La prima volta che sentii parlare di Ida Magli fu nel 1980, da una mia cara amica romana che seguiva le lezioni di Antropologia all’Università La Sapienza. Mariapia scriveva di lei nelle sue lettere, che ancora conservo, in una fittissima e preziosa corrispondenza epistolare, tipica degli anni dell’adolescenza e prima giovinezza. Non potrò mai dimenticare l’entusiasmo con cui mi illustrava le lezioni di questa donnina bionda, minuta e forse timida, riservatissima sulla sua vita privata, all’epoca considerata una coraggiosa femminista (definizione che in seguito rifiutò in polemica con i tanti femminismi) che osava criticare e smontare il pensiero patriarcale. Di lei e del suo pensiero potrebbero scrivere molto meglio di me filosofe/i e antropologi/he. Qui, in occasione dei dieci anni dalla sua morte, avvenuta il 20 febbraio 2016, ricorderò che era nata a Roma nel 1925 in una famiglia dove il padre sosteneva che le donne non dovessero dedicarsi allo studio ma solo alla famiglia e alla prole. Si diplomò in pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia e dopo la morte del padre si laureò in Filosofia alla Sapienza di Roma. Fino agli anni Novanta fu una firma di la Repubblica e L’Espresso e scrisse molte voci importanti di Antropologia culturale della Enciclopedia Garzanti di Filosofia e Scienze umane. Fu tra le fondatrici di DWF. Donna, Woman, Femme, prima rivista italiana femminista di studi antropologici, di cui divenne Direttrice.
In questo mio contributo vorrei approfondire un libricino prezioso di Ida Magli, che attirò la mia attenzione di docente di materie giuridico-economiche nel 1997 e che viene attribuito alla sua “svolta a destra”, antieuropeista, antiislamista e anticapitalista, che molti/e hanno accomunato a quella di Oriana Fallaci. Si tratta di Contro l’Europa. Tutto quello che non vi hanno detto di Maastricht edito da Bompiani al prezzo di 12.500 lire. Confesso che all’epoca lo trovai difficile da capire, non solo perché l’antropologia non faceva parte dei miei studi, ma anche per lo stile, per me insolito, in cui era scritto.
La vulgata degli anni ’90 era tutta ispirata a una difesa incondizionata della cosiddetta “Europa”, che da Comunità Europea sarebbe diventata dapprima Unione e poi, per alcuni Stati, Unione Monetaria Europea. Ricordo che qualche anno dopo, sempre a tale proposito, lessi due libretti editi da Laterza Euro si Morire per Maastricht di Enrico Letta e Euro no Non morire per Maastricht di Lucio Caracciolo, una delle poche voci critiche su quella che veniva presentata all’opinione pubblica italiana come la panacea di tutti i mali: «O Europa o Morte», come recitano le parole con cui si apre il pamphlet di Magli o «Il treno dell’euro è partito e un treno in corsa non si può fermare» come sosteneva fatalisticamente Letta, Ministro dell’economia dell’epoca. L’Europa (impropriamente e universalmente chiamata così, nonostante non ne facessero parte, tra gli altri, la Svizzera, il Liechtenstein, gli Stati balcanici, i Paesi satelliti dell’ex Unione Sovietica, la Norvegia e i Paesi del Nord Europa) era universalmente riconosciuta come “Il Bene” e così descritta da una stampa per la maggior parte allineata al pensiero filoeuropeista e da libri di testo scolastici entusiasticamente ottimisti sulle «magnifiche sorti e progressive» dell’unificazione.
Rileggere oggi alcune parti di questo libretto è un esercizio interessante, per riconoscerne la preveggenza, che all’epoca io stessa, come la maggior parte delle e degli italiani condizionata dagli opinion makers, non riuscii a vedere, scambiandola per eccentricità.
La prima felice intuizione dell’antropologa dagli occhi celesti e dai giudizi pungenti fu sottolineare quello che allora nessuno evidenziava e cioè che l’Unione monetaria europea era stata pensata e costruita da economisti, che Ida Magli definì «i Cesari, i Napoleoni di oggi». Alla pari dei Cesari e dei Napoleoni, secondo l’antropologa romana, gli economisti progettarono per loro stessi un impero mondiale, basato sulla moneta anziché sugli eserciti; e a questo impero tutti avrebbero dovuto piegarsi come davanti ai cannoni. Secondo Magli «la forza costituita dai parametri economici e dalla moneta unica è molto più temibile di quella degli eserciti e dei carri armati perché i cittadini, che pure ne percepiscono la violenza, non riescono a rendersene conto con chiarezza e non hanno gli strumenti per denunciarla e per resistervi». Questa parte mi pare oggi molto illuminante, come anche quella sul ruolo preponderante della Germania che, non potendo più fare la guerra, aveva tenuto sotto scacco tutti gli altri Stati grazie alla forza del marco, poi trasferita sull’euro.
Alcune critiche mosse da Magli all’Unione erano espresse in modotranchant, come quella che attribuiva all’organizzazione sovranazionale la volontà di cancellare a ogni costo le differenze tra i popoli e le nazioni tendendo alla loro omologazione. Secondo la docente universitaria scopo della cosiddetta Europa era proprio sopprimere le Nazioni (parola sempre indicata da lei con la lettera maiuscola), avendo individuato nei nazionalismi l’origine di tutte le guerre. Ma rimaneva un fatto ineludibile: i popoli esistono ed esistono le loro tradizioni, i loro costumi, i loro valori, che non possono essere eliminati e che prima o poi riemergeranno proprio a causa di una politica europea tesa a uniformare tutto e a esercitare poteri non scaturiti dal voto democratico. Culture diverse non si possono fondere per trattato, come ribadiscono anche oggi storiche e storici come Alessandro Barbero. Se oggi guardiamo all’Ue, quanti partiti e movimenti nazionalisti, sovranisti e populisti si sono formati in Italia, in Francia, Germania, Gran Bretagna, per ricordarne solo alcuni? Chi avrebbe potuto prevederlo negli anni in cui questo libello fu scritto, quando si inneggiava all’europeizzazione? In Italia imperversava la Lega, la cui parola d’ordine, in pieno contrasto con l’articolo 5 della nostra Costituzione, era secessione. Solo gradualmente il partito di Bossi avrebbe parlato prima di devolution poi di federalismo fiscale, per teorizzare oggi un allora impensabile nazionalismo.
