’epoca dove la cultura era considerata come una forma di lotta silenziosa, la ragazza comprendeva la potenza di ciò che le parole avrebbero potuto fare. La società cinese era ancora profondamente strutturata su tradizioni millenarie, che relegavano le donne a ruoli subalterni; l’educazione e la cultura erano quasi esclusivamente riservate agli uomini, mentre le donne venivano limitate nei loro diritti e opportunità. Ma nel cuore di Xiefen, queste convenzioni iniziarono a cedere il passo a un nuovo modo di pensare. Crescendo, fu testimone della sofferenza delle donne costrette a subire l’atroce pratica dei piedi fasciati, che non solo ne impediva la libertà fisica ma ne segnava l’intera esistenza. Ogni giorno, coloro che vedeva camminare con passo incerto la spingevano a riflettere sull’assurdità di quel sistema che ostacolava le donne. Le storie di matrimoni forzati, di sogni infranti e di talenti mai espressi che sentiva raccontare dalle anziane della sua famiglia la toccarono nel profondo e la portarono a lottare per un cambiamento radicale. Chen Xiefen capì che non poteva limitarsi a guardare, doveva agire per scuotere il mondo che la circondava.

Dinastia Qing, piedi fasciati
La rivista Nüxuebao (Nübao)

Mentre studiava presso un istituto gestito da missionari, nel 1899, a soli 16 anni, Chen Xiefen assunse la direzione di Nübao (poi Nüxuebao), che in italiano significa “giornale delle donne”: inizialmente uscì come supplemento gratuito del Subao ma presto divenne autonomo e fu la prima voce femminile di rilevanza in tutta la Cina. La sua pubblicazione fu un atto audace. La stampa, in quel periodo, era uno strumento quasi esclusivamente riservato alle élite intellettuali e il fatto che una giovane donna lo usasse come mezzo di protesta e di espressione fu davvero rivoluzionario. La rivista non era solo uno spazio per esprimere opinioni, ma divenne il manifesto di una generazione che chiedeva cambiamenti radicali. Le sue parole erano forti, provocatorie e soprattutto chiare: non si limitava a denunciare la condizione femminile, ma metteva in discussione l’intero sistema sociale cinese. «Le donne devono essere indipendenti! Devono poter studiare, lavorare, decidere della propria vita!» scriveva, chiedendo un diritto che sembrava impensabile. Ogni numero di Nüxuebao non era solo un’argomentazione ma un attacco a una cultura che aveva ignorato le donne per secoli. Non si limitava a sognare un mondo migliore per le donne, ma offriva soluzioni concrete, chiedendo matrimoni liberi, istruzione, lavoro, parità con l’uomo, ovvero la modernizzazione come processo che dovesse necessariamente includere il riscatto femminile.

Un altro elemento innovativo di Nüxuebao fu l’uso del baihua, il linguaggio vernacolare. La scrittura cinese formale si basava infatti sul wenyan, un linguaggio classico comprensibile solo alle élite intellettuali, invece il baihua rendeva le idee della rivista accessibili a un pubblico più vasto, anche a coloro che non avevano ricevuto un’educazione tradizionale. Questa scelta non solo democratizzò l’accesso alle idee progressiste, ma costituì pure una critica alla cultura conservatrice che ostacolava il progresso sociale. La rivista di Chen Xiefen, con il suo linguaggio e il suo spirito di sfida, divenne un simbolo di cambiamento.

Il movimento di liberazione delle donne cinesi e la pioniera del giornalismo moderno
Illustrazione di NuXueBao (l’allevamento del baco da seta, un’attività femminile)

Le autorità della dinastia Qing non tardarono a vedere nelle sue idee una minaccia al loro potere. Nel 1903 il governo cinese proibì Nübao, e con esso la speranza di una stampa libera che potesse sfidare le convenzioni sociali. Ma la giovane non si lasciò intimidire. La censura non riuscì mai a metterla a tacere. Fu costretta a lasciare la Cina, senza rinunciare alla sua causa. Trovò rifugio in Giappone, dove incontrò altri esiliati e intellettuali che condividevano le sue idee, tra cui la poeta e rivoluzionaria Qiu Jin e la suffragista Lin Zongsu. Con loro formò una solida alleanza, lavorando per dare voce a quelle donne che erano rimaste nel silenzio. In Giappone, Chen Xiefen rilanciò Nüxuebao e lo diresse con passione fino al 1905, utilizzando lo pseudonimo Chu’nan nuzi. Nello stesso anno pubblicò Duli Pian, uno dei primi scritti femministi in cui descrive il corpo femminile come luogo di oppressione e di eterna sottomissione, dalle orecchie forate alle punizioni corporali. Interessante pure un editoriale in cui argomenta l’importanza dell’attività fisica per le ragazze, un’assoluta novità per la mentalità dell’epoca. Il suo impegno per l’emancipazione femminile la portò a diventare presidente della Gong Ai Hui (Società per l’Amore Universale), un’organizzazione volta a migliorare le condizioni delle donne in Cina e a combatterne l’oppressione, non solo attraverso la scrittura, ma anche attraverso la lotta diretta, partecipando attivamente alla preparazione di insurrezioni contro il governo Qing e collaborando con i movimenti anarchici russi.

Il percorso di Chen Xiefen non fu facile. Dopo il suo matrimonio con Yang Jun, un intellettuale del Sichuan, si trasferì negli Stati Uniti per proseguire gli studi. Questo periodo le permise di confrontarsi con altre realtà e approfondire le sue idee, ma le diede anche il tempo per riflettere sul cammino che la Cina stava percorrendo. Dopo il ritorno in Cina nel 1912, in seguito al crollo della dinastia Qing e alla nascita della Repubblica, Chen Xiefen partecipò alle attività politiche della Shenzhou Nüjie Xiejishe, l’Associazione delle donne cinesi, che sosteneva il suffragio universale femminile. Poco si sa, da allora, della sua breve vita. Morì infatti nel 1923, a soli 40 anni, ma il suo impatto sulla società cinese era già stato indelebile. Le sue battaglie avevano contribuito a gettare le basi per un cambiamento che, sebbene lento, cominciava a materializzarsi: le donne poterono accedere all’istruzione, la pratica dei piedi fasciati fu abolita, mentre il suo spirito combattivo ispirò numerose attiviste che ne continuarono il lavoro.

Amelia to Zora Twenty-Six Women Who Changed the World Di Cynthia Chin-Lee, 2005

Qui le traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

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Articolo di Paola di Lauro

Laureanda in Lingue e culture moderne, sono appassionata di letteratura e narrativa femminista. Intreccio prospettive femministe con radici culturali diverse, tra cui quella italo-cinese, per decostruire narrazioni dominanti e costruire nuovi immaginari. Scrivo per dare spazio a esperienze plurali, per riscoprire autrici dimenticate e per affermare il potere della parola nel ridefinire il mondo.

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