Nel suo saggio provocatorio Magli puntava il dito contro il deficit democratico dell’Ue che avrebbe consentito a istituzioni non elette dai popoli di prendere decisioni capaci di condizionare fortemente la loro vita.
Non possono non venire in mente le decisioni della Commissione Europea di fornire armi all’Ucraina dopo l’Operazione militare speciale della Russia contro la “terra di confine” per la conquista del Donbass, decisioni che hanno costituito un forte impegno finanziario a carico dei singoli Stati culminate nel piano di riarmo ipocritamente denominato Readiness 2030. Con gravi ripercussioni sulle popolazioni, mai interpellate e senza alcuna voce in capitolo, che per sostenere la spesa militare subiranno ulteriori tagli alla spesa sociale e sanitaria rispetto a quelli già subiti nell’ultimo trentennio con le politiche neoliberiste di austerity.
Magli sottolineava i costi economici e sociali imposti alle popolazioni dai vincoli di Maastricht. I parametri di Maastricht avrebbero finito, secondo l’analisi della studiosa, per strangolare alcune economie, comprimere i consumi, frenare la crescita di alcuni Paesi, in particolare dell’Italia, come è avvenuto. Come non considerare profetici questi moniti alla luce della crisi del debito sovrano all’interno dell’Ue, che fece finire il nostro Paese nel gruppo dei cosiddetti Piigs [Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna] condannandolo, anni dopo il popolo greco, a una crisi di impoverimento senza pietà della popolazione! Il modo in cui non furono ascoltate le ragioni della Grecia è mirabilmente raccontato da Yanis Varoufakis, economista e Ministro greco dell’economia nel governo di sinistra di Tsipras nel libro Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa e nell’omonimo film di Costa Gavras del 2019. In quella circostanza la cosiddetta Europa abdicò ai valori tanto sbandierati di solidarietà caratterizzandosi sempre più, fino alla pandemia del 2020, come un’unione finanziaria burocratica e crudele, vieppiù intergovernativa. In questa organizzazione, che dello spirito di Ventotene non conservava nulla, “gigante economico e nano politico”, alcuni Stati, in primis la Germania, risultavano molto più forti degli altri e insieme alla Bce, al Fondo Monetario internazionale e a un’istituzione informale come l’Eurogruppo, sarebbero stati in grado di condizionare le decisioni dell’Ue. Anche l’uscita nel 2016 della Gran Bretagna dall’Unione europea (Brexit) in seguito a un referendum mostrò chiaramente la resistenza della popolazione inglese alle politiche imposte dall’Unione. L’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, voluto dai governi Berlusconi IV e Monti, e le politiche di austerità che allungarono l’età pensionabile in Italia ritardando l’ingresso della popolazione giovanile nel mondo del lavoro, erano state intuite e segnalate da Magli nel suo libretto allora snobbato e che oggi si ripubblica. Magli criticava anche le microdecisioni dell’Ue e intuiva la miopia di una classe dirigente europea ancorata al pensiero neoliberista che, per essere difeso a oltranza, non esitava a imporre tagli a salari e pensioni, deregulation e privatizzazioni, senza colpire l’evasione fiscale.
Come molti pensatori e pensatrici sostengono oggi, tra cui Clara Mattei e da ultimo Gabriele Guzzi nel suo libro Eurosuicidio, per Magli l’Ue mancava di un progetto culturale condiviso e ciò era alla base dell’assenza di una vera identità europea. La cittadinanza europea era ed è scarsamente sentita. Forse oggi gli e le uniche persone che ne hanno un’idea positiva sono i e le giovani dell’Erasmus.
L’Ue della pandemia ha smentito in parte la filosofa romana dimostrando, con il Next Generation Eu e il Recovery Fund, la capacità dell’organizzazione nata dai Trattati di Roma di essere solidale. In parte il potere del Parlamento europeo si è esteso e alcune questioni, come la parità di genere e la lotta al cambiamento climatico, sono state affrontate con determinazione. Anche il Fondo Sociale europeo e altri Fondi, basati sul principio di solidarietà, hanno perseguito l’aiuto ai Paesi più deboli dell’Unione. Recentemente Piketty ha scritto una difesa del modello di sviluppo socialdemocratico dell’Ue, in un articolo dell’ultimo numero di Internazionale.
Tuttavia rimane il fatto che, di fronte alla transizione egemonica che stiamo attraversando, l’Ue ha dimostrato di non essere un soggetto geopolitico ma di essere frammentata in tanti Stati, ognuno attento ai propri interessi particolari, come spesso ricorda Lucio Caracciolo che parla di “morte cerebrale dell’Europa”. Le ricette per uscire dalla rivoluzione mondiale in atto, proposte da coloro che hanno guidato in passato l’Europa, oggi si chiamano “federalismo pragmatico” (Draghi) o “cooperazioni tra Stati”, secondo altri economisti/e. Proprio la soluzione proposta — alla fine del libro da Magli — non un’Europa centralizzata e uniformante, ma una cooperazione tra Stati sovrani che preservi le differenze culturali e l’autodeterminazione.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
